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Salvemini “rinunciatario” ed “ebreo”
15 giugno 2019

Alla cara memoria di Vittoria Sallustio La Piana Mentre volgeva al termine la Grande Guerra e dopo l’armistizio Gaetano Salvemini sostenne con Leonida Bissolati la necessità, per l’Italia, di una pace democratica e antimperialista basata sul rispetto delle etnie. Per questo si schierò contro quanti chiedevano l’annessione dell’intero Alto Adige e della Dalmazia, subendo il linciaggio morale dei massimalisti ottusi e dei nazionalisti espansionisti. Per la Dalmazia, in particolare, Salvemini aveva analizzato la problematica insieme al geografo Carlo Maranelli e altri collaboratori nella monografia La questione dell’Adriatico, pronto in bozze già nel 1916, ma bloccato due volte dalla censura e poi finalmente edito a Firenze dalla Libreria della “Voce” nel febbraio del 1918 e ristampato in seconda edizione ampliata e corretta nel 1919. Il libro poggiava su una solida documentazione tesa a demolire le argomentazioni nazionaliste favorevoli all’annessione della Dalmazia e proponeva invece un’azione di tutela politica e di pacifica influenza economica e culturale dell’Italia sull’altra sponda adriatica e tra i popoli dell’impero asburgico in dissoluzione. Salvemini e Maranelli definivano «grossolane mistificazioni » le cifre riguardanti il numero di italiani e di slavi proposte dal giornalista di Verlicca (Spalato) Alessandro Dudan nel libro La Monarchia degli Absburgo del 1915. All’uscita della prima edizione del volume La questione dell’Adriatico, Dudan reagì scompostamente presentandosi il 14 marzo 1918 con altri cinque dalmati nella sala di piazza Nicosia a Roma, dove Salvemini teneva una conferenza, con l’Italia ancora in guerra, sul tema Mazzini e l’ora presente. Quando l’oratore accennò alla prevalenza numerica degli slavi in Dalmazia, i sei dalmati cominciarono a inveire contro Salvemini tentando di interromperlo, ma l’interruzione fu biasimata dalla maggioranza dell’uditorio, che continuò a seguire l’intervento salveminiano e lo applaudì a lungo. I sei si rivolsero allora a Filippo Naldi e fecero pubblicare su Il Tempo di Roma una versione fantasiosa dell’incidente, che favoleggiava della protesta di una cinquantina di dalmati, con i quali aveva solidarizzato gran parte del pubblico. Lo stesso Dudan confermò la falsa ricostruzione dell’episodio con un articolo apparso il 19 marzo 1918 sulla Nazione di Firenze. Subito dopo la sua prima uscita, La questione dell’Adriatico fu attaccata da altri nazionalisti, come l’ufficiale di marina e idrografo bolognese Giovanni Roncagli, che ne pubblicò una recensione negativa nel marzo-aprile 1918 sul Bollettino della Reale Società Geografica Italiana, di cui era segretario, e tornò alla carica sulla terza pagina del quotidiano romano L’Idea Nazionale del 4 maggio 1918 stroncando l’opera come un «libro non italiano». Rincarò la dose il giornalista irredentista e storico triestino Attilio Tamàro, autore di Italiani e Slavi nell’Adriatico e L’Adriatico - Golfo d’Italia del 1915 e dei due volumi di La Vénétie Julienne et la Dalmatie del 1918, uno dei più agguerriti propagandisti del nazionalismo italiano e uno dei principali antagonisti di Salvemini nella questione dalmata. Tamaro occupò ben 14 pagine della Rassegna italiana del 15 maggio 1918 per attaccare Salvemini e Maranelli, rei di aver pubblicato «il vangelo del perfetto rinunciatore italiano e un manuale per il neutro ostile ai diritti dell’Italia», e definì «sante ingiurie» le villanie di Dudan e compagni lanciate contro Salvemini nella conferenza mazziniana del 14 marzo precedente. La pattuglia degli avversari nazionalisti era accresciuta da deputati come il veneziano Antonio Fradeletto, da intellettuali come il giornalista molfettese Leonardo Azzarita, corrispondente da Roma del Corriere delle Puglie e autore del libro Il commercio italiano e l’opposta sponda adriatica (1914), nonché da sonniniani come Tommaso Sillani di Otricoli, autore di Mare nostrum (1916), segretario della Pro Dalmazia e membro del comitato Pro Adriatico Italiano, fondatore e direttore della Rassegna italiana di Roma. Ma