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Politecnico barese nel caos: rischio blocco totale per colpa della Finanziaria Dal 25 giugno probabile sciopero dei ricercatori contro il governo Berlusconi e i tagli ingiustificati all'Università
23 giugno 2010

BARI - Trema il Politecnico di Bari per le mosse del Governo, racchiuse nella Finanziaria e nel disegno di legge voluto dal ministro Gelmini che “Potrebbe essere approvato entro l'estate”. I ricercatori dell'Università stanno avviando la sospensione di tutte le attività didattiche a loro affidate: lezioni frontali, ricevimenti, appelli e supporto per le sedute di laurea. Gli studenti, irrimediabilmente coinvolti, ed essi stessi colpiti direttamente dalle mosse di Roma, proporranno un unico fronte, alzando il tiro e chiedendo che le tasse non vengano aumentate.

Ora si attende il Senato Accademico, il 25 giugno, che potrebbe porre la firma sotto una delle più grandi proteste mai realizzate contro l'attuale Governo.
 
La situazione a Bari
Attualmente più del 60% dei corsi tenuti sono gestiti da ricercatori. Pur non avendo obbligo contrattuale né compenso per le lezioni frontali, oltre le 350 ore nelle quali possono sostituire il professore ordinario, ormai, da diversi anni, l'attività didattica si basava sull'attività di tali figure. I professori, ordinari o associati, infatti, non sono in numero sufficiente a gestire l'elevato numero di iscritti.
Il dato è in linea con la situazione nazionale.
 
La scossa
Con il disegno di legge la Gelmini va ad intaccare principalmente la figura del ricercatore. I contratti a tempo indeterminato sarebbero sostituiti da contratti triennali che però non potranno coprire un arco di tempo superiore al decennio, anche in modo non continuativo. Poi, o si diventa professore associato e si passa, quindi, dalla terza alla seconda fascia, oppure si cambia mestiere.
Ancora: riduzione della rappresentanza studentesca in seno a Senato Accademico e CDA, che dovrà essere presieduto da una figura esterna. La gestione delle borse di studio verrebbe di fatto assegnata ad una S.p.a. Stravolgimento in un DDL che nel suo testo vede per 15 volte ripetuta la formula: “senza oneri aggiuntivi a carico della finanza pubblica”.
La finanziaria del Governo invece provoca un taglio di fondi dell'ordine dei 660 milioni di euro per l'istruzione e 150 milioni per la ricerca. Congelati gli stipendi per il personale accademico, dal ricercatore al professore ordinario.
Il rischio è che le tasse specialmente al Sud possano essere triplicate, ammesso che si possa avviare il nuovo anno accademico. Non solo fuga di cervelli dall'Italia, ma di studenti da un Meridione che sarebbe incapace di fronteggiare i costi dell'Università.
 
La reazione barese
I ricercatori, già da alcuni mesi in movimento hanno risposto, infatti, con la minaccia del blocco delle attività didattiche. Niente lezioni, esami e sedute di laurea, che, i professori, dato il loro numero insufficiente, non potrebbero gestire da soli. Stanno, del resto cercando, la collaborazione degli stessi docenti perché un blocco totale, piuttosto che limitato ai loro corsi, sarebbe ancora più clamoroso. E' stato redatto un manifesto, con alcune proposte, che sarà presentato al Senato Accademico, per evitare lo scenario suddetto.
In un Palazzo dalle deboli fondamenta centinaia di studenti che da un lato vedono loro negato il diritto allo studio, da parte dei ricercatori, e dall'altro sono senz'altro dalla loro parte, consapevoli che la linea del legislativo rischia di portare alla chiusura il Politecnico, scongiurabile solo con un aumento vertiginoso delle tasse (probabile fino al 300%). I rappresentanti di Studenti Democratici, organizzazione di rappresentanza studentesca di maggioranza, in quel del Politecnico di Bari presenteranno anch'essi un documento nella stessa sede. Principali punti: il congelamento delle tasse e la garanzia che, una volta rientrata la protesta, il personale accademico si protrarrà per assicurare il numero minimo di appelli e sedute di laurea, recuperando nei mesi successivi. Infine ci sarebbe da capire come gestire le scadenze delle diverse borse di studio, legate ad un numero minimo di esami da svolgere.
 
