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Sulle rive dello Scamandro Fajtma è una giovane palestinese che vive a Gerusalemme. E' vedova. Il marito è morto in un attentato ad un bus che palestinesi ed israeliani prendevano di mattina per recarsi al lavoro
15 aprile 2006

Ho conosciuto Fajtma durante un meeting di rappresentanti associazioni femminili di varie nazioni bagnate dal Mediterraneo: israeliane, palestinesi, marocchine, slave, italiane, spagnole ... Fajtma è una giovane palestinese che vive a Gerusalemme. E' vedova. Il marito è morto in un attentato ad un bus che palestinesi ed israeliani prendevano di mattina per recarsi al lavoro. L'attentatore è saltato in aria insieme con le sue vittime. Appena entrata in sala, prima che inizino i lavori, mi chiede se è già arrivata la delegazione d' Israele. "Sì, sono arrivate - rispondo - anzi, proprio una di loro ha già preso la parola". Accompagno Fajtma verso le prime file di sedie; tutte occupate. Spontaneamente decide di sedersi al margine della pedana sulla quale sono sedute in cerchio le donne di varie nazionalità mediterranee componenti il comitato organizzatore; l'oratrice è in piedi, davanti al microfono. Intravedo in un angolo della sala Fajtma e Sarha parlare in maniera concentrata e fitta tra loro, in lingua francese. Sarha è una dottoressa in medicina, è ebrea, vive a Tel Aviv. Si è dichiarata disponibile al dialogo con la nazione palestinese; come lei ce ne sono migliaia nel suo paese, pronte ad ogni possibile civile compromesso pur di evitare le armi, impedire attentati, arginare il fanatismo ovunque ed in chiunque si annidi. Le donne, ha affermato nella sua relazione, le donne di buona volontà, ossia dotate di una ferrea convinzione che civiltà significa convivenza dei diversi, in ogni nazione devono costituire una barriera fisica, culturale, morale e politica dovunque si trovino ad operare: in famiglia, sul posto di lavoro, in Parlamento, in ogni incontro pubblico, nel proprio quartiere, nella propria città; sollecitando in continuazione, anche in maniera assillante, istituzioni nazionali ed internazionali, per sbarrare la strada alla guerra, stato di massima confusione cui può giungere l'umanità. La guerra non persegue né realizza risultati positivi e duraturi ma produce solo dolore e odio e odio ancora. Anche alcune rappresentanti della Serbia, del Montenegro, della Bosnia e della Croazia sono sulla stessa linea, ma concordano nel dichiarare che sono in minoranza nei rispettivi paesi a pensare che la pace va perseguita ad ogni costo e la guerra rifiutata come il più immondo degli incesti. Anche noi italiane dichiariamo convintissime operatrici di pace che solo una tolleranza intelligentemente e spregiudicatamente vissuta giorno per giorno, cominciando dalla nostra vita privata, familiare ed associativa, può far sperare di raggiungere. A conclusione dei lavori si propaganda un altro incontro che deve verificarsi a Gerusalemme; data da destinarsi, ma quanto prima. Bisogna essere presenti per dare forza all'idea di una Gerusalemme sempre aperta al mondo, libera meta di pellegrini, testimonianza di una politica strutturata sulla con vivibilità delle differenze, l'unica pace vivibile! Gerusalemme è patrimonio dell'Umanità, è Cristo e Allah! È Palestina ed Israele; è crocevia di religioni, di aspirazioni alla convivenza. Non c'è strage che potrà distruggere questo mitico programma da perseguire con perseveranza e determinazione. Attentati e bombe possono solo ritardare, rimandare, non annullare il destino di una città segnata dalla Storia ad essere orizzonte metafisico; braccia spalancate; simbolo politico; oracolo perenne per i miti di cuore. Osservo con orgoglio queste donne mediterranee che parlano, si incontrano, discutono, fanno progetti. Come le troiane sulle rive dello Scafandro, prigioniere dei Greci, aspirano – anzi aspiriamo – ad approdare ad una terra fiorita. Pace, lavoro, salute, evoluzione equilibrata di costumi e mentalità. Costruzione di case, ospedali, scuole, teatri … Dopo tre giorni di relazioni, dialoghi, polemiche, diagnosi storiche e sociologiche, accuse politiche, proponimenti di tolleranza … esauste (o quasi) deponiamo l'arma della parola; ci sorridiamo e ci scambiamo fiori ed auguri facendo voti di incontrarci ancora ed ancora … Stare insieme e rapportarsi in confronti franchi e propositivi non basta mai. Sono tutte partite; mi rimangono speranze sbocciate, ricordi di sguardi decisi e sorridenti e tanti indirizzi sulla mia piccola agenda: dal Marocco alla Spagna, dall' Algeria al Montenegro e nomi, nomi di donne dalla ferrea volontà, lucida intelligenza, concrete capacità di agire, spirito di sacrificio. È trascorso un mese; squilla il telefono. È Fajtma