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Tiberio Pansini: un soldato della libertà Partigiano molfettese della Brigata Garibaldi
15 giugno 2024

Tiberio Pansini nacque a Milano il 30 luglio del 1917 da Giovanni, molfettese, e Amelia Somaini. Visse, praticamente tutta la sua esistenza, sotto la dittatura fascista, nel ventennio più nefasto della storia d’Italia. Visse sotto un regime che annientò qualsiasi forma di libera espressione, cancellando i diritti fondamentali dell’individuo e schiacciando lo Stato di diritto. Il fascismo nutrì una fame di potere assoluto nei confronti delle donne e degli uomini del nostro Paese, e non solo. Nell’opporsi si rischiava il confino, il carcere, la vita. Ciononostante, Tiberio, seguendo le orme del padre Giovanni, repubblicano e acerrimo antifascista, iniziò giovinetto a dare il suo contributo nella lotta contro la terribile dittatura. Dal 1932 al 1936, mentre il padre Giovanni scontava il confino a Ponza, si recò molte volte a trovarlo, finendo per fungere, in giovanissima età, da corriere per i confinati. Tiberio, dunque, sperimentò sin da subito la crudeltà del regime. Nulla, però, scalfirà il suo animo e mai si mostrerà remissivo nella lotta. Conseguita la maturità classica, si iscrisse alla Facoltà di Medicina e Chirurgia, laureandosi a novembre del 1942. Negli anni universitari continuò il suo impegno, partecipando alle attività clandestine dei movimenti studenteschi antifascisti. Finì arrestato a Milano, sul finire del 1939, per aver partecipato ad una manifestazione contro l’invasione della Polonia da parte delle truppe naziste. Da aprile ad agosto del 1943, frequentò la Scuola Militare di Sanità a Firenze, congedandosi con il grado di sottotenente medico. L’8 settembre 1943 lo trovò in licenza, in attesa di nomina. Le successive chiamate alle armi lo lasceranno indifferente. Fu tra i primi ad organizzare il movimento della Resistenza in provincia di Como, sin dagli inizi del 1944, aderendo al gruppo dei fratelli Clerici fino a quando, arrestati quasi tutti i componenti e fucilato Luigi Clerici, fu condannato a morte in contumacia con il suo nome di battaglia: “dottor Rossi”. Successivamente Tiberio partecipò alla Resistenza fra le file delle brigate “Garibaldi”. Per tutto il 1944 fu un continuo susseguirsi di azioni di attacco da parte dei partigiani e rastrellamenti delle forze nazi-fasciste che spesso non risparmiavano i civili. Fra il settembre e l’ottobre del 1944, con la riorganizzazione del movimento partigiano in Lombardia, fu nominato ispettore regionale e vice-commissario politico del “Comando di Raggruppamento Divisioni Garibaldine Lombarde” operanti nel territorio della provincia di Como, di Sondrio e nel nord-ovest bergamasco. Alle dipendenze di tale comando vi erano due divisioni, ognuna delle quali constava di tre brigate. Una di queste, la 52a brigata “Clerici”, sarà protagonista dell’arresto a Dongo, il 27 aprile del 1945, di Benito Mussolini e di gerarchi e funzionari fascisti. Da quando, ai primi di giugno del 1944, gli Alleati erano entrati a Roma proseguendo la loro risalita della Penisola, le forze nazi-fasciste avevano continuato a concentrarsi e riorganizzarsi nel Nord-Italia. In questo scenario, il nord della Lombardia, e la Valtellina in modo particolare, andò via via assumendo un significato strategico per le ultime speranze di conservare il potere da parte dei gerarchi fascisti, tanto da far teorizzare la nascita del cosiddetto “Ridotto alpino della Valtellina” quale ultimo baluardo e roccaforte del fascismo. Fra il novembre e il dicembre del 1944, le truppe nazifasciste si resero responsabili di feroci rastrellamenti concentrici in tutta l’area di