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Principessina Il racconto
15 aprile 2003

Il mare compare frequentemente nelle mie storie, come frequenti sono i racconti ambientati nelle nostre terre. In genere mi lascio affascinare dai luoghi che, quasi automaticamente mi ispirano una poesia. Ma essendo essenzialmente un narratore e non un poeta, la poesia si trasforma in un racconto. E' il caso di questo racconto. D. A. Ottavio giunse a Rodi Garganico fortemente intenzionato a passare una vacanza di tutto riposo senza lasciarsi coinvolgere in quello che era lo stress da ferie a ritmo d'infarto. Niente gite organizzate, niente corse da una chiesa ad un museo, niente serate in discoteca. Soltanto riposo, assoluto. E la natura pareva adeguarsi alla sua esigenza. Baia Santa Barbara si stendeva tra i monti come un largo sorriso e, incredibile a dirsi, non era affollata, anzi bastavano pochi passi in più e un angolino solitario invitava a stendersi al sole dopo un fugace bagno nel mare limpidissimo. La sua giornata rotolava via secondo uno schema abituale. Dopo la spiaggia, in ristorante per un pasto leggero, poi un riposino all'ombra per evitare il sole pomeridiano e infine una bella passeggiata lungo l'arenile con i piedi nell'acqua e la mente sgombra da pensieri. Ma i suoi momenti più belli li passava cercando, tra i vicoletti di Rodi Garganico, quel pizzico di atmosfera surreale tipica di quei paesini a volte dimenticati a volte sommersi da uno sfruttamento turistico esasperato. Fu proprio mentre bighellonava tra le vecchie abitazioni che ascoltò una leggenda. C'era un vecchio che stava riparando la rete di un buffo rastrello col quale pescava, nella sabbia, vongole e datteri, e raccontava a due bimbe, certo per tenerle buone, la storia della 'Principessina'. Molti anni fa, quando Vieste era un porticciolo di pescatori e le spiagge erano meta di rari bagnanti, una nave partì per Venezia. A bordo, con tutto il suo seguito, c'era un Principe con sua figlia. Era una bellissima fanciulla di soli sedici anni. La sua bellezza era tale che, non appena la terra scomparve all'orizzonte, il dio del mare se ne innamorò perdutamente e la pretese in sposa. Grande fu la disperazione del principe che rifiutò stringendo tra le braccia la figlia in lacrime. Infuriato, il dio scatenò una impetuosa tempesta e in breve la nave cominciò ad affondare. Il principe allora supplicò le ninfe di salvare la figlia, in nome della sua felicità. Queste ne furono commosse e, non potendo sottrarre al dio del mare la fanciulla, ricorsero ad uno stratagemma: trasformarono la ragazza in una statua di legno, così non sarebbe mai potuta scendere negli abissi e il dio non l'avrebbe mai avuta. Da quel giorno, da qualche parte del mare, galleggiava una splendida statua lignea. “Questo vuol dire che il mare è cattivo?” “No, non lo è” “Allora vuol dire che è buono?” “No, il mare è semplicemente giusto. Da molto, ma molto pretende. Da vita e vuole vita.” Il dialogo tra le bambine e il vecchio aveva strappato un leggero sorriso a Ottavio che continuò ad ascoltare. “E che fine fece la fanciulla?” “Da allora vagò sulle onde percorrendo in lungo e in largo il mare sotto gli occhi di un dio infuriato che in nessun modo avrebbe potuto averla.” “Così dovrà restare per sempre?” “No. C'è un modo per far tornare in vita la principessina.” “Quale?” Si sorprese a chiedere Ottavia. Poi, sotto lo sguardo delle due bimbe arrossì leggermente temendo di passare per un credulone non ancora del tutto cresciuto. Il vecchio marinaio sorrise con le cento rughe segnate dalla salsedine e rispose. “Ma con un bacio, naturalmente.” E continuò a ricucire la rete. Ottavio tornò al villaggio turistico pensieroso. Da quel giorno le sue passeggiate lungo la riva divennero sempre più frequenti. Aveva nella mente fisso un solo pensiero e, benché si desse dello stupido, il suo sguardo spaziava continuamente su quella tavola piatta che era il mare. Aveva ormai imparato a memoria l'ora in cui al largo passava il traghetto per le isole Tremiti e sperava che le onde alzate dalla nave gli mostrassero qualcosa galleggiare. Ma nulla disturbava la sonnolenza del mare. Era quasi giunto il tramonto. Il sole si preparava al consueto tuffo e man mano che scendeva la sua luminosità mutava consistenza, sino a diventare d'un rosso delicato. La stella era sparita da pochi minuti quando Ottavio decise di non tornare indietro come faceva di solito per non far tardi alla cena, ma di continuare la passeggiata. Fu forse lo straordinario colore del crepuscolo, o un inconscio presentimento a spingerlo a proseguire