A livello nazionale...
Le cose vanno anche peggio dato che, circa 5.000 ricercatori (fonte “La Repubblica” n.d.r.) non potendo attivarsi a luglio (molte realtà universitarie hanno quasi concluso i lavori), sarebbero determinati a non accettare gli incarichi di docenza e quindi affondare definitivamente la realtà universitaria italiana, quantomeno sino ad una correzione di rotta romana.
 
I probabili scenari a Bari
Di seguito alcuni degli sviluppi più probabili a breve termine.
5% Il Governo modifica prima del 25 giugno.
60% Il 25 giugno, riunitosi il Senato Accademico si trova un accordo di sorta tra ricercatori, professori, rettorato e studenti. Si procede con la protesta che, ci si augura, venga gestita da un tavolo trasversale. In questo caso si avvierebbe un blocco completo delle attività, non solo didattiche, ma anche di ricerca. La protesta sarebbe certamente fino al 15 luglio per proseguire eventualmente a ridosso dell'inizio di agosto, se non ci fossero aperture dalla capitale.
E' sicuramente il modo più efficace per contrastare le mosse romane ma non si rispetterebbero i rispettivi contratti (i professori hanno l'obbligo dell'attività didattica come i ricercatori quello di ricercare).
25% L'accordo è solo tra studenti e ricercatori, oltre ad una minima parte di professori. La protesta perderebbe sicuramente d'intensità specialmente se, comunque, si continuasse a fare ricerca. Una parte degli studenti avrebbe la possibilità di fare gli esami a luglio; chi segue con professori ordinari o associati e così si creerebbe disparità di trattamento con i laureandi che hanno seguito corsi tenuti da ricercatori.
10% Non si trova accordo neanche tra studenti e ricercatori. In quest'ipotesi gli ultimi hanno già annunciato che la loro protesta proseguirà. Gli studenti, determinati a fare gli esami, facendo leva sul loro diritto allo studio, potrebbero richiedere all'amministrazione di istituire Commissioni, di tre professori, per svolgere gli esami. In questo caso le domande manderebbero in tilt l'amministrazione e i professori sarebbero chiamati a gestire un lavoro abnorme.
Al momento è necessario attendere il Senato Accademico. Poi gli aggiornamenti non saranno solo dovere di cronaca ma necessità, voce di un mondo universitario mai così sottovalutato.
 
© Riproduzione riservata
Autore: Sergio Spezzacatena
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"......sembra quasi che la cultura sia un'onta e che tutto sia riducibile a quantità. Tutto, ogni cosa. Non solo la cultura dobbiamo difendere. Dobbiamo rispiegare da zero alcune cose che avevamo assunto per fondamenta: il valore delle regole, dell'onestà, della legalità, della dignità, della coesione sociale. Si sono sfaldate mentre stavamo nelle classi: senza accorgercene ce le siamo fatte levare una ad una quelle certezze. Siamo rimasti così: oltre ai gessetti ci hanno tolto anche la terra da sotto i piedi. La terra delle quantità al posto dell'humus delle qualità. Tutto è quantificabile, solo quantificabile. Soldi che sono sprecati, soldi che servono ad altro, e intanto le nostre scuole crollano a pezzi. Il che la dice lunga su quale sia la scale delle priorità di chi governa oggi. Oggi le scuole migliori si pagano, è sempre stato così. Ma non da far diventare sempre peggiori quelle destinate ai più. Abbiamo un ministro che ci ha tagliato i fondi. Non solo quelli che hanno buttato per strada migliaia di colleghi, ma ha tagliato i fondi per evitare che i miei "Giovanni" siano curati uno ad uno, che siano rimessi nelle stesse condizioni dei "Pierini" più fortunati per operare una scelta. Allora a che serve battersi per una scuola pubblica? A che serve se nessuno si rende conto che quella ad essere messa davvero in discussione, con la ditruzione della scuola pubblica italiana, è la natura stessa della democrazia? Chi vuole veramente assicurare ai nostri figli oggi quel pensiero critico e libero che solo una scuola pubblica sana e voluta da tutti potrebbe ottenere? Perchè che senso ha denunziare la criminalità e l'illegalità e il non rispetto delle regole se poi si tace di fronte alle cause primarie della criminalità diffusa e dell'assenza di valori sani e di cultura? Il valore di un popolo è direttamente proporzionale al valore che attribuisce alla scuola e alla conoscenza. E mi rattrista........"(Tratto e stringato da: Microlega - di Mila Spicola)

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