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Tradizioni natalizie molfettesi Frammenti di storia
15 dicembre 1999

di Marco de Santis Chi voglia seriamente documentarsi sulle tradizioni natalizie molfettesi troverà una copiosa documentazione soprattutto nelle opere di Saverio La Sorsa, pioniere e maestro della demologia pugliese, e don Gerardino de Marco, che dedicò grandi cure al folclore nostrano e che ricordo qui con inalterato affetto. Sono ancora possibili, tuttavia, spigolature diverse, che pur non mutando il quadro etnografico generale, possono trovare ugualmente diritto di cittadinanza tra le cose inedite o poco note o comunque bisognose di qualche integrazione. Come tutti i bambini ben sanno, da noi l'atmosfera delle feste natalizie si comincia ad assaporare già il 6 dicembre, con la profusione di dolciumi e giocattoli portati da San Nicola. Ciò su cui invece non si è mai fatta sufficiente luce è la metamorfosi subita dal contenitore delle leccornie. L'attuale piatto con la letterina di richieste al santo, in uso a Molfetta come a Trieste, che si riempie di cioccolate e caramelle (o di carboni e cenere), inizialmente era una calza, la "calza dei morti" novembrina, diffusa in diversi paesi del Meridione. La fase intermedia transitoria è rappresentata dalla calza e dalla scarpa di San Nicola (u scarpë dë Sênda Nëcòëlë). Un'altra tradizione nicolaiana riguarda i fidanzati e le ragazze da marito, che godono la protezione del taumaturgo. I fidanzati solevano, e in certi ambienti sogliono ancora, scambiarsi regali. Le nubili, specialmente le più povere, erano incoraggiate da conoscenti e parenti con il detto Sênda Nëcòëlë, nóëvë e ssórta bbóënë (S. Nicola, buona nuova e sorte buona) o con l'augurio Sênda Nëcòëlë l'avë d'aprì la sckàtëlë dë rëdd'òërë (S. Nicola le aprirà la scatola dell'oro nuziale), come fa fede Rosaria Scardigno. Dal canto loro le zitelle non rimanevano inerti e invocavano l'aiuto del santo con una piccola preghiera: Sórtë e bbónê nóëvë, / ci rë ccèrchë e cci rë vvòëlë: / aiùtëmë tu, Sênda Nëcòëlë (Sorte e buona nuova, / chi le chiede e chi le vuole: / aiutami tu, S. Nicola). Tra le usanze scomparse o in via di scomparsa vi è quella del 7 dicembre, vigilia dell'Immacolata, caratterizzata dalla fragranza delle frittelle odorose di olio mosto. Il momento tematico dei fidanzati continuava l'8 dicembre, festa dell'Immacolata Concezione. Gli sposi promessi si scambiavano doni d'oro sotto la vigile protezione dei consuoceri e dei parenti. I fidanzati contrastati dal parentado approfittavano della antelucana novena alla Vergine per incontrarsi e dare inizio alla "fuga" d'amore (së në scënnèvënë). Tipica di quel giorno era la processione della Madonna Immacolata accompagnata dal corteo delle verginelle biancovestite. L'8 dicembre si pagava anche il secondo semestre di affitto, come testimonia l'antico proverbio A la Mêcolàtë trénda carrìnë òënë ammêtràtë (All'Immacolata trenta carlini [di pigione] son maturati). E bisognava pagare, se non si voleva essere dileggiati dallo sfottò che canzonava gli affittuari morosi sulle note della liguorina "Tu scendi dalle stelle": …E cci nêm bàghë la casë, tu ìëssë fóërë (E se non paghi la casa, tu esci fuori). Subito dopo il 13 dicembre, ricorrenza di Santa Lucia e dei tarallini col giulebbe, detti appunto ócchjërë dë Sênda Lucìë (occhi di S. Lucia), il giorno più notevole è il 15, che dà inizio alla novena natalizia e al canto di questua della "Santa Allegrezza". Poi l'aria s'impregna sempre più di quella magica atmosfera che culmina nel 24 dicembre, vigilia del santo Natale. Ed ecco il