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Termiti politiche divoratrici di suolo
15 novembre 2019

La cementificazione del territorio, è un bollettino di guerra. Dagli anni ’50 la popolazione italiana è diminuita, ma le superfici urbanizzate sono più che triplicate. Su 3.202 km di coste, il 56,2% è stato cementificato. Dal 1985 sono stati cancellati dal cemento 222 km di paesaggio costiero, al ritmo di 8 km all’anno, aumentando il fenomeno dell’erosione costiera. In due anni in tutt’Italia sono stati mangiati dal cemento 250 km quadrati di territorio. Nel 2018 sono stati divorati 51 km quadrati di territorio, in media 14 ettari al giorno. Nelle aree urbane è andato perduto il 50% delle zone verdi. La Puglia, dopo Veneto e Lombardia è la terza in Italia per consumo di suolo (+425 ettari solo nel 2019), secondo i dati Ispra (il centro studi del ministero per l’Ambiente), che ricorda anche come ogni 2 ore viene cementificato il corrispettivo di un’intera Piazza Navona, mentre ogni secondo vengono coperti con cemento e asfalto 2 mq. di territorio. E il grigio copre sempre più il verde, rendendo anche più desolante il paesaggio e l’aspetto urbano. Forse non tutti sanno che l’aumento di cemento incide anche sul riscaldamento globale, infatti per tonnellata di cemento vengono diffuse 1,1 tonn. di emissioni nell’atmosfera che condizionano anche i cambiamenti climatici e le emergenze connesse (siccità e inondazioni). Il grande numero di costruzioni provoca una mutazione paesaggistica caratterizzata da un decadimento di valori estetici, con conseguenze negative anche sulla qualità della vita dei residenti e sulle vocazioni turistiche dei luoghi. Ma la crisi economica, paradossalmente, non ha ridotto la voglia di innalzare gru: se ne vedono tante in giro. Ma oggi questi giganti di ferro che tornano ad occupare il panorama molfettese, non sono più simbolo di ricchezza e crescita, come nel boom degli anni Sessanta e Settanta, bensì di povertà prima economica e poi culturale, di imprenditori e amministratori. Questi ultimi non sono stati capaci di mettere in atto strumenti efficaci per il controllo del territorio, né realizzare un equilibrio fra il consumo di suolo e la crescita. Oggi si costruisce male, in modo dispersivo, frammentato, senza una pianificazione logica o ambientale che consideri la densità abitativa e l’impatto ambientale. Un esempio per tutti, drammaticamente di attualità in questi giorni: il rione Tamburi a Taranto, costruito attorno all’Ilva, senza calcolare le conseguenze negative delle emissioni industriali che poi si sono rivelate strumento di morte. E oggi si piange sul destino di un’area maledetta. La pianificazione e il riuso del territorio oggi devono essere un imperativo categorico per garantire funzionalità a quegli spazi urbani poco utilizzati o non utilizzati. Invece assistiamo all’abbandono del centro urbano, mentre sarebbe necessario ricucire un tessuto urbano, sempre più spezzettato da interventi edili e messe in opera poco funzionali, con ripercussioni anche sul terreno sociale. Manca un’analisi del tessuto urbano in tutte le sue componenti e necessità (commerciali, abitative, infrastrutturali, ambientali e perfino istituzionali). Non c’è alcuna idea valida ed efficace su bonifiche e rifunzionalizzazione del territorio per evitare possibili dissesti idrogeologici, come quelli che stanno avvenendo in tutt’Italia. Basta una pioggia più insistente o torrenziale ed è subito emergenza o calamità naturale (che poi proprio naturale non è, se si considera che è stato l’uomo a realizzare mutamenti territoriali a rischio). E poi ci lamentiamo degli ecomostri, ma cosa dobbiamo dire quando pensiamo che sono stati progettati e organizzati dall’uomo, come tutta la zona di espansione di Molfetta fatta di pseudo villette a schiera e brutte costruzioni inguardabili. La cementificazione selvaggia ha determinato anche un impoverimento turistico-architettonico dei centri storici, mentre le città di mare assistono a crimini edilizi nelle concessioni di aree distanti pochi metri dalla costa. E’ quello che avviene anche a Molfetta. La gente ci chiede: come mai vengono consentiti nel centro storico e al lungomare, cambi di destinazione d’uso (c’è qualche situazione da sbloccare, qualche cantiere da riaprire?), ristrutturazioni, aumenti volumetrici, chiusura di verande, mentre in periferia è vietato? Dovrebbe essere il