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Salvemini e la “marcia su Roma” Frammenti di storia
15 ottobre 2022

I n estrema sintesi, la cosiddetta “marcia su Roma”, il cui modello fu la marcia di d’Annunzio da Ronchi a Fiume, iniziò con un concentramento di squa- dre paramilitari fasciste male armate e male equipaggiate a Santa Marinella, Orte, Ti- voli, Valmontone, con un distaccamento di “riserve” a Foligno, le quali, confidando nel- la connivenza della maggior parte delle au- torità militari e prefettizie, si diressero verso la capitale del Regno d’Italia, dove comin- ciarono ad affluire il 28 ottobre 1922, con l’intenzione di far cadere il governo retto da Luigi Facta. Decisa il 16 ottobre nella sede del Fascio di Milano, annunciata tribunescamente il 24 ottobre al raduno fascista di Napoli e diretta dai “quadrumviri” Italo Balbo, Michele Bianchi, Cesare De Vecchi e dal generale Emilio De Bono, la “marcia”, ef- fettuata anche a piedi e talvolta a cavallo, ma soprattutto su treni presi d’assalto e su autocarri, non incontrò resistenza, anche se i reparti regi presenti nella capitale, cir- ca 28 mila soldati ben inquadrati e dotati di fucili, mitragliatrici, autoblindo e canno- ni, avrebbero potuto facilmente sbaragliare i 25-26 mila uomini dei raffazzonati e di- sarticolati drappelli fascisti. Vittorio Ema- nuele III, rientrato in fretta a Roma dalla residenza estiva di San Rossore e “consigliato” dall’ammiraglio Paolo Thaon de Revel, dal maresciallo Armando Diaz, dall’aiutante di campo Arturo Cittadini e dal generale Guglielmo Pecori Giraldi, rifiutò di firmare il decreto per indire lo stato d’assedio. A spaventare il re c’era stata anche la no- tizia che suo cugino Emanuele Filiber- to duca d’Aosta, il quale aveva promesso il suo appoggio all’impresa fascista, soggior- nava a Bevagna, presso Perugia, dov’era il quartier generale dell’insurrezione, pron- to a farsi proclamare successore non appena Vittorio Emanuele avesse ripiegato sull’ab- dicazione o fosse stato deposto dai fascisti. Dimessosi Facta e fallito un tentativo com- promissorio di Antonio Salandra, nella sera del 28 ottobre il re fece pervenire l’in- vito a formare di un nuovo governo a Benito Mussolini, che nel discorso di Udine del 20 settembre aveva fatto professione di fede monarchica, ma d’altra parte alla vigilia della “marcia” si era prudentemente bar- ricato nel “fortilizio” cinto da filo spinato del Popolo d’Italia a Milano, a due ore dalla frontiera svizzera, agevolmente raggiungibi- le in caso di fallimento della stessa “marcia”. Intanto, illudendo la classe politica libera- le di essere disponibile a una partecipazione a ministeri costituzionali, aveva trattato te- lefonicamente o mediante intermediari con Salandra, Nitti, Orlando, Facta e Giolitti. Quest’ultimo rimase sino alla fine nella sua casa di Cavour lontano da Roma, resosi or- mai conto della mancanza di una congrua maggioranza parlamentare che garantisse il suo ritorno al governo, nonostante i continui inviti rivoltigli. Prima di essere chiamato a Roma, il capo dei fascisti «brillava per la sua assenza» e solo dopo aver ricevuto il telegramma uffi- ciale richiesto, «nella notte fra il 29 e il 30 ottobre Mussolini varcò il Rubicone in va- gone letto», commenta con humour britan- nico Denis Mack Smith nella sua Storia d’Italia, seguendo Gaetano Salvemini, che non meno ironicamente aveva annotato che il futuro Duce «lasciò Milano la sera del 29, e “marciò su Roma” in vagone letto» nell’o- pera Le origini del fascismo in Italia, scritta intorno al 1943 per gli studenti della Har- vard University. Mentre la storiografia democratica e antifascista colloca al 28 ottobre 1922 la fine dello Stato liberale italiano e l’inizio del regime mussoliniano, il fascismo al potere assegnava a quello stesso giorno con la “marcia su Roma” la prima reboante affer- mazione della “rivoluzione fascista”. Que- sta definizione, però, è stata contestata