Vincenzo Mariani, Marcello Malamisura, Corrado Minervini, Marcello Carabellese, Sergio Magarelli
MOLFETTA - L’intervento che segue è ispirato all’articolo riportato nell’edizione cartacea della rivista “Quindici” del mese di settembre, curato dallo stesso autore (pagg 36 e 37). È stato pronunciato, più o meno fedelmente, come introduzione alla presentazione del rapporto della Banca d’Italia sulla economia della regione Puglia, organizzata dalla Fondazione Musicale Valente ed effettuata da esponenti della Sede barese dell’Istituto. L’incontro è stato tenuto nella sala Beniamino Finocchiaro del chiostro di San Domenico, il tardo pomeriggio del 15 di settembre. La pubblicazione ha l’intento di raggiungere, con un primo contatto, anche chi non ha potuto partecipare all’iniziativa di divulgazione, nel corso del quale sono stati altresì rappresentati i risultati delle elaborazioni e delle analisi condotte dagli esperti di un Istituto che, con la propria attività, diffonde conoscenza, dando lustro internazionale al nostro Paese. A quei dati ed informazioni raccolti è stata data dai relatori della Banca d’Italia, con accurata professionalità, voce, anima e intelligenza, mai con giudizi precostituiti o partigiani ai quali asservire strumentalmente la propria attività. Credo che questo impegno si collochi quanto più vicino possibile alla ricerca della verità.
Il mondo non è mai stato così ricco. E così poco equo.
Il mondo non è mai stato così ricco. Dal 1960 a oggi il prodotto lordo mondiale, a prezzi costanti, si è moltiplicato per nove e sfiora i 100 mila miliardi di dollari.
Sulla equa ripartizione, ci sarebbe probabilmente qualcosa da rivedere! L'uno per cento più ricco possiede il 43,8% della ricchezza globale; la metà più povera dell'umanità lo 0,52%. In cinque anni i patrimoni dei miliardari sono cresciuti di oltre l'ottanta per cento. Lievita la torta, ma quelli ammessi a tavola sono sempre meno, anche se la fascia in totale indigenza si è parecchio assottigliata.
Né l'innovazione tecnologica e la conoscenza avanzata sono mai state promesse così foriere di progresso: intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche, fusione nucleare, sanità predittiva… vedremo se le manterranno!
Al tempo stesso, proliferano i conflitti: nel 2025 ne sono stati censiti 65 con almeno uno Stato coinvolto, il numero più alto dal 1946. Dove non tuonano le armi, ci sono barriere, vincoli e dazi. E c'è una competizione meno visibile, ma più decisiva e spietata: quella per il possesso del sapere, della scienza, dell'immensa base informativa dei big data e degli strumenti per utilizzarla. Nella sola intelligenza artificiale, si annunciano investimenti stimati in oltre 500 miliardi di dollari negli Stati Uniti, più di due terzi di quella cifra in Cina, meno della metà in Europa.
Il mondo si sta sempre più polarizzando intorno a centri di potere, talvolta non facilmente riconducibili ad uno specifico ordinamento giuridico (come, ad es., le BIG TECH), che tendono a estendere la propria influenza sui Paesi e sulle loro risorse, influenzandone il sistema produttivo e la rete sociale; le contrapposizioni non sono solo di eserciti schierati e armi offensive, ma si utilizzano standard tecnici, capacità di calcolo, catene di fornitura, valute di regolamento…
Mario Draghi, co-Presidente e fondatore del Rhine Group, ha delineato la questione europea senza attenuanti, nel suo ultimo lavoro: “competere o sparire”. Per recuperare competitività e ruolo mondiale, sarebbe necessario un salto di investimenti nell'ordine di almeno 800 miliardi di euro l'anno, 1.200 considerando anche le esigenze della difesa, altrimenti l'Europa andrebbe incontro ad una inevitabile lenta agonia.
L'Unione sa scrivere le regole, pensando anche ai diritti e al benessere delle persone e delle generazioni future, così come all’ambiente e alla questione tecnologica: il problema è la tempestività delle decisioni e l’efficacia dell’azione. Regoliamo meglio di tutti un'innovazione che in gran parte lasciamo produrre altrove.
