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Pesca, il governo si rimangia il decreto-sicurezza Torna il fermo tecnico col divieto di lavorare nei giorni festivi
15 marzo 2003

Una vera e propria levata di scudi, una sollevazione generalizzata che ha visto protagonista (quasi) tutto il mondo della pesca, è stata quella contro il decreto-legge che intendeva introdurre una totale liberalizzazione delle giornate di pesca, approvato il 13 febbraio scorso dal Governo, dopo il naufragio del motopesca molfettese “Cunegonda” al largo del Montenegro. Una mobilitazione evidentemente inattesa e che ha indotto il sottosegretario per le Politiche Agricole, Forestali e Pesca, on. Paolo Scarpa, a sospendere l’efficacia del provvedimento tanto contestato e a rilanciare la necessità di un imprescindibile dialogo tra tutti i settori di questo comparto, così vitale per molte aree del Paese. In sostanza, è una guerra tra poveri: gli armatori della flotta peschereccia che chiedono di poter pescare anche nei giorni festivi, recuperando le giornate di inattività per maltempo e la “piccola pesca” che teme di trovare solo le briciole in un mare sempre più deserto e poco pescoso. Il decreto legge “incriminato” sanciva, infatti, la completa liberalizzazione delle giornate di pesca stabilendo che le imbarcazioni operanti entro le 40 miglia dalle coste per uscite non inferiori a 48 ore avrebbero potuto effettuare la loro attività per un massimo di 20 giornate di pesca mensili, a prescindere dalle interruzioni tecniche e dalle festività. Una vera e propria rivoluzione, auspicata da tempo da alcuni (le associazioni degli armatori, in primo luogo) ma fermamente avversata da altri, in particolare dalle cooperative del settore. Le principali organizzazioni di queste ultime, la Lega Pesca e la A.G.C.I. Pesca, hanno subito espresso il loro “sconcerto” e la loro sorpresa per un provvedimento da respingere sia nella forma che nei contenuti. “In primo luogo – si legge in un comunicato congiunto delle due associazioni – non siamo stati in alcun modo informati dell’intenzione di emanare un simile provvedimento, che ci siamo trovati di fronte già firmato, senza che fossero stati per altro consultati né il Comitato tecnico-scientifico né il Parlamentino: due commissioni che, secondo le norme vigenti, sono chiamate ad esprimere il proprio parere in materia di gestione”. Ma le critiche al decreto non si fermano certo qui: “Nel merito – si legge ancora nel comunicato – riteniamo che il decreto, sancendo la totale liberalizzazione, porterà conseguenze gravissime per la salvaguardia delle risorse, del lavoro e dei mercati. Aumenteranno i giorni di pesca che teoricamente potrebbero raggiungere i 240 giorni/anno, contro la media dei 162 attuali, in dispregio di qualsiasi misura di tutela delle risorse: un premio peri furbi, visto che ciascun armatore potrà decidere autonomamente in quali giorni pescare senza rispettare usi e consuetudini locali, con conseguente aumento della conflittualità tra le diverse marinerie e mestieri di pesca. Tutto questo senza considerare il caos che si verrà a creare per la commercializzazione dei prodotti con una propensione a sfuggire dai canali ufficiali”. E concludevano, la Lega Pesca e l’A.G.C.I. Pesca, sottolineando come “siamo ormai alla totale assenza di qualsiasi consultazione democratica, che ricostringerà a prendere urgenti decisioni per salvaguardare il settore e per non mortificare il ruolo e la funzione della cooperazione, del sindacato e della ricerca”. A fronte di questa dura presa di posizione da parte delle organizzazioni rappresentanti di categoria, il sottosegretario Scarpa ha deciso in primo luogo di sospendere l’efficacia del provvedimento (anche se non appare ancora chiaro se sia stato ritirato o si tratti solo di una misura temporanea) e poi di lanciare, tramite gli organi di stampa, un appello “per una ripresa del dialogo in un clima di naturale e tradizionale rispetto”. Proposta accettata di buon grado dalle organizzazioni di categoria che “propongono – come si legge in una nota del 24 febbraio – di avviare questo rinnovato rapporto con un confronto alla pari, a partire dall’esame delle tante e diverse emergenze che minano la crescita e lo sviluppo dell’economia ittica”. E per affrontare i temi sul tappeto le due associazioni prospettano “l’apertura di tavoli specifici per individuare strategie, strumenti e priorità, a breve scadenza considerati tempi e ritardi già accumulati, nella filosofia della tavola rotonda: eliminando ogni idea di preminenza fra i partecipanti”. Insomma, si ricomincia a trattare, mentre il settore continua ad essere attanagliato da una crisi sempre più grave dalla quale non riesce proprio ad uscire. Giulio Calvani
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