da quell’avversario irriducibile del fascismo che era Salvemini. Infatti, lo storico osserva: «La marcia su Roma fu una “commedia de- gli errori”. […] La storiografia fascista chia- ma quest’opera buffa una “rivoluzione”». Ma non può essere certo accostata né alla ri- voluzione francese, né alla rivoluzione russa del 1917, che furono eminentemente rivo- luzioni “sociali”. Una rivoluzione sociale, spiega Salvemini, «implica una espropriazione economica e politica, o persino la effettiva eliminazione fisica delle vecchie classi dirigenti. […] Ma in una rivoluzione i capi militari rimangono fedeli al governo regolare, e l’eserci- to è sconfitto dalle forze rivoluzionarie. Nel caso della marcia su Roma, uomini che non erano al potere si impadronirono del go- verno con la connivenza delle autorità mi- litari. Quindi la marcia su Roma dovrebbe essere definita un “colpo di mano” milita- re. […] Tuttavia un “colpo di stato” milita- re è condotto da uomini che occupano nel governo le cariche più alte. […] In Italia, nel 1922, la prima vittima dell’insurrezio- ne fu il Re. Quanto realmente avvenne fu qualcosa di mezzo tra una “sedizione militare” e un “intrigo dinastico”, che sotto la veste di una “rivoluzione popolare” si proponeva di costringere il Re o all’abdicazione o a compiere un “colpo di stato” contro il Parlamento. Trovandosi stretto tra un presi- dente del Consiglio imbecille e una sedizio- ne militare travestita da falsa insurrezione popolare, il Re, piuttosto che abdicare a fa- vore del cugino, cedette al “consiglio”, cioè alla pressione, della cricca militare, e con- tro il suo desiderio condusse il “colpo di stato” antiparlamentare, privando il gover- no civile dei mezzi indispensabili ad una re- pressione legale e affidando a Mussolini la presidenza del Consiglio. Definire come una “rivoluzione” la marcia su Roma significa assolvere le autorità militari e lo stesso Re da ogni accusa di mancata fedeltà allo Statuto, e contornare Mussolini di un alone di “conquistatore rivoluzionario” il quale ha raggiunto il potere dopo Dio sa quante battaglie campali e quante dure prove». Tra l’altro nella mattina del 28 ottobre, quando sembrava prevalere l’intento di pro- clamare lo stato d’assedio, il prefetto di Mi- lano mandò a chiamare Mussolini e lo arrestò. Poi, alle 12,40 dello stesso giorno, l’Agenzia Stefani comunicò: «Lo stato d’as- sedio è revocato» e alle ore 21 il generale Cittadini telegrafò a Mussolini per invitarlo da parte del re a comporre il nuovo gover- no. Il 29 ottobre, allora, fu pubblicato con la data del 27 un proclama del Quadrum- virato scritto da Mussolini. Il proclama sentenziava e incitava: «L’ora della battaglia decisiva è suonata […] La legge marziale del fascismo entra in vigore […] Il fascismo snuda la sua spada lucente per tagliare i troppi nodi di Gordio che irretiscono e in- tristiscono la vita italiana […] Tendete ro- manamente gli spiriti e le forze. Bisogna vincere. Vinceremo». Alcuni anni dopo la redazione delle “Le- zioni di Harvard”, Salvemini nel 1954 tor- nò Sulle origini del movimento fascista in un articolo pubblicato sulla rivista anglo-ita- liana di studi politici Occidente di Torino. In essa si legge: «La marcia su Roma non fu una cimice caduta chi sa mai donde sul- la manica del popolo italiano, ma risultò dall’amalgama caotico di molteplici correnti lontane e vicine, amalgama che ancora due anni prima non era preveduto da nessuno […] Naturalmente, tanto l’antiparlamen- tarismo quanto ogni altro fattore dell’a- malgama fascista, ebbe i suoi precedenti prossimi e lontani nella storia d’Italia […] Ma la combinazione di quei fattori produs- se quella conseguenza – il movimento fasci- sta vittorioso – solamente negli anni 1921 e 1922. E cinque fatti nuovi produssero quel- la combinazione: 1) la crisi di malcontento prodotta dalla prima guerra mondiale; 2) la conseguente vastità del movimento sociali- sta; 3) la stupidità dei socialisti che