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Tesori scomparsi a Molfetta Frammenti di storia
15 giugno 2000

di Marco de Santis Di beni culturali e artistici trafugati, esportati, dispersi e in vari modi dissipati e distrutti sono piene le cronache di ogni contrada del Bel Paese. Molfetta, purtroppo, non fa eccezione a questo deprecabile andazzo. Senza andare troppo indietro nel tempo (v. Il tesoro di S. Giacomo, in "Quindici", a. IV, n. 1, gennaio 1998, p. 11), basterà fare un rapido excursus restringendo la disamina al periodo che va dalla seconda metà dell'Ottocento alla fine del Novecento. Dal primicerio Francesco Samarelli, benemerito pioniere di tante ricerche, si apprende che nel XIX secolo, nella contrada rurale Le Grotte, durante alcuni lavori agricoli fu scoperto "un mosaico di cm. 22x18 raffigurante un satiro con una coppa in mano. Questo pregevole cimelio fu donato nel 1853 al museo del nostro Seminario diocesano dal canonico Corrado Grillo" (Chiese e cappelle esistenti a Molfetta, Molfetta, 1941, p. 16). Anche se sulla datazione del frammento musivo si possono avanzare solo mere congetture, è lecito chiedersi: qual è stato il destino di questo reperto? Quasi cinque lustri dopo nell'agro nostrano si ebbe un nuovo rinvenimento, segnalato dall'avv. Vito Fontana, ispettore degli Scavi e Monumenti molfettesi. In contrada Macchia di Bitonto, a circa tre chilometri a S.O. di Molfetta, tra le località Curcione e San Quirico, presso una presunta antica cappella, nei primi di novembre del 1877 "il sig. Giuseppe Attanasio, ad oggetto di piantare alcuni olivi, fece cavare varie fosse intorno al fabbricato, e rimise in luce una tomba a poca profondità dal suolo chiusa da una pietra sepolcrale, che a quanto mi si asserisce", scrive il Fontana nel suo rapporto al direttore generale dei Musei e degli Scavi Giuseppe Fiorelli, "era lunga circa tre metri, larga un metro e trenta centimetri, ed alta circa dieci centimetri. Nella tomba furono rinvenuti, assieme a non poche ossa, un anello, un paio d'orecchini, una fibula e quattro monete di argento. Queste ultime dai contadini furono vendute ad un orefice, che sfortunatamente non pose tempo in mezzo a liquefarle, onde non mi fu dato esaminarle. Gli altri oggetti ritrovati, che indubbiamente appartennero ad una donna, furono una fibula di rame col relativo puntale bene conservata; due orecchini di lega, come mi ha assicurato un orefice dopo il saggio fattone; ed un anello di rame sopra cui è incisa una croce, con lettera poco decisa in ciascuna delle estremità delle aste" (Notizie degli scavi di antichità, Roma, 1878, pp. 42-43). Secondo il Fontana, tali reperti erano ascrivibili al X o all'XI secolo. Ma, dopo l'esame, dove furono depositati? La prima testimonianza novecentesca riguarda un tesoro fittile posseduto dal Comune di Molfetta. La notizia risale ai primi anni del XX secolo ed è dovuta all'archeologo tedesco Maximilian Mayer, che così scrive in merito: "Nel municipio di Molfetta si conservano i vasi figurati ed altri, scoverti in una tomba del sec. IV a. C. vicino al porto, proprio sotto l'attuale mercato" (Le stazioni preistoriche di Molfetta, Bari 1904, p. 85). I vasi custoditi in Municipio facevano parte di un più consistente patrimonio venuto alla luce nell'area della chiesa di San Francesco, abbattuta a partire dal 1889. I dettagli del ritrovamento, sia pure con qualche imprecisione nomenclaturale, erano stati forniti da Gaetano de Luca in Scoperte nella demolita chiesa di San Francesco, un breve articolo apparso nel 1893 sulla rivista fiorentina «Arte e Storia» (a. XII, n. 5, p. 40), che con profondo rammarico denunciava: "nel rimuovere la poca terra che vi rimane, scoperchiata una tomba si sono rinvenuti vasi antichi per varii usi, anfore vinifere ed olearie, lagrimali, tazze, coppe per unguenti, piatti ed altre stoviglie bene lavorati e figurati, taluni con bellissimi smalti. Ma che! l'opera vandalica doveva compiersi, e credendo che quei vasi contenessero monete, quasi tutti