è soprattutto l’acrimonia di Dudan, Tamaro e compagni che va spiegata. Essa nasceva dal fatto che nel 1917 Salvemini su L’Unità aveva bollato come controproducente la missione propagandistica in Francia e in Inghilterra di Tamaro, Dudan e Antonio Cippico, perché era servita solo a screditare «anche quelle nostre rivendicazioni nazionali e strategiche, sulle quali una propaganda fatta da persone più serie avrebbe ottenuto benefici e sicuri resultati» (Italia e Stati Uniti, 13 aprile 1917). Per Salvemini la colpa era della “Dante Alighieri” e dell’Ufficio Informazioni del Comando Supremo, che avevano inviato a far propaganda all’estero «uno sciame di fanatici dissennati» come Cippico, Dudan e Tamaro, «quasi tutti irredenti adriatici, che non vedevano in questa guerra se non una occasione per sfogare contro i nazionalisti slavi i loro rancori di campanile, di partito, di famiglia, di persona» (Salviamo l’Istria, 19 luglio 1917). D’altro canto Salvemini, difendendo i territori di confine abitati da italiani, continuava a combattere le pretese oltranziste dei nazionalisti jugoslavi avanzate a detrimento dell’Italia. Tra i giornali propinatori di falsità sul conto di Salvemini, presidente della Lega per l’indipendenza dei popoli oppressi dall’Austria dall’ottobre del 1918, si può menzionare Il Corriere del popolo, settimanale sonniniano dalmatomane di Genova, che arrivò a scrivere che erano «ebrei i più quotati rinunciatarii», citando «a caso dei nomi più in vista, per esempio: quello dei socialisti ufficiali on. Treves, Modigliani e Musatti, quello del Salvemini, del De Viti». Divertito, Salvemini replicò su L’Unità del 1° marzo 1919 con l’articoletto Sciocchezzaio, in cui argutamente osservò: «Pur potendo documentare colle nostre fedi di battesimo la nostra origine cristiana, né io né – credo – il De Viti daremo querela per diffamazione al sonniniano genovese. Perché non crediamo che essere classificati fra gli ebrei sia una diffamazione. Conosciamo infatti degli ebrei di grande altezza intellettuale e morale, che ci fanno venir voglia di essere loro consanguinei […] in generale, fra gli ebrei, non conosciamo molti deficienti. Ne conosciamo, invece, moltissimi fra i cristiani. Uno di costoro è lo scrittore sonniniano genovese. Il quale si immagina che l’Alto Adige sia in vicinanza degli Jugoslavi, e non ha osservato che anche […] l’on. Sonnino è ebreo, almeno per parte di padre. Mentre è noto, in conseguenza di una lunga inchiesta fatta su tutto il passato del sottoscritto da don Preziosi, prete cristiano cattolico apostolico romano, che il sottoscritto ha nel suo passato la grande macchia di essere stato, fra i nove e i diciassette anni, in… seminario!». Va aggiunto che la Dalmazia e Fiume erano rivendicate anche del movimento dei Fasci Italiani di Combattimento, costituito a Milano da Benito Mussolini il 23 marzo 1919, che all’inizio raccolse soprattutto ex arditi, disoccupati, giovani disorientati dalla guerra e nazionalisti delusi dalla cosiddetta “vittoria mutilata” di Versailles. Per contro molti altri reduci di estrazione prevalentemente piccolo-borghese confluirono nell’Associazione Nazionale Combattenti, che mosse i primi passi già nel novembre del 1918 e che tenne il suo primo congresso nazionale a Roma dal 22 al 27 giugno 1919. Per l’altra sponda adriatica i nazionalisti e gli imperialisti non tenevano nel giusto conto l’evidenza che, mentre Fiume era un’enclave di 30 mila italiani, la Dalmazia era invece abitata da 575 mila slavi e da appena 35 mila italiani. Il 23 aprile 1919, mentre si trovava alla conferenza di pace di Parigi, il presidente americano Thomas Woodrow Wilson pubblicò su diversi giornali un messaggio ostile alla delegazione italiana capeggiata dal presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando e dal ministro degli esteri Giorgio Sidney Sonnino, che chiedevano l’annessione della Dalmazia in base alle clausole del Patto di Londra e quella di Fiume in base al principio di autodecisione dei popoli. Wilson, che era svincolato dal Patto di Londra e appoggiava le pretese jugoslave sull’Istria e sulla Dalmazia, interpellava in avallo della soluzione americana