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Un biglietto di sola andata Lavoro al Sud ce n'è poco: in 4 anni 292.000 giovani sono migrano verso il Centro-Nord
15 settembre 2005

E' un treno con un biglietto di sola andata il treno del lavoro per il Centro-Nord perché nel Mezzogiorno le possibilità di occupazione sono ancora scarse e sempre più giovani sono costretti a giocare la carta “migrazione”. Secondo gli ultimi dati disponibili (anche se in questa materia avere dati certi è quasi impossibile, perché non risulta da nessuna parte il numero dei giovani che prendono il treno e vanno via, senza comunicarlo ad alcun ufficio) in 4 anni, dal '99 al 2002 sono partiti dalle regioni del Sud 292.000 giovani in cerca di occupazione. Le maggiori partenze dalla Campania e dalla Sicilia, mentre la meta più gettonata è la Lombardia. E' quanto emerge da uno studio dello Svimez. A partire dalla seconda metà degli anni '90, si legge nel documento, si è assistito ad una certa ripresa della mobilità territoriale nel nostro Paese, secondo le direttrici tradizionali che vedono la maggioranza dei trasferimenti avvenire dalle regioni del Mezzogiorno verso quelle del Centro-Nord. Dopo una prima fase in cui si è assistito alla intensificazione delle migrazioni dal Sud al Centro-Nord, nell'ultimo biennio 2001-2002 la tendenza alla perdita migratoria delle regioni meridionali sembra leggermente attenuata. Il saldo interno delle regioni del Mezzogiorno, infatti, risulta ancora fortemente negativo rispetto al resto del Paese, ma il deficit fa registrare un'attenuazione dopo vari anni di continuo incremento. La geografia del fenomeno si conferma - anche in questa fase di nuova vivacità migratoria - nei suoi caratteri tradizionali, pur mostrando percorsi evolutivi non facilmente prevedibili. Se nel biennio tra 1999 e 2000 il Mezzogiorno nel suo complesso ha perso circa 160mila unità verso il Centro-Nord, nei due anni successivi il bilancio netto è stato più contenuto e pari a -132mila unità. Con qualche variazione tra un anno e l'altro comunque si è assistito, nel complesso, ad una ripresa della mobilità residenziale, in relazione alle difficoltà del mercato del lavoro nel Mezzogiorno. La geografia dei flussi migratori privilegia ormai da anni le regioni nord-orientali e centrali. Tra il 1998 e il 2002 i flussi verso le regioni del centro sono cresciuti del 7,7%, mentre quelli verso il Nord-Est del 5,3%. I trasferimenti verso le regioni nord occidentali, un tempo meta privilegiata delle migrazioni sud-nord risultano nell'arco dei cinque anni considerati addirittura in calo (-8,4%), in particolare in Piemonte. L'analisi di medio periodo mette in evidenza come tra il '98 e il 2002 vi sia stata un'accelerazione (+14%) dei movimenti in partenza dalla Campania, pari nel 2002 a oltre 41 mila unità. In Puglia e in Calabria, al contrario, tra i due anni estremi del quinquennio si è registrata una diminuzione dei flussi in uscita verso il centro-nord, mentre dalla Sicilia l'emigrazione diretta al settentrione risulta praticamente stabile e pari a circa 30 mila unità annue. In termini relativi le regioni su cui l'impatto delle migrazioni verso il settentrione è più circoscritto sono l'Abruzzo (4,2 emigrati nel 2002 ogni mille abitanti) e il Molise. Nel 2002 la Lombardia si conferma la regione più attrattiva per l'emigrazione proveniente dal mezzogiorno: vi si è trasferito oltre un quarto del totale di coloro che si sono spostati dalle regioni meridionali al Centro-Nord, quota che risulta pressochè stazionaria rispetto al 1998. La Lombardia è la principale regione di destinazione per coloro che partono da tutto il Sud ad eccezione dell'Abruzzo e del Molise - da dove, anche per ragioni di vicinanza geografica, ci si trasferisce prevalentemente nel Lazio - e della Campania, la cui destinazione più frequente risulta invece nel 2002 essere stata l'Emilia Romagna, che è la seconda regione di approdo in assoluto dei trasferimenti Sud-Nord (18,4%), seguita dal Lazio (14,1%) e dalla Toscana (9,6%). I profili per età dei migranti in uscita dal Mezzogiorno sono in linea con le diverse fasi del ciclo di vita degli individui. In particolare, le migrazioni di lungo raggio sono il più delle volte da collegarsi alla ricerca o allo svolgimento di un'occupazione in aree del Paese che offrono maggiori opportunità: le perdite di popolazione più consistenti dovute ai flussi migratori tra Mezzogiorno e centro-Nord nel corso del periodo '98-2002 sono concentrate nelle giovani classi in età lavorativa; tra i 25-29 anni il saldo è stato di quasi 88 mila unità, e tra i 20 e i 24 anni il saldo è stato negativo, in termini assoluti, per poco meno di 74 mila unità. Tipicamente, alle perdite di popolazione nelle giovani età adulte si accompagnano saldi negativi anche per i minorenni, soprattutto se bambini nei primi anni di età, che con una certa frequenza si trasferiscono insieme ai genitori nella nuova regione di residenza. Solo tra i 55 e i 64 anni si registra un saldo leggermente positivo, quando, con l'approssimarsi dell'età della pensione, diventano più consistenti i rientri nelle regioni di origine. La struttura produttiva delle aree di attrazione dei flussi migratori influenza naturalmente le tipologie di migranti tra le varie zone del Paese. La media di coloro che si trasferiscono in Lombardia, per esempio, appare significativamente più istruita, con un peso dei laureati ben più elevato (11,3%), rispetto all'analogo valore dell'Emilia Romagna (6,3%). Si tratta di un dato probabilmente collegato alla maggiore specializzazione richiesta nelle attività concentrate nei grandi centri metropolitani (per il Lazio la quota di laureati tra coloro che si trasferiscono dal Sud è del 21,3%) e alla particolare conformazione del sistema produttivo dell'Emilia Romagna, dove le imprese cercano manodopera per lo più poco qualificata.
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