contrario. E’ una variante, quella approvata dal consiglio comunale, che induce più di qualche sospetto, magari la motivazione la scopriremo fra qualche mese o qualche anno. Come mai, ci è stato chiesto, vengono consentite costruzioni sul lungomare a ridosso della piscina comunale? Poi toccherà all’ex Park Club, dove da anni i proprietari sono in attesa di avere l’autorizzazione a costruire un bell’edificio e lucrare sulla vendita di appartamenti fronte mare o meglio nel mare. E noi, poveri illusi, che anni fa abbiamo criticato gli amministratori per la costruzione dell’immobile, dove oggi ha sede l’Inps al lungomare. Siamo già l’Italia dei borghi dimenticati e mentre altrove si inventano le soluzioni dell’albergo diffuso per ripopolarli, noi proseguiamo con l’edilizia diffusa in periferia, con una pianificazione irrazionale che comporta altri costi di urbanizzazioni, di trasporti, di servizi, mentre la popolazione invecchia e diminuisce non solo per le scarse nascite, ma anche per l’emigrazione giovanile senza ritorno che è costante e in crescita. E amministratori poco lungimiranti non tengono conto non solo delle mutate condizioni della popolazione (meno nati, più vecchi, più emigrati), ma nemmeno delle mutate condizioni atmosferiche, per cui ci si ostina a voler portare a termine un vecchio piano regolatore generale superato dagli anni e dalle situazioni, un piano pensato per 80-100 mila abitanti, a fronte di una realtà di 60mila residenti. Come gli asini: si è sbagliato in passato e si continua a sbagliare, continuando ad amministrare come se fossimo negli anni Ottanta e si continua a costruire come gli anni Settanta (anche per la scarsa qualità di alcuni imprenditori edili improvvisati). Manca una visione complessiva che miri anche al recupero dell’esistente. Forse mancano le capacità, malgrado le vantate esperienze; in realtà è la volontà che manca. Non c’è nemmeno lo sforzo di trovare soluzioni alternative. Per ora tutto va bene, quando poi, lontano sia, potrà verificarsi un nubifragio, si darà la colpa al fato o al maltempo. Non siamo al “piove governo ladro”, ma al piove governo incosciente o ladro della nostra fiducia e dei nostri soldi, perché i danni atmosferici, li paghiamo tutti noi. Ma che importa, dirà qualcuno, quando accadranno, noi saremo lontani e saranno problemi di altri, non nostri. Continuiamo a rubare il futuro dei nostri figli, senza lavoro e costretti ad emigrare, senza speranza di tornare in un territorio abitato solo da vecchi e senza prospettive, che siano la desertificazione e lo spopolamento. E via a consumare suolo, senza offrire servizi, senza una pianificazione o programmazione degna di questo nome, sconosciuto a chi ci amministra. I nostri politici sono come le termiti riprodotti nella foto: divorano suolo come insetti insaziabili. E il consiglio comunale di Molfetta approva il completamento del vecchio piano regolatore e lo rende anche più “leggero” nella filosofia del “liberi tutti”, mantra della nuova classe dirigente, che dimostra scarsa sensibilità ambientale e disinteresse per la città e il suo futuro. Basata limitarsi ad abbellire qualche strada o piazza cittadina, spendendo soldi in opere inutili per catturare il consenso del presente, perché “di doman non v’è certezza”, parafrasando il Magnifico. Le amministrazioni, invece, dovrebbero incentivare lo sviluppo di modelli virtuosi che sappiano conciliare gli aspetti della progettazione con la dimensione ambientale e naturale, oppure praticare una rimodulazione degli spazi urbani, attraverso un approccio di rigenerazione delle città, con gli inevitabili apporti di demolizioni, ricostruzioni e riconversioni degli edifici già esistenti. Vanno considerate le soluzioni edili offerte dalle nuove tecnologie a basso impatto ambientale, esempio la bioedilizia e le case ecologiche, composte di materiali naturali, economici ed ecologici, che i nostri costruttori improvvisati non conoscono e non sono in grado di applicare. Con un censimento degli immobili degradati o in abbandono, sarà possibile monitorare la realtà cittadina, per una nuova dimensione urbana, con un progetto condiviso, attraverso un percorso culturale e sostenibile dal punto di vista economico, sia ambientale, sia sociale, restituendo valore al bene comune che diventa bene sociale. © Riproduzione riservata

Autore: Felice de Sanctis
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