pranzo, che come ci ricorda Gerardo de Marco in Molfetta tra passato e presente (Mezzina, Molfetta, 1982, p. 220), per consolidata tradizione dev'essere "di magro". Ma se la carne vaccina è rigorosamente bandita, nelle famiglie benestanti il desinare deve essere articolato in 24 portate e cibi diversi. Si comincia dalle "cime di rapa" e dalle frittelle; si continua con il capitone arrostito e le anguille marinate (la cumêcchjë); s'intervalla con la verdura cruda (sedani e finocchi); si prosegue con frutti di mare e pesci fritti; si arriva alla frutta secca (nocelline, arachidi, noci, fichi, datteri, prugne ecc.) e si chiude con la frutta fresca (soprattutto agrumi) e con dolci come chësscënìëttë (cuscinetti di Gesù Bambino), cartëddàtë, làttë d’êmìnëlë, chênëgghjàtë o canogliàtë, spumë d’êmìnëlë, sësëméddërë, mêstazzùëlë, calzëngìcchjë e calzunë dë Sên Lênêrdë, questi ultimi avanzo della festa di San Leonardo (6 novembre), non più praticata al Pulo dalla seconda metà del Settecento. Per il vino da dessert in passato le preferenze andavano all'aleatico (u liàtëchë). Dopo i fuochi d'artificio e i mortaretti della vigilia, finalmente arriva il Natale con un pranzo altrettanto fastoso e festoso, ma che in passato non prevedeva per nulla il tacchino ripieno, moda culinaria d'origine americana. Sulle tavole dei più ricchi apparivano invece galline e capponi o carni rosse; su quelle dei meno abbienti più o meno gli stessi cibi della vigilia. I vini dolci tradizionali, oltre all'aleatico, erano il moscato, il moscatello nostrano e il moscatello di Spagna (mësquatëddòënë). Bisogna aggiungere che per i molfettesi vissuti tra l’Ottocento e gli inizi del Novecento, la festività più importante di fine d’anno era esclusivamente il santo Natale. Dopo lo strascico natalizio di Santo Stefano (26 dicembre), le feste sostanzialmente si consideravano finite. Infatti un proverbio locale diceva A lë Nëcìëndë së spàrtënë lë parìëndë (Agli Innocenti si spartiscono i parenti), cioè dal 28 dicembre i parenti riuniti per le feste natalizie si separano. In altre parole per il popolo minuto (u pùpëlë vàsscë) il 31 dicembre non era un giorno notevole. San Silvestro e il suo cenone se lo potevano permettere solo i benestanti e i signori (rë scêmmèrghë “le giamberghe”). Alla fine dell’anno, tuttavia, la gente del popolo non del tutto povera, per imitazione del ceto civile e patrizio, consumava il residuo dei dolci natalizi. I popolani non stappavano certo lo spumante, ma, se conservavano ancora una bottiglia intera o dimezzata, bevevano un po’ di moscato o moscatello oppure l’aleatico, la malvasia o lo zagarese. Chi poteva, giocava a carte o a tombola e si attardava fino a fare esplodere tricchë-tràcchë (salterelli), tricchë-tràcchë a ttrùënë (salterelli col botto), calcassë (petardi), calcassë in êrjë (razzi matti), fùrghëlë (frugoli), fëndenéddërë (bengala), mêsciòëlë (girandole) e zêmbàinë (serpentini). Allo scoccare della mezzanotte o prima d’andare a dormire l’augurio scambiato in famiglia o tra amici era Bóënê fìnë e bbùënë prënzìpjë (Buona fine e buon principio), che l’indomani diventava BBùënë Capëdênnë e bbùënë prënzìpjë d’ênnë (Buon Capodanno e buon principio d’anno). Questo è quanto si può dire senza forzare la mano alla verità storica delle tradizioni molfettesi più o meno antiche. Il cenone, il panettone, il pandoro, lo spumante o lo champagne, che ormai fanno parte a pieno titolo delle usanze più recenti, sono le invenzioni o le imposizioni posticce del consumismo industriale e del colonialismo economico settentrionale.
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