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Ricostruzione critica del federalismo meridionale (III parte)
14 settembre 2008

NAPOLI - 14.9.2008 Nel corso del Novecento, la progettazione teorico-politica, espressa dalla cultura politica meridionale, oscillò tra istanze federaliste, fondate sull'autonomia comunale e/o regionale, ed istanze autonomiste, che in alcuni casi confluirono verso posizioni chiaramente separatiste. All'inizio del Novecento, a partire da una prospettiva liberista in campo economico e democratico-radicale in campo politico, Antonio De Viti de Marco (foto) si fece promotore di un largo decentramento amministrativo di tipo regionalista, senza mai mettere in discussione l'unità politica del Paese. Le posizioni regionaliste dell'economista pugliese poggiavano sull'opinione che il Meridione avrebbe tratto enormi vantaggi dalla più completa autonomia nella gestione dei rapporti commerciali, mentre la politica protezionistica non solo danneggiava il Mezzogiorno ma aveva imposto all'intero Paese il tornaconto economico di una esigua minoranza. Nelle fasi più acute della crisi politico-istituzionale dello Stato liberale così come durante il dibattito dell'Assemblea costituente successivo alla Seconda guerra mondiale, Salvemini non mancherà mai di intervenire per ribadire le sue posizioni federaliste, incentrate sull'ideale dell'autogoverno popolare da realizzare tramite l'autonomia comunale, da lui sempre contrapposta alle semplici dinamiche del decentramento amministrativo e del regionalismo calato dall'alto. Infatti, quest'ultimo, secondo il pugliese, non solo era il frutto di un metodo antidemocratico, ma non era neanche confacente alla tradizione storica, culturale ed amministrativa del nostro Paese. Di contro, nello stesso periodo, nel campo cattolico, Luigi Sturzo, pur avendo originariamente sostenuto la causa del potenziamento delle autonomie comunali, pervenne successivamente su posizioni regionaliste. Infatti, ricusando l'opinione di quanti ritenevano che le regioni in Italia non avessero precedenti storici, egli individuò ventuno regioni sulla base di criteri storico-linguistico-culturali. Secondo il sacerdote siciliano, la Regione doveva essere un ente elettivo- rappresentativo ed autonomo-autarchico con determinati poteri amministrativi, legislativi e finanziari relativi alle materie di sua competenza, quali: la scuola, l'industria, il commercio, l'agricoltura, l'assistenza e l'igiene. L'avellinese Guido Dorso si inseriva all'interno di questo dibattito, dando un'interpretazione precipuamente politica dell'autonomismo, da lui concepito in chiave strumentale come sistema e metodo di lotta esclusivamente politico da distinguere dal federalismo e dal regionalismo, in quanto questi dal piano politico sconfinavano a quello costituzionale. Infatti, secondo lo storico avellinese, l'autonomismo rappresentava lo strumento attraverso il quale realizzare la rivoluzione meridionale - in modo tale da destrutturare il sistema politico giolittiano, a sua volata retaggio di quello risorgimentale -, attraverso l'apporto attivo e consapevole di un'autonoma classe politica rivoluzionaria, capace di aggregare tutte le forze sociali oppresse dal blocco storico allora dominante. Tuttavia, Dorso non escludeva il passaggio dell'autonomismo sui terreni istituzionali e costituzionali del federalismo e del regionalismo, nel caso in cui lo stesso autonomismo non si fosse rivelato uno strumento sufficientemente adeguato a realizzare la rinascita ed il riscatto del Sud d'Italia. Richiamandosi direttamente al filone regionalfederalista dell'autonomismo sardo e del repubblicanesimo di Zuccarini e specificando, così, le proprie posizioni sul versante dell'autonomia per l'affermazione dell'identità storico-culturale sarda, Emilio Lussu indicava nelle Regioni gli organismi politici maggiormente adatti a diventare le unità politica fondamentali dello Stato italiano, in quanto, secondo lo studioso sardo, la storia, il clima, la geografia e la lingua le avevano dotate di caratteristiche specifiche, distinguendole, le une dalle altre, anche sul piano socio-economico. Sulla base di questa specificità e di questa unitarietà, Lussu riteneva che alle Regioni spettasse la denominazioni di Repubbliche, cui dovevano essere attribuiti precisi poteri amministrativi e legislativi in tutti i settori, tranne quello della “legislazione di principio” di esclusiva pertinenza federale. Sempre sul versante dell'autonomismo culturale bisogna inquadrare la figura di Andrea Finocchiaro Aprile, che nel 1943, reclamò il diritto della Sicilia all'indipendenza con la formazione di un governo autonomo repubblicano. Il movimento indipendentista siciliano capeggiato da Finocchiaro Aprile era scarsamente omogeneo, riflettendo al proprio interno istanze ed esigenze difficilmente conciliabili, quali quelle degli agrari e della mafia da un lato, che cercavano di accrescere con il separatismo il loro potere su tutta l'isola, e quelle del movimento contadino dall'altro, che nell'indipendentismo vedeva la condizione del proprio riscatto sociale ed economico. Successivamente il movimento e le posizioni dello stesso Finocchiaro Aprile confluirono sulle tesi federaliste prima e su quelle regionaliste poi. Dopo la seconda guerra mondiale, negli anni della ricostruzione, del boom economico e della Cassa per il Mezzogiorno, la lotta per l'autonomia regionale viene ripresa da un gruppo di intellettuali e politici, riunitisi intorno alla rivista la Voce del Mezzogiorno. Alcuni degli interventi maggiormente autorevoli furono di Giulio De Martino, che denunciò il processo di svuotamento delle Regioni e di burocratizzazione dell'istituto, come conseguenza del progressivo indebolimento del fronte democratico-autonomista. Le critiche da sinistra alla logica centralistico-nittiana della Svimez e della Cassa per il Mezzogiorno non furono in grado di tradurre sul piano politico le richieste di autonomia per le popolazioni meridionali. Salvatore Lucchese
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