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Straordinaria partecipazione al convegno al Liceo per ricordare Tommaso Fiore
02 dicembre 2003

MOLFETTA – 2.12.2003 L'insegnamento di latino e greco, avvenuto nel decennio tra il 1933 e il 1942 nelle classi del ginnasio, di Tommaso Fiore, intellettuale, meridionalista, scrittore di opere come “Un popolo di formiche” e “Il cafone all'inferno” al Liceo Classico di Molfetta, sotto la guida attenta della preside, prof.ssa Maria Depalma, è divenuto teatro della commossa rievocazione di una delle più feconde pagine di storia di questa città. È stata una stagione esaltante per la nostra città, stagione in cui il liceo molfettese s'è guadagnato la lusinghiera definizione di “scuola di Socrate”, ossia di isola democratica attiva nell'educazione dei giovani al valore della libertà. In un freddo pomeriggio di fine novembre, freschezza di gioventù, accademia e consolidate glorie della generazione degli allievi di Fiore si alternano nel rendere la propria testimonianza; interventi di preludio quello della prof.ssa Maria Depalma, di Marcello Vernola, presidente della Provincia, del rappresentante dell'Irre Puglia e del prof. Vito Antonio Leuzzi, direttore dell'Ipsaic. Primi a relazionare su un pregevole lavoro di ricerca condotto tra epistolari dell'epoca e l'archivio del Liceo sono gli ex-studenti del Liceo Paola Natalicchio e Davide de Candia. Si delinea così, in maniera incisiva ed efficace, un primo quadro della situazione molfettese del decennio “fioriano”: i due relatori conducono una precisa disamina dell'operato di Fiore e di alcuni antifascisti a Molfetta, “perché in quegli anni ce n'erano molti”... Su tutti si colora di luce vivida il personaggio di Carlo Muscetta, vittima dell'olio di ricino. Poi è la volta dell'accademia: Lorella Cedroni traccia in modo chiaro le caratteristiche del “socialismo liberale” negli anni in questione, Nicola Colonna segue l'intellettuale dagli anni della rivoluzione liberale alle relazioni col Partito d'Azione in una lucida analisi dell'interventismo di Fiore nella prima guerra mondiale e del suo atteggiamento di sempre maggior rottura col Fascio. Infine, Silvio Suppa analizza la sua figura tra meridionalismo e riformismo, seguito dalle testimonianze di Liliana Minervini Gadaleta, commossa, che con un filo di voce legge un articolo foriero di una luce interessante sul rapporto Fiore-Salvemini, e del preside Giovanni De Gennaro... Mi si perdoni, ma credo che quest'ultima sia stata il “piatto forte” della serata, il conoscere Fiore attraverso le parole di un suo allievo... l'apprendere come la sua metodologia, fatta di esercizi di stile come quello delle cosiddette “retroversioni” ma anche di educazione al confronto tra le diverse voci critiche su grandi e minori delle lettere classiche, stimolasse le giovani generazioni al conseguimento di una propria autonomia di giudizio... “Così diventavamo antifascisti senza saperlo”. Concludendo, vorrei ricordare il contributo di 'Quindici' alla realizzazione della bellissima cartolina che riproduce un francobollo su Graziano Fiore (nella foto) data in omaggio ai convenuti insieme alla brochure col programma... Soprattutto debbo soffermarmi sul nume tutelare dell'intera manifestazione: un giovane di 18 anni, figlio di Tommaso Fiore, ucciso il 28 luglio 1943 nell'eccidio di via Niccolò dell'Arca. Con lui morirono altri ragazzi le cui vite, per una strana beffa del destino, furono recise in nome d'un simulacro di fascismo scricchiolante, eppure ancora capace di danni enormi all'umanità. Si chiamava Graziano. Mi piace pensare, come diceva Foscolo, che gli spetti quell'eterno “onore di pianti” che è destinato a chi muore per la libertà della propria terra, “finché il Sole risplenderà sulle sciagure umane”. Gianni Palumbo
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