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Salvemini e i tumulti annonari del 1920 a Molfetta
15 marzo 2020

Fra il 1920 e il 1921 una crisi economica internazionale scosse dalle fondamenta le strutture economiche del Regno d’Italia. Mentre, a causa della crisi dell’economia nazionale, l’inflazione e la disoccupazione montavano nel clima sempre più incandescente del secondo anno del “biennio rosso”, a Molfetta insorsero disordini tra la fine di febbraio e i primi di marzo e scoppiarono tumulti il 29 marzo 1920 per il rincaro del pane e la mancanza di farina, mentre la Sezione socialista molfettese si poneva a fianco dei lavoratori per le rivendicazioni salariali e altri miglioramenti. Si tratta di una dolorosa pagina delle vicende di Molfetta, assolutamente ignota alla storiografia locale. Per arginare in qualche modo la disoccupazione, in gennaio e febbraio il regio commissario Gerardo Palmieri, avvocato canosino, aveva fatto continuare i lavori di lastricamento e riparazione delle strade urbane di Molfetta, in atto da mesi. Erano stati disposti anche interventi di sterro per la sistemazione del nuovo quartiere di via Giovinazzo, per le strade comprese tra corso Umberto e via Baccarini e per l’apertura di una strada traversa tra via Terlizzi e via Bitonto in contrada San Simeone, a sud della stazione ferroviaria. Tuttavia non si poteva dare lavoro a tutti i disoccupati, perché le finanze comunali erano ridotte al lumicino. In relazione alle agitazioni di fine febbraio, Gaetano Salvemini, deputato, da Firenze così scriveva il 3 marzo 1920 a Tommaso Fiore, dirigente dell’Associazione Combattenti di Altamura, per organizzare un’azione più efficace contro la disoccupazione presso Meuccio Ruini, sottosegretario all’Industria, Commercio e Lavoro durante il primo ministero Nitti: «Da Molfetta mi scrivono che vogliono mandare a Roma una commissione per trattare con Ruini il problema della disoccupazione per la urgenza dei lavori. Io dovrei accompagnare la commissione da Ruini. Ma vorrei andare da Ruini con le rappresentanze di parecchi comuni: Molfetta, Giovinazzo, Bitonto, Terlizzi, Bisceglie, Altamura. Bisogna far paura al Governo presentandoci in parecchi e minacciando di perdere la pazienza. Se si va uno per uno non si conclude nulla. Dovrebbe per ogni città venire il Commissario Regio o il Sindaco, e un cittadino autorevole (presidente dei combattenti, o segretario della Camera del lavoro ecc.). Voi invitate il Commissario. Se rifiuta, pubblicate il rifiuto e venite per conto vostro. Trovarsi tutti a Roma lo stesso giorno. Avvisarmi per telegramma a Firenze e a Roma alcuni giorni prima. Trovarsi insieme il giorno prima di andare da Ruini per gli accordi. Ognuno venga con le proposte precise: soprattutto lavori di sterro o igienici. Per ogni lavoro, portare la spesa e il punto a cui è la pratica. Mi raccomando specialmente proposte concrete e l’accordo per parecchi comuni. Meglio aspettare qualche settimana per far bene, che far presto e male. Mettiti d’accordo con: avv. Nicola Calia, Bitonto; rag. Sergio Azzollini, Molfetta; prof. Mauro Salvemini, Bisceglie». Mauro, maestro elementare, era il fratello di Salvemini. Della gravità della disoccupazione in Puglia e degli ostacoli frapposti agli emigranti, Salvemini, che in Parlamento pose la questione del ritardo nel rilascio dei passaporti al Commissariato per l’emigrazione, il 6 marzo 1920 informava da Firenze anche il conte Carlo Sforza, allora sottosegretario agli Esteri: «mi prendo la libertà di richiamare la sua attenzione sull’ostruzionismo criminoso, che il Commissariato dell’emigrazione oppone alle domande di passaporti. In Puglia, dove la disoccupazione assume forme minacciose, ci sono migliaia di operai e contadini che vogliono emigrare e non possono: e ve ne sono che tornarono in Italia per la guerra, e hanno la famiglia in America, e spasimano da un anno: è una infamia, che giustifica qualunque rivolta bolscevica! Veda di provvedere: perché così non si può andare avanti». Va comunque aggiunto che, nonostante l’ostruzionismo e le restrizioni, l’emigrazione transoceanica da Molfetta (soprattutto verso gli Stati Uniti e l’Argentina) balzò da 377 persone del 1919 ai 2.705 individui del 1920. Un’impressionante “emorragia” di concittadini più o meno giovani. Agli inizi di marzo, intanto, il commissario Palmieri, sempre più preoccupato dalla gravi-tà della situazione a Molfetta, aveva invitato in riunione i rappresentanti degli industriali, dei pastai, degli spedizionieri, della Carovana facchini e dei “Figli del mare” per individuare i mezzi legali per ottenere lavori finanziati dal Governo. I lavoratori portuali chiedevano che i piroscafi adibiti al trasporto di grano facessero scalo anche nel porto di Molfetta. I pastai domandavano che l’assegnazione di farina e pasta per Molfetta non restasse ridotta come in passato, ma fosse portata alla pari con quella di altre città. Si rilevava pure che urgevano interventi di riempimento al molo foraneo e necessitava la costruzione dell’ultimo braccio di molo per la difesa dai venti di greco e levante. Per il 15 marzo era previsto un incontro a Roma tra il commissario, rappresentanti di categoria e l’on. Salvemini per recarsi dai ministeri competenti. Nella seconda metà di marzo gli operai delle fabbriche di laterizi Messina, De Gennaro & C. e “L’Ardito” scesero in sciopero, costringendo i due opifici a chiudere i battenti. Gli scioperanti rinunciavano alla richiesta delle otto ore lavorative, ma domandavano il riconoscimento della Lega ceramisti e affini e un aumento salariale del 50% per tutta la «ciurma ». In particolare chiedevano 400 lire al mese per i capi reparto specialisti meccanici, 366 lire al mese per i fornaciai, nonché paghe giornaliere varianti dalle 3 alle 7 o 12 lire, a seconda della mansione. La situazione era di estrema gravità. Infatti il 24 marzo o poco prima i rappresentanti di tutti i partiti, società, leghe e circoli di Molfetta inviarono ai senatori e deputati della provincia di Bari, compreso Salvemini, un ordine del giorno col quale chiedevano l’immediata esecuzione di lavori pubblici, come il raddoppiamento dei binari della linea ferroviaria adriatica, un cavalcavia presso il passaggio a livello sulla via Molfetta- Terlizzi (a cui nel 1933 sarà invece preferito un sottovia) e il riempimento dell’ultimo tratto del molo foraneo del porto di Molfetta. In agitazione entrarono anche gli insegnanti elementari per la rivalutazione dei titoli professionali per gli anni trascorsi in guerra. Il Governo concesse i lavori di riempimento per un segmento del molo foraneo. I lavori furono eseguiti dall’Unione Cooperativa ex Combattenti di Molfetta tra l’aprile e il settembre del 1920. Impressionanti furono i tumulti popolari scoppiati a Molfetta il 29 marzo 1920, del tutto indipendenti dal contemporaneo sciopero generale proclamato a Torino sotto la guida dei consigli di fabbrica e del gruppo bolscevico del periodico L’Ordine nuovo. La molla delle agitazioni fu l’insostenibile sottoalimentazione sofferta dai più poveri per la grave scarsità di grano tenero e duro nella provincia di Bari. La causa principale fu l’inettitudine politica delle autorità preposte agli approvvigionamenti, incapaci di trovare risposte concrete al malcontento popolare e alla dilagante disoccupazione bracciantile incrementata dalla massima espansione dei vigneti fillosserati in Terra di Bari, dall’eccezionale siccità dell’annata agricola 1919-1920 e dalla mancata ripresa dell’emigrazione e del pendolarismo stagionale. Le concause vanno ravvisate nella pessima qualità della farina, resa amara dalla presenza di veccia e altre sostanze, e soprattutto nell’esiguità del razionamento di farina e pasta, a Molfetta fermo alle distribuzioni del periodo della Grande Guerra, cioè a razioni di 200 grammi di farina al giorno a persona e 250 grammi di pasta a testa, ma distribuiti saltuariamente dietro presentazione della tessera annonaria. Con la smobilitazione e il ritorno a casa dei militari congedati la situazione si era aggravata, rimanendo invariata la quantità prevista per ciascuna famiglia. L’amministrazione commissariale di Palmieri era riuscita ad ottenere dalla prefettura solo che per Molfetta da un’assegnazione mensile di 3.900 quintali di grano si passasse ai 4.300 quintali e in marzo a 4.568 quintali al mese. Per di più tali quantitativi erano nominali, non reali. Difatti al momento del ritiro, a febbraio su 3.000 quintali di grano si trovarono circa 200 quintali in meno. A marzo da 4.568 quintali, ne arrivarono appena 4.000, che, trasformati in farina con una resa dell’85%, davano non più di 3.400 quintali di farina per la panificazione. Un discorso analogo riguardava il grano destinato alla produzione di pasta. Dei 600 quintali di grano duro assegnati, in realtà ne arrivavano 580, che, ridotti al 75%, davano soltanto 430 quintali di pasta. In marzo, invece di due distribuzioni di pasta alla settimana, se ne era avuta una sola e nella seconda metà del mese neanche una. E tutto questo in una città con circa 52.000 abitanti vincolati