non sep- pero fare le riforme mentre blateravano su una rivoluzione che non potevano fare; 4) lo spavento di una borghesia stupida e vile che si dette alla reazione proprio quando il pe- ricolo di una rivoluzione era svanito; 5) la partecipazione delle autorità militari a que- sta controrivoluzione preventiva, dalla qua- le speravano ricavare un regime di dittatura militare, e si trovarono invece sbalzate in una dittatura dualista mussoliniana-sabauda mascherata sotto clamori demagogici». Se ci chiediamo dove si trovasse Salvemini quando ebbe luogo la marcia su Roma, troviamo la risposta in un’opera autobiografica, pubblicata nel 1960 col titolo Memorie di un fuoruscito, a cura di Gaetano Arfé, e nel 2002 con quello filologicamente più fedele Dai ricordi di un fuouscito 1922-1933, a cura di Mimmo Franzinelli. In effetti, ad apertura di volume leggiamo: «La marcia su Roma mi sorprese a Parigi mentre tornavo in Italia dall’Inghilterra. Da Parigi scrissi ad Ernesto Rossi che dopotutto Mussolini era preferibile a D’Annunzio». Più esattamente a Rossi il 29 ottobre 1922 Salvemini riferì: «Siamo all’estremo della follia. La crisi non potrà durare a lungo. I fascisti si stroncheranno il collo sulla politica estera e sulla politica finanziaria. Poi sarà quel che sarà. In queste condizioni, che cosa è bene che faccia io? Probabilmente sarò destituito: è il meno che i fascisti possano fare con me. […] Che fare dunque? Che cosa mi consigli tu? Che cosa mi consiglia [Niccolò] Rodolico? Voi, stando sui luoghi, avete una sensazione più immediata della situazione. Va – ti prego – a parlare con Rodolico. E se credete che deb- bo venire, telegrafa a Madame Dauriac, 44 Rue Madame, Pension Famille, Paris, le parole: tutto calmo venite. Se credi che farei bene a rimanere qui, telegrafa: tutto perfettamente calmo». Il 2 novembre, preoccupato per le brutali violenze squadriste, ancora a Rossi aggiungeva: «vedo dai giornali che i fascisti cominciano a scendere fino alle volgarità più repugnanti […] E ti confesso che sarei disposto a correre il rischio di una bastonata o di una revolverata; ma non posso sopportare l’idea di essere rasato e dipinto sulla faccia come [Nicola] Bombacci, o trattato all’olio di ricino come [Olindo] Malagodi». E il 3 novembre, sempre a Rossi, dichiarava: «Mussolini è meno pazzo dei giovinetti fascisti. Ma fuori del fascismo, c’è D’Annunzio, che detesta Mussolini; è il più pazzo di tutti, è il vero direttore spirituale dei fascisti, e aspetta l’ora di buttar giù Mussolini facendo il superfascista e la supercamicia nera. Mussolini si stroncherà nel problema adriatico». Salvemini tornò sull’avvento del fascismo con una testimonianza rilasciata ad Aldo Capitini e pubblicata postuma su Il Ponte di agosto-settembre 1958 col titolo La mia opposizione al fascismo. Fra le varie dichiarazioni si legge: «Debbo, peraltro, confessare che nell’ottobre del 1922, quando lessi in Parigi la notizia che Mussolini era diventato Primo ministro, esclamai: “Meglio lui che un altro”. La mia indignazione contro quei politicanti, come Giolitti, Bonomi, Facta e Salandra, ai quali il fascismo doveva la sua vittoria, e che sarebbero stati primi ministri invece di lui, e la sfiducia nei socialisti massimalisti e riformisti, che nello sciopero generale del luglio precedente avevano dato un’ultima prova della loro inettitudine, e il disgusto prodotto in me dalla notizia che finanche vi era stato un intrigo per con- trapporre D’Annunzio a Mussolini, mi fe- cero vedere la esperienza Mussolini come la meno scellerata che in quel momento fosse possibile in Italia. […] Quel barlume di speranza durò poco. Le infami stragi di Torino nel dicembre 1922 e de La Spezia nel gen- naio 1923 fecero cadere ogni illusione». Nell’eccidio di Torino ci furono ventidue vittime, in quello di La Spezia non meno di sei morti trucidati dai fascisti. © Riproduzione riservata

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