che mi chiama da Roma. M'informa che è tornata in Italia al seguito di una rappresentanza commerciale delle autorità palestinesi. Ora vive a Gerico; le bambine, sempre con sua madre, vivono a Gerusalemme; mi confida inoltre che, tramite computer e Internet, è in contatto con Sarha. Ella digita il computer presso la direzione del settimanale per cui scrive; Sarha usa il computer dell'ospedale presso il quale presta servizio. La mia amica palestinese dichiara che per organizzare l'incontro a Gerusalemme e, in senso lato, per favorire la propaganda pacifista, noi donne dobbiamo fare sempre più largo uso dei mezzi visivi (televisione, cinema, schermo di un computer), poiché è più facile trasmettere notizie, propositi, idee, facendoli entrare tramite la vista e l'udito nella mente di un sempre maggior numero di persone non disposte, per vari motivi, al vecchio metodo d'apprendimento ossia la lettura di un testo stampato. Se il contenuto morale e politico della cultura alternativa che ci sta a cuore è la convivenza tra, diversi, a livello di quartiere, di paese, di nazioni, dobbiamo ammettere che una convivenza pacifica non è possibile in presenza di forti dicotomie economiche. Della nuova cultura, di cui noi donne mediterranee che predichiamo pace, convivenza e tolleranza vogliamo essere aralde, deve far parte una concezione del lavoro come diritto di tutti e del giusto compenso come necessità di tutti. Solo dopo aver assicurato una vita dignitosa sul piano dei primari bisogni di ogni individuo si può passare o proporre istruzione e quindi trasformazione di mentalità, avvio ad una cultura di tolleranza. Mi telefona Sarha: il meeting in Gerusalemme è stabilito per il 30 dicembre 2005. Alle nove la sala è gremita; è un cinema-teatro che ci ospita. Cominciano ad alternarsi al microfono le varie relatrici dopo il saluto delle autorità israeliane e palestinesi di Gerusalemme. Particolarmente interessante la relazione di Demetria, una donna greca, docente di Letterature comparate all'Università di Atene. Tra l'altro ha detto: "Care amiche pervenute a Gerusalemme dalle varie sponde bagnate dal Mediterraneo per inaugurare programmi alternativi a quelli dell'intolleranza, della violenza, della guerra: vorrei ricordare due donne emblematiche per la nostra informazione e formazione finalizzata al dialogo. Yalqut Reubeni nel suo commento alla Genesi racconta che Iddio formò la prima donna non dalla costola di Adamo, ma usando materia inerte, come aveva fatto per il maschio. Questa donna si chiamò Lilith. Lilith non vuole giacere sotto Adamo; si ribella alla sottomissione; pertanto viene scacciata e fugge verso l'Africa trovando dimora sulle rive del Mar Rosso. Lilith dalla psicologia post-yunghiana è studiata come la proiezione, nell'immaginario collettivo, di tutti quei valori femminili di cui la cultura maschile intendeva negare la validità. Ma nei secoli precedenti è stata ritenuta strega, demonio, maga. Per noi simboleggia colei che iniziò il percorso alternativo. L'altra figura femminile che vorrei riportare alla memoria ed alla vostra coscienza di donne che, attraverso la comprensione dei diversi, hanno programmato di pervenire alla convivenza pacifica, è Cassandra. La mitologia vuole che il dio Apollo, invaghitosi di essa e respinto, abbia condannato la principessa troiana a non essere creduta, pur dicendo il vero. Proponiamo un'altra interpretazione: Cassandra non vaticinava ma, osservando l'andamento delle battaglie nel corso degli anni intorno alla sua città assediata, grazie alla sua intelligenza, semplicemente capiva che la disfatta di Troia sarebbe stata la conseguenza ovvia di una certa superiorità militare dei Greci; inoltre diagnosticava come fatto logico e consequenziale che Troia non poteva resistere all'infinito essendo le vie, per mare e per terra, precluse dall'assedio delle truppe e della flotta dei Greci e dei loro alleati. Ma riconoscere ad una donna intelligenza e quindi capacità oggettiva di puntualizzare razionalmente una situazione politico-militare era impensabile a quei tempi! Cassandra implicitamente indicava nell'interruzione del conflitto bellico l'alternativa salutare per la sua patria, per la sua gente. Ma viveva in un'epoca in cui il vincitore ha ragione, comunque abbia vinto, ed il vinto ha torto, comunque abbia combattuto. Questa mentalità che perdura purtroppo nei nostri giorni va seppellita sotto la più pesante delle lapidi, quella della rinuncia a priori di ogni forma di sopraffazione”. Mi avvicino al microfono; sono notevolmente emozionata. Parlerò in italiano, tanto tutte le convenute sono munite di auricolari che trasmettono gli interventi nelle varie lingue. "La foschia all'orizzonte del futuro è fitta – questo il mio