all’esibizione della tessera, senza parlare dell’approvvigionamento di cinque istituti e convitti (compreso il Seminario Vescovile, che allora funzionava anche da Regionale), degli alberghi, delle imbarcazioni da traffico e da pesca (per la panatica) e della popolazione fluttuante tra emigrati e immigrati. Per tutte queste ragioni il malcontento della cittadinanza era fortissimo, come era apparso dalle precedenti dimostrazioni di febbraio-marzo. La popolazione era ormai nauseata dalle vane promesse. Il 29 marzo, Lunedì Santo, alle autorità sfuggì di mano il controllo della situazione. Di prima mattina la folla, stanca di attendere il pane dall’Ente Autonomo per i consumi, laddove solo una parte era riuscita a ritirarlo, si diresse al municipio. Qui cominciò a urlare e protestare per la scarsità di pasta e farina, poi si sciolse. Verso le 10, come scrive un corrispondente, «pochi monelli e giovanetti con l’immancabile bandierola rossa» ripresero la protesta, richiamando a poco a poco «più di 3.000 dimostranti». Allora, prima una delegazione di operai e poi gli avvocati salveminiani Giacinto Panunzio e Giuseppe Picca si recarono dal regio commissario Palmieri, chiedendo la requisizione della farina di alcuni mulini e pastifici per distribuirla alla popolazione. I commissari di Pubblica Sicurezza Andriani e Mattia si opposero, perché non c’era una regolare autorizzazione, e il commissario Palmieri laconicamente rispose: «Non posso». Dalla calca tumultuante partì allora una sassaiola, che ruppe i vetri alle finestre del palazzo comunale. L’intervento della forza pubblica sconsigliò atti peggiori, sbandando la folla. Ma poco più tardi, dopo le ore 11, i più disperati ed esagitati, alla testa di una colonna di dimostranti, s’incamminarono verso il pastificio De Gaetano e Maldarelli (già assaltato nel marzo del 1915), che aveva cospicue partite di pasta da consegnare all’autorità militare. Nonostante le assicurazioni che ognuno avrebbe avuto una certa quantità di farina e di pasta, la folla si abbandonò alla depredazione e al saccheggio. Scene simili si ripetettero negli altri mulini e pastifici. Secondo la stima approssimativa del cronista dell’Epoca, sarebbero stati sottratti più di mille quintali di farina e altrettanti di pasta. Peggio ancora, furono compiuti atti vandalici contro i macchinari e rubati sacchi vuoti, ferro e altro materiale. Intanto giungevano da Bari rinforzi di carabinieri, con i quali si caricarono i rivoltosi tentando di placare i disordini. Per fortuna non vi furono né morti né feriti gravi. Con una inchiesta sommaria, l’autorità di polizia arrestò, stando al corrispondente del Corriere delle Puglie, circa un centinaio di persone. Solo dopo i primi arresti tornò la calma, almeno in apparenza. Gli arrestati furono i più scalmanati e riottosi, soprattutto donne e uomini datisi a vendere ad alto prezzo la pasta e la farina rubata, che al mercato nero arrivò fino alle 3 o 4 lire al chilo. Per placare ulteriormente gli animi, il commissario Palmieri dispose la requisizione di un certo quantitativo di pasta affinché non mancasse in città per l’imminente Pasqua. All’intervento della forza pubblica tenne dietro il Martedì Santo (30 marzo), in via Borgo, una «parata coreografica» di donne e uomini arrestati. Questa esibizione il 1° aprile, Giovedì Santo, fu stigmatizzata con un foglio volante dalle Organizzazioni proletarie e dalla Sezione socialista di Molfetta, che contava anche elementi allora in disaccordo con Salvemini e da qualcuno accusata di aver fomentato e preparato i tumulti, cosa smentita dai socialisti ufficiali locali. Invocando pane per i cittadini e libertà per i carcerati, i socialisti molfettesi ammonivano: «Noi, pur accettando le restrizioni dovute alla odierna crisi, non possiamo morir di fame». Dal momento che gli arrestati non venivano rimessi in libertà, il 5 aprile iniziò uno sciopero generale di protesta, che si svolse senza incidenti di sorta. La dimostrazione fu fatta per la scarcerazione dei tumultuanti, ma anche per l’insufficienza degli approvvigionamenti alimentari e per la cattiva qualità della farina. Nonostante la manifestazione popolare, gli arrestati rimasero in carcere, a disposizione dell’autorità giudiziaria. Il giorno dopo lo sciopero si spense. Salvemini, intanto, non era rimasto inerte. Poiché lo stanziamento di grano per la Terra di Bari dai 90 mila quintali al mese del novembre 1919 e dai 99 mila quintali mensili dei mesi successivi, nella primavera del 1920 era stato ridotto ad 85 mila quintali, il deputato molfettese