direttamente il popolo italiano, in tal modo scavalcando implicitamente Orlando e Sonnino come interpreti degli interessi della nazione. In segno di protesta, il 24 aprile Orlando e Sonnino abbandonarono la conferenza di pace e si precipitarono a Roma per chiedere il voto di fiducia, che ottennero senz’altro insieme a manifestazioni di consenso in tutta Italia, soprattutto dalla stampa governativa e nazionalista. In merito alle rivendicazioni territoriali italiane, fece rumore in Italia l’articolo di Salvemini La camicia di Nesso pubblicato su L’Unità del 3 maggio 1919, in risposta al Manifesto al popolo italiano del presidente americano Woodrow Wilson, reso pubblico il 23 aprile. Nell’articolo lo storico attaccava Wilson, accusandolo di condurre le trattative per lo smembramento delle colonie della Germania senza la mediazione della Società delle Nazioni, di non rispettare i diritti delle nazionalità nel bacino tedesco della Saar e di applicare i principi della pace democratica soltanto in funzione antitaliana, in quanto né aveva censurato le assurde pretese di Ante Trumbic su Gorizia, Trieste e Pola, né teneva conto del fatto che Fiume era «per due terzi italiana». Salvemini, dal dicembre del ’19 deputato al Parlamento eletto nella lista dei Combattenti, continuò a subire gli attacchi dei nazionalisti e nazionalistoidi italiani, che lo accusavano continuamente di essere “antiitaliano” e di portare con i suoi discorsi alla Camera acqua al mulino degli uomini politici jugoslavi, tanto che il posto più appropriato per lui sarebbe stato il Parlamento di Belgrado. Insomma, per loro il “rinunciatario” Salvemini era un filoslavo, perciò gli storpiarono caricaturalmente il cognome in Slavémini, così come Bissolati fu causticamente definito croato onorario. Anche il Giornale d’Italia, quotidiano di Sonnino, non aveva simpatia per Salvemini e alterava faziosamente il pensiero dei suoi discorsi parlamentari, in modo da mettere in cattiva luce il deputato, mentre riportava con cura le apostrofi e le interruzioni degli avversari. Salvemini allora cercò di rimediare a queste distorsioni pubblicando su L’Unità il testo integrale dei suoi discorsi e aggiungendo il sunto propinato dal Giornale d’Italia, affinché i lettori si rendessero conto delle fake news e delle manipolazioni del giornale romano. Salvemini, ricordando le accuse di rinunciatarismo e filoslavismo in una lettera americana del 23 aprile 1947, diretta all’antifascista e storico napoletano Mario Vinciguerra, affermò orgogliosamente: «Fui uomo incomodo. Mi chiamarono “Slavemini”, mi disprezzarono come rinnegato e prezzolato, ma io conservai il rispetto di me stesso e questo era quanto m’importava». Quanto all’insinuazione, gratuitamente infamante, di essere “ebreo”, Salvemini fece suo l’epiteto solo in senso metaforico, riallacciandosi in momenti diversi alla leggenda medievale dell’Ebreo errante, rielaborata da Eugène Sue nell’omonimo romanzo d’appendice, che il futuro storico aveva letto da ragazzino di nascosto in seminario nel 1888. Undici anni dopo, venticinquenne, rivolgendosi al geografo e politico repubblicano Arcangelo Ghisleri, non senza posa drammatica, Salvemini scrisse: «Noi abbiamo sulle spalle la condanna dell’ebreo errante; muoverci sempre e forse inutilmente». Negli ultimi anni di vita, tra il ’54 e il ’56, rievocando il suo trasferimento da Londra agli Stati Uniti per tenere nel 1929 un corso di lezioni sulla storia della politica estera italiana e identificandosi di nuovo nella leggendaria figura giudaica, nell’autobiografia Dai ricordi di un fuoruscito Salvemini annotò scherzosamente: «Io avevo esauriti i fondi guadagnati in America nel 1927, e non mi parve vero di ritornare a fare l’ebreo errante dell’antifascismo. Finito il corso al New School [di New York] feci un giro di conferenze fino alla California». L’autoironica definizione di «ebreo errante dell’antifascismo» Salvemini la ripeté poi di tanto in tanto anche ai discepoli più affezionati e agli amici più cari. Quella vita errabonda di irriducibile antifascista era durata un ventennio.

Autore: Marco Ignazio de Santis
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