Il nostro ambito economico di riferimento più diretto, l’Unione Europea, sta cercando di porre in essere una strategia comune per far fronte ai messaggi che il pianeta ci manda, ormai senza tregua, con funesti e distruttivi eventi estremi; ma questi warning appaiono sempre meno come eccezioni, caratterizzando ormai la quotidianità.
Se il 2024 è stato l'anno più caldo registrato in Italia dal 1961, il 2026 mostra già la tendenza a superarlo (per i mesi estivi, ha già oltrepassato l’estate record del 2003). Alcune stime quantificano in 180 miliardi di euro - praticamente, l’intera crescita dell’anno - l'impatto negativo di caldo, incendi e siccità sul prodotto europeo nella sola estate 2026, con conseguenze non trascurabili sui processi di lavoro e sulla produttività. Di questi, 22 miliardi resterebbero a carico del nostro Paese.
La risposta europea si muove lungo linee che non sempre vanno appieno nello stesso verso: da un lato, le direttive di semplificazione europee in materia, in parte già recepite (pacchetto Omnibus I), ridurrebbero drasticamente la platea di chi deve rendicontare cosa ha fatto in materia di sostenibilità: in Italia, il coacervo interessato si contrarrebbe dell’85%; d’altra parte, dall'undici gennaio di quest'anno, gli orientamenti dell'Autorità bancaria europea (EBA) impongono alle banche di integrare i rischi ambientali, sociali e di governance nella valutazione del merito di credito.
Le ipocrite pratiche di greenwashing, invero, non dovrebbero reggere molto al vaglio del merito di credito. Le asserzioni generiche si scrivono in una brochure; non si sostengono in un'istruttoria di fido, dove si chiedono contratti, consumi, coperture, piani di investimento.
D’altro canto, il principale indicatore segnaletico, il Green Asset Ratio (GAR), che misura quanta parte degli attivi bancari è allineata alla tassonomia europea, nel nostro Paese registra un livello (1,68%) inferiore alla media europea (2,61%) in parte non trascurabile proprio per la composizione dell’indice. Una restrizione della platea di imprese che segnalano potrebbe incidere ulteriormente e, potenzialmente, incentivare un diverso orientamento dei flussi di credito, penalizzando proprio chi, per la minore complessità operativa, è stato esonerato dalla rendicontazione.
Alle criticità ambientali, si sommano duramente, nel nostro Paese, quelle sociali, dove il driver dovrebbe essere l’inclusione. L’11 settembre l’ISTAT ha confermato che gli occupati in Italia, compresi gli over 65 che lavorano ancora, sono 24,4 milioni; una crescita non trascurabile dell’1% annuo.
Se guardiamo alla fascia delle persone in età lavorativa (15 – 64 anni), gli occupati, comunque sempre in crescita, sono circa 23,5 milioni su 37 milioni di cittadini (63,5%). Nel confronto europeo, peraltro, siamo in fondo alla graduatoria del tasso di occupazione, con oltre 8 punti percentuali di distacco dalla media. Considerato il milione e mezzo circa di disoccupati, restano, pur se in calo, ancora 12 milioni di inattivi; di questi quasi due terzi sono donne, molte con livelli di istruzione elevati. Non tutti costituiscono capacità produttiva inutilizzata, molti hanno motivi di studio, salute, o cura familiare per non lavorare. La criticità sta nel distinguere quanto è scelta e quanto vincolo non rimosso.
L'occupazione cresce soprattutto per gli over cinquanta, mentre cala per i giovani (15 – 24 anni). La disoccupazione giovanile resta un multiplo di quella generale, assottigliando per loro un mercato del lavoro non sempre accogliente.
La buona notizia è che l’occupazione femminile cresce più di quella maschile. La parte meno buona è che il divario di genere resta ancora molto elevato e che la crescita interessa in gran parte le forme a orario ridotto: il part time riguarda il 30% delle occupate contro il 7,5% degli occupati, quattro volte tanto. Ai vertici manageriali la situazione non migliora: nei consigli delle società quotate le donne sfiorano il 44%, ma le amministratrici delegate sono 17 su 185 aziende considerate, meno dello scorso anno.
