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Un'Estate senza dignità CORSIVI
15 settembre 2005

“Una volta toccato il fondo si può solo risalire. O cominciare a scavare”. E' questo luogo comune abbastanza diffuso a fotografare meglio di qualsiasi altra parola, dopo le esperienze degli anni scorsi, la realtà della nostra “Estate molfettese 2005”, che a chiamarla così viene anche tristezza. Perché se l'insulsa sequela di pseudo-eventi (fatta eccezione per “Ti fiabo e ti racconto” e “La luna nel borgo”, che però nascono in modo autonomo e con grandi sacrifici) che l'Amministrazione comunale ci ha propinato questa estate per allietare le torride serate di chi è rimasto in città, fosse solo il risultato di una congenita incapacità di programmazione culturale, ci sarebbe poco da stare allegri, certo, ma in fondo non sarebbe neanche così grave. Di amministratori un po' “a digiuno” (diciamo così) in materia di cultura, questa città ne ha visti tanti e, forse, ancora ne vedrà. Non è questo il punto. Il problema a nostro avviso è molto più profondo e attiene all'idea stessa che di Molfetta ha chi oggi la governa: una periferia urbana cementificata e senza identità, schiacciata tra una zona industriale in caotica espansione e l'incedere inarrestabile dei centri commerciali che addirittura scimmiottano ambientazioni mediterranee. Una visione da agglomerato suburbano di stampo sudamericano o da ”Blade Runner”, se preferite. Ecco, l'Estate molfettese (sic!) è l'altra faccia della stessa medaglia: da un lato c'è il mito di un progresso di plastica, pervicacemente perseguito dall'attuale classe dirigente, sul cui altare si è disposti a sacrificare qualunque cosa (il territorio, l'ambiente, la cultura, la propria identità) e dall'altro c'è questa offerta culturale talmente tanto vuota ed insignificante da non avere alcuna dignità se paragonata a quanto avviene a soli pochi chilometri di distanza dalla nostra città. Ed è questo rinunciare alla propria identità e a giocare un ruolo da protagonista nel panorama pugliese che inquieta e deprime. Mentre tutto il “tacco dello stivale” rivive antichi splendori attingendo dalle proprie radici la linfa per acquisire centralità nello scenario culturale italiano (dal Salento al Gargano, passando per la Valle d'Itria e la Terra di Bari) e pullula di una vitalità davvero contagiosa ed entusiasmante, Molfetta si barcamena nello squallore più desolante di qualche estemporanea trovata neanche troppo riuscita, “appaltando” addirittura ad un forestiero (il solito biscegliese. Chissà come mai…), al De Feudis (avessi detto Strehler!), la realizzazione di quel roboante “Festival del Mare”, unica iniziativa (tutta a pagamento) che l'Amministrazione è riuscita faticosamente a mettere su e per cui, francamente, ci sarebbe poco da vantarsi, al di là di quel che pensa qualche commentatore compiacente o così distratto da non essere nemmeno in grado di guardare al di là del proprio naso. E in tutto questo gli operatori culturali locali vengono relegati ai margini, al ruolo di comprimari cui elargire qualche risicata mancetta, oppure del tutto ignorati perché non politicamente affini e costretti ad emigrare (anche loro!). Che tristezza. Così Molfetta si inaridisce e perde la sua vocazione di punto di riferimento per le tendenze culturali più innovative (ricordate Kalenda Maya?), a favore dei paesi limitrofi come Bisceglie, Trani e Barletta, ovviamente, ma anche Bitonto e Giovinazzo, ormai ben più che una spanna al di sopra della nostra città, diventate mete consuete di vere e proprie migrazioni quotidiane della stragrande maggioranza dei molfettesi (non solo giovani) in cerca di una idea di intrattenimento che si coniughi con la cultura. “A Molfetta non c'è niente”, questo è l'imbarazzante ritornello che si sente pronunciare a chiunque si incontri in giro e che, invece di scatenare un'orgogliosa reazione da parte di amministratori e cittadini, magari aprendo in città una riflessione pubblica e a tutto campo sulla nostra identità culturale, scivola via come un noioso refrain a cui ormai ci si è talmente tanto abituati, da essere diventata la “cifra” di questa città. “Città della pace” c'è scritto entrandovi. “Eterna”, ci sarebbe da aggiungere… E' questa la Molfetta che vogliamo? Giulio Calvani giulio.calvani@quindici-molfetta.it
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