Bergamo e della Valtellina. Nei combattimenti persero la vita decine di partigiani, molti fucilati in esecuzioni sommarie. La conseguenza fu lo scioglimento delle Brigate Garibaldi operanti nel nord della Lombardia e lo sconfinamento in Svizzera di gran parte dei sopravvissuti. Tiberio si rifiutò di sconfinare e ritornò a Milano. Continuò sempre a lottare, nonostante i rischi per la propria incolumità, nonostante la lunga scia di sangue che la Resistenza al fascismo lasciava dietro di sé. Ai primi del 1945 si mise nuovamente all’opera per riorganizzare il movimento della Resistenza nel nord della Lombardia. Durante i primi mesi del 1945, come durante tutta la sua attività partigiana, Tiberio, da ispettore, fu artefice di un proficuo e costante collegamento fra le formazioni operanti nelle valli e i comandi superiori del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) attivi a Milano. Il 25 marzo 1945, durante uno dei suoi viaggi per incontrare le formazioni che nuovamente si andavano organizzando in Valtellina, fu arrestato a Castione Andevenno, nei pressi di Sondrio, da alcuni militi delle Brigate Nere della 3a Legione Confinaria. Fu sottoposto per giorni a tortura. Gli aguzzini delle Brigate Nere cercarono di estorcergli informazioni sui compagni, interrogandolo mentre lo sottoponevano ad ogni sorta di brutalità: picchiato, frustato con cinghie di cuoio, ustionato, sottoposto a scariche di corrente, Tiberio confessò di essere un partigiano. Confessò la sua appartenenza e la sua militanza nelle Brigate Garibaldi, ma non proferì parola che potesse compromettere la vita dei suoi compagni. Secondo gli ultimi documenti ritrovati, Tiberio morì sotto tortura. La mattina del 9 aprile il suo corpo fu condotto nella boscaglia attorno a Postalesio, a pochi chilometri da Sondrio, e fucilato inscenando un tentativo di fuga. I militi delle Brigate Nere, inizialmente, ne impedirono la sepoltura nel tentativo di attrarre altri partigiani nel luogo dove giaceva il suo corpo privo di vita. Fu seppellito giorni dopo nel cimitero della vicina San Pietro di Berbenno con il nome di “dott. Rossi”. Tiberio trascorse le settimane di prigionia, gli ultimi giorni della sua vita, in ostaggio dei militi delle Brigate Nere insieme a Ginetta Moroni Sagan, staffetta partigiana, lasciandole un ricordo indelebile della sua personalità, dei suoi principi e valori. Riuscirà a scriverle una lettera-testamento che rappresenta un autentico manifesto dei Diritti Umani. Ginetta conserverà la lettera per tutta la sua vita e trarrà ispirazione da quelle parole per il suo impegno civile. Ginetta Moroni Sagan contribuirà, infatti, alla fondazione e diffusione di Amnesty International USA, diventandone ambasciatrice. Nel 1995 riceverà, dal Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, la croce di “Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana” e nel 1996, dal Presidente Bill Clinton, la “Presidential Medal of Freedom”, la più alta onorificenza civile degli Stati Uniti d’America. Dichiarerà in numerose interviste, e fino alla fine della sua vita, di aver trovato, nella storia e nel coraggio di Tiberio, l’ispirazione e la motivazione per continuare le sue battaglie civili. Tiberio Pansini, oggi, riposa nel cimitero Maggiore di Milano, campo n. 64, il “Campo della Gloria”, insieme a tanti che diedero la vita per la nostra Libertà. A Milano a lui è dedicata un’ala dell’ospedale “Sacco” e una targa marmorea, in via Oldrado da Tresseno n. 2, ne ricorda l’estremo sacrificio. © Riproduzione riservata Targa marmorea in via Oldrado da Tresseno n. 2 Comando Divisioni Garibaldine Lombarde Ginetta Moroni Sagan

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