insistette per un aumento presso l’on. Marcello Soleri, commissario degli Approvvigionamenti, ed ottenne per la provincia «la pietà» di 10 mila quintali di grano in assegnamento straordinario sino alla fine di luglio. L’8 aprile Salvemini tenne un comizio a Molfetta. In esso espose il suo impegno per facilitare l’approvvigionamento granario, per favorire l’emigrazione e sollecitare la liquidazione delle pensioni. Quanto all’agitazione bracciantile che era nell’aria, il parlamentare, invitando alla calma i contadini e i braccianti, si dichiarò contrario allo sciopero sia per evitare misure repressive da parte delle autorità sia perché il movimento di protesta non avrebbe avuto l’adesione di tutte le categorie. Il giorno dopo, venerdì 9 aprile, la Lega contadini chiese alle autorità innanzi tutto provvedimenti solleciti per far fronte al grave problema della disoccupazione e degli approvvigionamenti, poi interventi per la trasformazione del diritto di proprietà e infine l’immediata scarcerazione delle persone arrestate durante i tumulti del 29 marzo. La risposta delle autorità era perentoriamente attesa per il giorno seguente, sabato 10 aprile. Il 14 aprile Salvemini, assente in altre occasioni per gl’impegni parlamentari, partecipò come consigliere provinciale alla seduta straordinaria del 14 aprile in Palazzo San Domenico a Bari sullo sfondo della drammatica crisi economica di caroviveri e disoccupazione che travagliava la Terra di Bari. Nel suo discorso sollecitò l’inizio immediato dei lavori per la strada fra Altamura e Grumo, sorvolando sulla formalità di progetti e procedure consuete, contravvenendo così al suo consueto rigorismo, «in vista delle condizioni eccezionali» che si attraversavano e che si temeva sarebbero andate «aggravandosi nei prossimi due mesi». Poiché la replica delle autorità competenti e della classe padronale molfettese non fu corrispondente alle attese, i contadini disoccupati di Molfetta si misero in agitazione e alcuni di loro, seguendo l’esempio di quanto accadeva in altri centri agricoli pugliesi, occuparono alcuni poderi. Mentre a Monteroni, San Giovanni Rotondo, Capurso, Trani e Canosa nel corso del “biennio rosso”, durante i tumulti per il caroviveri contro le amministrazioni comunali, l’intervento della forza pubblica provocò diverse vittime, a Molfetta, secondo la stampa, non ci furono morti. L’invasione di terre a Molfetta spesso non fu una vera e propria occupazione. Si trattò piuttosto di intrusione di braccianti disoccupati per eseguire lavori non domandati o non autorizzati, a cui fece séguito la richiesta di compensi più o meno ragionevoli. L’Alleanza agricola dei proprietari e conduttori di fondi rustici, in contrasto con la Lega contadini, a sua volta protestò per l’accaduto. Accusava i braccianti di essere venuti meno ai patti stabiliti in precedenza, in base ai quali si erano dichiarati propensi a condurre nei loro possedimenti solo il numero di disoccupati proporzionalmente sufficiente alla estensione delle proprie terre. Pur movendo tali rilievi, l’Alleanza dei proprietari si professava disposta a riprendere le trattative, ma queste furono rotte il 19 aprile o poco prima dalla Lega contadini, perché i padroni terrieri avevano deciso di assumere alla giornata, con la paga di 6 lire al giorno, soltanto il numero di lavoratori da loro ritenuto strettamente necessario. Solo alcuni giorni prima, il Partito Popolare Italiano nel suo II Congresso tenuto dall’8 all’11 aprile a Napoli aveva proposto provvedimenti per favorire la piccola proprietà terriera. Sull’altro versante, il Partito Socialista Italiano, nel convegno svoltosi a Milano dal 20 al 21 aprile, respinse la richiesta di proclamare lo sciopero generale nazionale nell’opinione che occorresse tempo per preparare una «forza armata proletaria» e diffondere tra le masse i princìpi comunisti. Sull’invasione delle terre a Molfetta, Salvemini ha lasciato una testimonianza: «Io ho presente allo spirito un episodio, che avvenne al mio paese al tempo dell’occupazione delle terre, nel 1920. Un gruppo di senza terra ebbe la disgraziata idea di andare a occupare non le terre, che i vecchi proprietari erano deliberati a difendere anche colle fucilate, ma un piccolo pezzo di terra di una vedova, che campava miseramente coi suoi figli sulla rendita di quella terra. Non l’avessero mai fatto! L’occupazione del “fondo della vedova” li rovinò moralmente nella opinione dei loro stessi compagni di fatica». © Riproduzione riservata

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