furono rotti". I vasi peuceti superstiti rinvenuti nell'area portuale erano conservati presso il Municipio ancora intorno al 1909, come fa fede il Samarelli, che contestualmente ricorda anche i "vasi ritrovati dalla famiglia del Canon. Sergio Cav. De Iudicibus" e "le due anfore che ricevette in dono Pierino Carabellese fu Michele" (Il Pulo e Navarino, Molfetta, 1909, p. 33). Se per la ceramica di De Iudicibus e Carabellese si può ipotizzare in parte o in tutto l'affidamento al Museo diocesano molfettese, i vasi custoditi dal Municipio che fine hanno fatto? Esiste una qualche traccia o inventariazione? Dolorosa è anche la scomparsa di una epigrafe romana infissa lungo la scalinata di palazzo Giovene. Nel 1963 Aldo Fontana nella sua Guida storico-artistica di Molfetta (p. 58) menzionava "due lapidi romane murate lungo la scala trascritte dal Mommsen" nell'ottocentesco Corpus Inscriptionum Latinarum (IX, 653; 656). Le iscrizioni erano state pubblicate per la prima volta nel 1773 dall'archeologo barese Emanuele Mola, che le aveva ricopiate nel giardino del canonico e poeta molfettese Giovanni Moscati. Si tratta degli epitaffi di Aurelia Donata e di Felicitas. Mentre la prima lapide è ancora visibile, la seconda non è più presente sul posto. La sua asportazione risale approssimativamente al periodo compreso fra il 1963 e il 1976. Un'altra grave perdita è quella del Breviario manoscritto del Capitolo molfettese (Breviarium Melphictense), un piccolo codice membranaceo in scrittura calligrafica risalente alla seconda metà del Quattrocento. Custodito nella Biblioteca del Seminario Vescovile, il breviario è diventato irreperibile tra il 1971 e il 1985. Una sorte analoga ha subìto uno stemma nobiliare lapideo che abbelliva uno scorcio orientale di Molfetta vecchia a ridosso del Palazzo di Città, in via Morte n. 59. L'impresa gentilizia, sormontata da un'aquila "germanica" di pietra, apparteneva al nobile bitontino Giovanni Antonio de Ildaris, commendatore di Santa Maria di Sovereto di Terlizzi e San Nicola di Molfetta dei Cavalieri di Malta, priore e baglivo dell'Ordine gerosolimitano e conte del Sacro Romano Impero. Lo stemma fu correttamente identificato e descritto dal prof. Pasquale Minervini agli inizi del 1985 in un articolo apparso sul periodico «Molfetta nostra» (a. XXV, n. 1-2, p. 3) mentre era diretto dalla compianta Elena Altomare. Purtroppo durante i lavori di restauro dei muri perimetrali del fabbricato di via Morte, nel maggio del 1988, lo stemma fu asportato. S'ignora anche il destino delle lapidi, dei frammenti di colonne e delle iscrizioni ammonticchiate in disordine all'interno del fabbricato restaurato. Altri stemmi gentilizi e statuette di pietra sono scomparsi o sono stati distrutti in momenti diversi sia in Molfetta vecchia sia nell'agro nostrano, vuoi per l'azione di ladruncoli, invogliati per poche lire da incettatori e antiquari, vuoi per mano di balordi per mero vandalismo o durante lavori pubblici che pure impinguano le tasche di progettisti e direttori non sempre vigili. La distruzione non ha risparmiato né la lapide di Navarino né i vetusti cippi confinari delle campagne circostanti, come ha segnalato lo stesso Minervini in Antichi monoliti di confine abbattuti nell'agro tra Molfetta e Bisceglie («Luce & Vita Documentazione», 1989, n. 2, pp. 203-211). Questa sconsolante rassegna è stata scritta per quanti nutrono interessi di storia patria, ma soprattutto per gli allievi e gli insegnanti che seguono con attenzione le vicende locali, affinché rendano sempre più vivo il rispetto per i beni culturali cittadini e li tramandino il più intatti possibile alle generazioni venture. Non è bello vedere che alcuni ingegneri edili e architetti che si ritengono istruiti e professionalmente preparati cadano in nuovi errori e devastazioni, come il recente scempio di Piazza Municipio tristemente documenta. Per chi fa danni al patrimonio culturale, architettonico e storico non vi sono scusanti.
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