esordio -. I popoli slavi, massacrandosi, ci indicano come evitare gli errori e i sacrifici che loro è costata una delle utopie più esaltanti dell'umanità. Meditiamo in modo equidistante su come disarmare la memoria vendicativa. Sarà la sfida del terzo Millennio. Amare il possibile più del reale può voler significare non farsi sopraffare dalle esperienze negative”. Incalza Dalilah, un'insegnante di Tunisi: "...Non tutto il Medioriente è sporcizia, miseria di masse popolari, sotterfugio, subdolo rapporto, tratta di bianche o nere, manovre di satrapi avidi, offerenti barili di petrolio in cambio della tecnologia occidentale. Gli integralismi, sebbene generati da diverse motivazioni, sono vivi e tristemente operanti sia in Occidente sia in Oriente. Troppi non sono persuasi ad abbandonare il gusto della sopraffazione, la soddisfazione di annichilire il diverso, il creduto inferiore, colui le cui categorie di Bene e di Bello non coincidono con le proprie e fa paura. La sicumera della superiorità, razziale e culturale, contrabbandata spesso come esigenza di ordine, è alla base della conflittualità. Disinfettare la Storia dagli integralismi d'ogni sorta deve essere precipuo assillo di noi donne disposte a comprendere, a dialogare, a convivere. Per le lande del pianeta, siano esse zone progredite o depresse, siti d' abbondanza o d'indigenza, troppi duci e ducetti s'impuntano, creduti e seguiti. Siamo rimasti abbagliati da certi "eroi", li abbiamo osannati e venerati; abbiamo disprezzato o trascurato altri, i veri. Da Achille ad Edipo, da Gengis Khan a Stalin, scontate le dissimili etichette e i mezzi che le diverse ere mettevano a disposizione, è stato sempre un discorso di palazzo. Le giuste cause che motivavano guerre o rivoluzioni armate sono state un frainteso atroce. L'odierna tecnologia militare svergogna e azzera i fini, dati i mezzi talmente orripilanti per conseguire quei fini medesimi. Non è da rinvenire giustificazione alcuna per l'umanità che non ha capito, ha trascurato e irriso certi messaggi. Socrate, Gesù, Maometto, Ghandi, l'arcivescovo Romero ed altri miti di cuore simili, sono gli eroi di una maniera diversa di vivere, di impostare l'esistenza e quindi la convivenza, opposta e divaricante nei confronti di quella triviale strutturata sull'uso della clava, della spada, del mitra, dell' attentato dinamitardo, dell' elicottero che sparpaglia napalm... Nel primo pomeriggio del terzo giorno – i lavori del convegno ormai hanno esaurito la loro carica. Più vivace – Fajtma invita me e Sarha a visitare Gerusalemme. Dopo aver sostato davanti al "muro del pianto", io, di religione cristiana, Fajtma di religione musulmana, Sarha di religione israelita, avvertiamo un'intensa emozione che alimenta in noi la convinzione che Gerusalemme ha e deve avere un significato universale; non può e non deve essere imbrigliata da politiche nazionalistiche. Ad un tratto Sarha esclama: "Quando Abramo, felicemente insediato nella civiltà sumera, rompe con essa e comincia la sua nomade esistenza, dà inizio ad un'apertura alla conoscenza delle diversità. È l'uomo che rinuncia alla sedentarietà delle certezze statiche. Ai nostri giorni l'esodo degli ebrei dall'Europa verso la Palestina è stato vissuto come un ritorno alla terra promessa,ma rimuovendo il problema delle popolazioni arabe”. Ci salutiamo convinte a operare in una sola direzione: non dobbiamo stancarci di denunciare gli immondi benefici economici che godono i paesi dai quali, più o meno clandestinamente, vengono vendute armi ai belligeranti; né l'Italia può scagliare la prima pietra. Essa è, infatti, il quarto paese al mondo produttore di armi e congegni elettronici a scopi bellici. Per giunta, buona parte delle industrie che producono armamenti sono controllate dalle partecipazioni statali! A monte dell' odio tra le fazioni in lotta armata è la cupidigia di grossi guadagni vendendo armi. Questo facile mercato alimenta guerre civili, violenze tra etnie diverse, stragismo di mafie e terrorismo. La convivenza pacifica si basa sulla rimozione di privilegi economici e dislivelli culturali. Questo mio scrivere, memorizzando gli incontri con donne mediterranee, scaturisce dal timore che l'umanità si faccia sfuggire le ultime occasioni ancora a disposizione di una pacifica convivenza. Precipuo dovere delle donne e degli uomini di buona volontà, a qualsiasi nazionalità appartengano, qualunque religione o fede politica professino, è quello di allenarsi quotidianamente alla comprensione per arginare il più possibile, egoismi individuali, di classi, di nazioni. La convivenza è educazione alla vita vera che è amore, ossia costruzione e futuro.
Autore: Gianna Sallustio
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