oltrepassando una roccia poco distante che affondava nel mare come uno sperone. Per aggirarla dovette entrare nell'acqua tiepida e calma. Superò l'ostacolo. E qualcosa attirò la sua attenzione. Un grosso oggetto, parzialmente poggiato sulla battigia, era mosso leggermente dalla risacca. Il cuore gli balzò in gola e le gambe cominciarono a tremargli per l'eccitazione. Si avvicinò con incredibile cautela. Era una statua. Di legno. Mille pensieri gli turbinarono nella mente, mille ipotesi, ma una su tutte. Cancellò con una scrollata di capo ogni sciocco vaneggiamento. Poteva essere una polena, anche se sarebbe stato estremamente raro trovarne una. Dopo centinaia di anni di immersione poteva essersi staccata da qualche vecchissima nave sommersa. Quel tratto di costa ne era pieno. Si avvicinò. Era una statua di una giovane donna in abiti antichi. Bellissima. Malgrado ogni senso logico gli urlasse il contrario, non ebbe dubbi. Era lei, incredibilmente lei. Restò per molto tempo imbambolato, con l'acqua sino alle ginocchia, a fissare quel volto stupendo. La luna era sorta da poco. Presto avrebbe raggiunto l'apice del suo arco per poi calare. Non era però ancora buio. Ottavio trascinò la statua all'asciutto senza levarle gli occhi di dosso. In estatica contemplazione. Cosa fare? La domanda pareva sciocca, l'idea fissa era sempre quella, ma molto più sciocco si sarebbe sentito lui a baciare un pezzo di legno… anche se mirabilmente scolpito. Perché… in fondo… era soltanto una statua. Si guardò intorno. nessuno. Cosa ci perdeva a provare? Un giorno avrebbe certamente riso di se stesso per quel gesto, per quel pensiero assurdo, però vivere con il dubbio… per sempre… Il cuore gli batteva all'impazzata quando si chinò e delicatamente poggiò le sue labbra su quelle della statua. Si risollevò di scatto pensando a chissà quale evento straordinario. Ma ovviamente non accadde nulla. Si diede dell'imbecille e tornò a guardarsi intorno temendo che qualche pescatore avesse assistito al suo gesto ridicolo. Frettolosamente tolse dalle ginocchia i granelli di sabbia rimasti attaccati e cercò con lo sguardo un posto qualsiasi per nasconderla. Una statua come quella avrebbe fatto bella mostra di sé in casa sua e sarebbe stata l'invidia dei suoi amici ai quali avrebbe detto di averla pagata una cifra enorme, ma… I suoi pensieri gli si impietrirono. Qualcosa si era mosso. Forse un granchio vicino alla mano della fanciulla o qualche guizzo d'ombra in quel delizioso crepuscolo. Guardò meglio. E con un brivido vide le dita contrarsi. Fece letteralmente un balzo indietro spaventato. Certo, aveva sempre desiderato che quella leggenda fosse vera, ma nell'intimo non che ci credesse proprio e davanti a quel prodigio la sua reazione fu di paura. Pian piano il colore della ragazza raffigurata dalla statua cambiò diventando eburneo, poi rosa. La palpebre sbatterono come quando ci si sveglia da un lungo sonno e il petto dal seno appena accennato cominciò a sollevarsi e ad abbassarsi ritmicamente. E fu viva. Come soltanto il giorno prima si fosse addormentata. I suoi occhi verde mare ruotarono intorno e finalmente si posarono su di lui. Un sorriso accese il suo bellissimo volto… e il cuore dell'uomo. “Finalmente!” poi “Vi ringrazio, signore.” Si sollevò a sedere e tentò di alzarsi, ma parve cosa difficilissima. Ottavio riuscì a scuotersi dal torpore che l'aveva invaso e con timore ma senza esitazione le si avvicinò per aiutarla. L'afferrò per la sottile vita e la sollevò con delicatezza estrema, quasi temesse di romperla. “Grazie ancora.” la sua voce era più melodiosa di un cinguettio, la sue espressione affascinante. Ora l'aveva di fronte. Arrivava appena al suo mento. E… e lui l'aveva toccata. Aveva la fragranza del mare stesso, capelli sottilissimi e profumati. “Qualsiasi parola non riuscirebbe a esprimere la gratitudine che porto nel cuore per voi, mio signore. Vi concederò quello che soltanto un Principe potrebbe sognare di ottenere.” Con semplicità, quasi impacciata, si sollevò sulla punta dei piedi per raggiungere le labbra dell'uomo e, sfiorandolo col giovane corpo, gli diede un bacio dolcissimo. Girandole di rutilante piacere gli illuminarono a guizzi l'anima. Avrebbe voluto… forse poteva… doveva fare… Non ebbe il tempo di decidere. Il colore della sua pelle cominciò a mutare e il corpo a irrigidirsi. Il suo ultimo pensiero fu che gli pareva di sentirsi di legno. Donato Altomare I libri di Donato Altomare sono in vendita presso la libreria Corto Maltese a Molfetta in via M. di Savoia, 106.
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