Poi ci sono quelli che vanno altrove, gli espatriati. Fra il 2014 e il 2024 l'Italia ha perso, al netto dei rimpatri, oltre 670 mila cittadini, in larga parte giovani, non pochi con elevati livelli di istruzione. Li cresciamo, curiamo e formiamo e li mette a frutto qualcun altro, altrove.
Intanto, la popolazione italiana diminuisce. Nel 2025 sono nati 355 mila bambini: il minimo dal secondo dopoguerra. 1,14 figli per donna, contro il 2,1 che servirebbe soltanto a non arretrare. Oltre il 62% di chi rinuncia ad avere figli dichiara di farlo per ostacoli economici, lavorativi o sociali. Una donna su due teme conseguenze sulla propria carriera in caso di maternità. E oltre 3 milioni di donne risultano inattive per motivi familiari.
Non stiamo perdendo il desiderio di avere figli, stiamo lasciando andare le madri. Questo Paese continua a rendere difficile tenere insieme in equilibrio vita e lavoro, soprattutto per le donne, peggio se altamente scolarizzate, perché la maternità è ancora percepita, da chi la vive e più spesso da chi assume, come un costo anziché come un investimento prezioso della collettività.
È un fallimento economico prima che sociale: nessun sistema produttivo sopravvive al deterioramento della propria base demografica.
L'inclusione di ogni diversità non è una sofisticata gentilezza. È una necessità di sopravvivenza economica. Un Paese che fatica ad assicurare equilibrati livelli occupazionali, che espelle i suoi laureati e non agevola la genitorialità, non ha grandi margini per selezionare e formare il proprio capitale umano.
Queste criticità non si risolvono con slogan sonori ed accattivanti, ma con un’azione Politica vera, quotidiana, difficile, faticosa, lungimirante. Non bastano gli incentivi, che perlopiù durano quanto le regole che li governano, né la sola regolamentazione.
Una delle leve più potenti e durature, invero, può essere la conoscenza. Che va diffusa, innanzitutto, perché genera competenza e consapevolezza: una conoscenza concentrata è potere, una conoscenza diffusa è progresso. Consolidata, perché ciò che si apprende e non si pratica evapora. Adattata al contesto, perché una competenza eccellente nel posto sbagliato non produce nulla. Fortificata, con gli algoritmi etici di responsabilità e rispetto, coltivati sin da piccoli. Nonchè usata per far crescere il pensiero critico e la capacità di adattamento: le capacità che restano più utili quando tutto cambia sotto i nostri piedi e la tecnologia potrebbe sostituirci rapidamente ovunque, cominciando dai lavori più routinari.
Ed è una strada che porta lontano, perché la conoscenza è l'unica cosa che, distribuita, non si divide: si moltiplica. Supera le barriere e le rende inutili. Fa con le diversità l'esatto contrario di quello che fa la paura: le trasforma da problema da fronteggiare in patrimonio da mettere a frutto.
La conoscenza è il miglior ambasciatore del progresso. Pace e Progresso sono complementari, quasi sinonimi: non c'è progresso duraturo dove non c'è pace, e non c'è pace stabile dove non c'è progresso condiviso. L'uno non esiste senza l'altro, e chi pensa di avere l’uno sacrificando l’altro scoprirà, come è già accaduto, di averli persi entrambi.
Resta una domanda sullo sfondo. Non è che mondo vogliamo: quella risposta è sempre perfetta, ma lontana anni luce dalla realtà. E neppure che mondo ci meritiamo: sapremmo forse rispondere, ma è un giudizio che non spetta a noi. La domanda vera è quale mondo intendiamo meritare. Perché «intendiamo» porta dentro decisione, impegno e responsabilità: dichiara un'intenzione, perciò vincola.
Quello che è in gioco è la possibilità di preservare un futuro all’altezza delle nostre capacità, delle nostre aspettative, dei nostri sogni. Per noi e per chi verrà.
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Autore: Sergio Magarelli