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Quando si dice... fortuna ladra
15 giugno 2006

Le spassose disavventure di un ladro (Checco Guarino) non proprio baciato dalla fortuna, tormentato dalle scenate di una consorte morbosamente gelosa (Anna Rita Taldone) e costretto a nascondersi in un orologio a pendolo per non essere colto in flagrante reato, costituiscono il nodo focale del gioco scenico di “Quando si dice... fortuna ladra”, libero adattamento per la regia di Giordano Cozzoli di un atto unico di Dario Fo (“Non tutti i ladri vengono per nuocere”). L'allestimento, in scena presso l'“Auditorium Regina Pacis” di Molfetta, ironizza sulle ipocrisie alimentate a sorreggere due matrimoni della upper class. I funambolismi strategici di un marito (Pierluigi Capurso) che vuole dissimulare il proprio tradimento agli occhi di una moglie apparentemente irreprensibile (Elisabetta de Trizio) finiscono con l'ingenerare equivoci a go go. Tra pendoli dai rintocchi sinistramente frequenti, presunte bigamie, fraintendimenti nati nel corso di telefonate furibonde, omicidi e gambizzamenti soltanto ipotizzati a scopo precauzionale l'atto unico regala sorrisi e diverte con intelligenza. Alla fine, quando il meccanismo perverso azionato dal gioco degli inganni sembra sul punto di implodere e scatenare un'imprevedibile reazione a catena, i furbi buffi protagonisti della pièce decidono saggiamente di non farsi domande, ripristinando le quietanti finzioni che l'abitudine ha rinsaldato. Ma un nuovo ladro è in agguato... Un allestimento pregevole, dal ritmo incalzante; valido mix di estro e ordinarietà le scenografie curate da Michele Sallustio. Bravi gli interpreti: emergono la solida caratterizzazione di borghese di Pierluigi Capurso e lo spiritoso bozzetto di adultera di Antonella Sallustio, svagatamente sofisticata, a tratti ingenuamente diabolica nell'architettare compiaciute fantasie criminali. E poi ancora Checco Guarino, divertente nei panni del ladro sfigato e, a suo modo, candido; Anna Rita Taldone, l'energica e isterica consorte del ladro; Elisabetta de Trizio la moglie fedifraga e cornificata, un po' vipera un po' tonta; Felice Moscato, l'amante della moglie e marito dell'amante. Insomma, un caos gioioso in cui ben s'inserisce il cammeo di Mauro Gesmundo, irresistibile ladro mimo. E mentre le vittime si tramutano in carnefici e i carnefici in vittime, lo spettatore ride delle disavventure di chi, ritenendosi astuto, finisce gabbato o di chi, pur reputandosi “per bene”, si riduce a rubare scampoli di libertà in casa propria.
Autore: Gianni Antonio Palumbo
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