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Omicidio in pieno centro: ammazza il padre che lo maltrattava Un delitto che si aggiunge a un clima di illegalità diffusa: la gente ha paura e chiede più sicurezza
15 luglio 2006

Ha ucciso il padre, Mauro Spaccavento di 57 anni, dopo continui contrasti familiari. E' accaduto la sera del 10 luglio, alle 19,30, in vico 1° San Gennaro (nella foto) una traversa della centralissima via Pansini. Autore dell'omicidio è Leonardo Spaccavento, 23 anni, che ha confessato, come hanno comunicato i magistrati del tribunale di Trani nel corso di una conferenza stampa. Le indagini sono state condotte dal Pm della Procura dott. Michele Ruggiero, che è riuscito facilmente a risalire all'assassino, figlio maggiore della vittima, Mauro Spaccavento, 57 anni, che ha raccontato di avere avuto una discussione con il padre prima dell'omicidio. Per i carabinieri di Molfetta scoprire l'assassino è stato facile, anche perché già dalla sera dell'omicidio, nel quartiere si faceva il nome di Mauro, che veniva indicato come vittima delle vessazioni del genitore, che lo avrebbe umiliato spesso davanti ad amici e conoscenti. L'uomo aveva agito a volto scoperto, girando la testa prima di sparare i 4 colpi fatali contro il padre e si era allontanato con un'automobile di colore chiaro. Gli inquirenti hanno poi trovato quattro bossoli calibro 9 corto sul luogo dell'agguato. Mauro Spaccavento aveva precedenti penali per traffico di stupefacenti (operazione Reset) ma le indagini sin dalle prime battute hanno consentito di individuare nel figlio, anche lui con precedenti penali, il presunto autore dell'omicidio. Leonardo Spaccavento è accusato di omicidio aggravato e porto illegale d'arma da fuoco. La ricerca dell'arma, gettata in mare in zona Torre Calderina, non ha dato esito positivo, mentre si è consegnata spontaneamente ai carabinieri la signora Susanna Maldera, 24 anni incensurata, amica d'infanzia di Leonardo, dichiarando di aver fornito lei la pistola a Spaccavento, un'arma non registrata che deteneva illegalmente a casa sua. La donna è stata arrestata con l'accusa di concorso in omicidio aggravato e porto illegale di arma da fuoco. L'automobile, una Fiat Brava, utilizzata dall'omicida e di proprietà di una delle sorelle, è stata sequestrata. «Una lucida follia che ha messo fine ad un rapporto tormentato», così hanno detto gli inquirenti, rapporto sfociato nella confessione del parricidio. Tra i contrasti anche la gestione di un piccolo bar in piazza S. Michele, ma finanche nella sua vita sentimentale, forse, secondo indiscrezioni, spintesi pure in «bramosie» per la sua compagna. «Il delitto è maturato in uno spaccato familiare squallido e degradato che ha provocato una ribellione assassina. E' un omicidio che deve far riflettere» - ha commentato il Pm titolare dell'inchiesta Michele Ruggiero. L'omicida ha avuto un'infanzia difficile: a soli 8 anni fu messo in un istituto perché entrambi i genitori erano in carcere, coinvolti nell'operazione antidroga «Reset». E il padre, secondo gli inquirenti avrebbe ripetutamente vessato e umiliato l'intera famiglia: moglie e 4 figli di cui uno minorenne. Tra i particolari forniti dai magistrati anche il fatto che il parricida, dopo il delitto, si era disfatto della pistola e si era cambiato d'abito ed era andato all'ospedale, dove il padre era stato trasportato, a bordo di un'auto familiare, di cui aveva disponibilità, vettura con la quale si era allontanato dal luogo del delitto e che coincideva con le descrizioni dei testimoni. Il delitto ha lasciato sconcertata l'opinione pubblica perché, pur trattandosi di una vicenda scaturita nell'ambito familiare, si inserisce in un clima di violenza e di illegalità diffusa che si avverte in città. Basti ricordare l'altro episodio di violenza, sul quale pubblichiamo un ampio servizio nelle pagine di «primo piano» e che si riferisce all'aggressione di due giovani, da parte di bulli le cui identità dovrebbero essere ben note alle forze dell'ordine, che sono stati sfregiati in volto con rottami di bottiglia. Certo, risolvere questo delitto è stato un gioco da ragazzi per gli inquirenti: tutti sapevano e non c'è stata omertà: già dalla sera del delitto circolava il nome del figlio come responsabile dell'omicidio, mentre restano insoluti ancora altri casi, come quello del delitto Lucani, titolare di un'agenzia di pompe funebri. A Molfetta in tema di illegalità si sono verificati anche altri episodi, questa volta scoperti e sui quali la magistratura è intervenuta con decisione come la vicenda delle truffe del «caro estinto» e quella dello scandalo dei farmaci. Una cosa è certa: la gente ha paura, non si sente sicura, come conferma il risultato del sondaggio fatto sul nostro quotidiano in internet “Quindici on line” (www.quindici-molfetta.it) con una percentuale del 75% contro il 24% di chi ritiene la città tranquilla. L'opinione pubblica chiede, perciò, un'azione più decisa da parte delle forze dell'ordine che, forse per carenza d'organico, dovendo la Compagnia dei carabinieri di Molfetta, coprire una vasta area territoriale che comprende molti Comuni del Barese, non riescono a garantire. I cittadini chiedono, al di là della repressione di piccole illegalità legate alla droga o alle infrazioni del codice della strada e di cui sono fin troppo piene le cronache, una maggiore presenza e un'azione più decisa, soprattutto un controllo di quelle famiglie malavitose che sembrano sentirsi padrone del territorio. Insomma, più sicurezza e meno clima di illegalità diffusa.
Autore: C. C.
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