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Omicidio Bufi, respinta la richiesta di sospensione del processo All'ultima udienza in Corte di Assise a Trani interrogati altri due testimoni
15 marzo 2004

Nessuna novità di rilievo, nessun colpo di scena nell'udienza del 25 febbraio circa l'intricato caso che interessa sempre di più i cittadini molfettesi (e non solo). Sembra che la verità sulla povera Annamaria Bufi (nella foto) uccisa nella notte tra il 3 e 4 febbraio 1992 sia davvero molto lontana o, quanto meno stenti a venire a galla. Un'udienza povera anche di spunti essenziali per dare una svolta a queste indagini che, di certo, non contribuiscono ad accelerare un processo (e un procedimento) che visto l'andamento non promette una pronta soluzione. All'ordine del giorno c'è stata una richiesta di sospensione del processo proposta dall'avvocato di parte civile Bepi Maralfa e l'audizione di alcuni testimoni, la maggior parte dei quali era assente. Si sono presentati solo Michele Ventura, amico del Bindi e l'ex maresciallo, ora in pensione, Michele Pinto. Procediamo con ordine. L' istanza della parte civile aveva come motivazione quella di sospendere il processo affinché la Corte d'assise d'Appello di Bari, organo competente a giudicare sulla ricusazione, non si fosse pronunciata sulla presunta mancanza di imparzialità della Corte d'assise di Trani. Sulla stessa si è pronunciata l'attuale Presidente, Concetta Russi, la quale ha respinto la richiesta dell'avv. Maralfa e ha ritenuto “non opportuno il rinvio del dibattimento”. Successivamente si sono presentati per essere sottoposti alle domande degli avvocati e del p.m. Bretone, Ventura e Pinto. Caratteristica comune ad entrambi gli interrogatori sono stati i tanti “non so” e i “non ricordo” che d'altronde sono giustificati visto i 12 anni che separano i fatti realmente accaduti dalle dichiarazioni di tutti i testimoni. La strategia della pubblica accusa nei confronti del Ventura si è risolta nel far mettere in luce un episodio “un po' sospetto tra due persone che non vogliono farsi vedere”. Si fa riferimento ad un presunto appuntamento tra Domenico Bindi che “era in macchina e procedeva lentamente per cercare qualcuno” e Anna Maria Bufi che, a sua volta era a pochi metri di distanza e “sembrava che aspettasse qualcuno”. Successivamente è stato il turno dell'ex maresciallo dei carabinieri Michele Pinto che, oltre ad avere il ruolo di testimone, risulta iscritto all'interno del registro degli indagati per reati connessi. “Ho partecipato all'attività investigativa del caso Bufi solo dal momento della notizia dell'omicidio fino alle 20 del 4 febbraio, ora in cui sono ritornato a casa”. “Da quel giorno non mi sono più occupato del caso perché appresi dai miei superiori che ero stato trasferito presso la procura circondariale di Trani”. Ed è proprio su questa affermazione che viene impostata la tesi accusatoria del p.m. il quale invece afferma che, dopo aver consultato il memoriale di servizio, risulta che l'ex maresciallo nei giorni successivi all'accaduto svolgeva le proprie funzioni ancora e sempre presso il comando dei carabinieri di Molfetta. Una testimonianza discordante quella del Pinto, il quale sicuramente non aiuta gli avvocati e gli organi inquirenti a trovare la giusta strada per svolgere con tranquillità e placidità un processo che sicuramente avrà ancora tanto da dire. Prossima udienza il 2 aprile. Alessandro de Gioia Un processo sempre più complicato e aggrovigliato Il processo per l'omicidio di Annamaria Bufi si fa sempre più complicato e “aggrovigliato”. Il fatto in sé è un ginepraio nel quale è complicato districarsi: scarpe sparite, anzi no; registrazioni alterate, anzi no; indagini insufficienti, anzi no. Insomma, la vicenda si è talmente ingarbugliata, e il processo anziché fare chiarezza, sembra generare altra confusione. Ora siamo perfino alla richiesta di ricusazione del giudice e di spostamento del processo in altra sede. Allo stato dei fatti abbiamo l'impressione che arrivare alla verità sarà molto difficile. Il nostro giornale ha deciso di seguire direttamente il processo per cercare di offrire ai lettori un quadro più completo. Ma in un articolo di giornale non è certamente possibile riportare il verbale dell'intera udienza, per cui la necessità di sintesi può non rendere compiutamente la dichiarazione di un testimone o dare origine a un'interpretazione diversa, soprattutto per chi non ha seguito dall'inizio e in modo costante la vicenda e quindi rischia di perdersi nel labirinto del processo. Ecco perché aderiamo volentieri alle richieste di precisazioni che ci vengono dagli avvocati di Onofrio Scardigno e Anna Andriani (Vincenzo De Michele e Giovanni Ancona) e di Michele Nanna (Rocco Nanna), sull'articolo pubblicato sul numero di febbraio col titolo “Omicidio Bufi: legittimo sospetto, ricusato il giudice” riportando le loro dichiarazioni, sperando che contribuiscano a rendere più chiaro il quadro complessivo. Sul racconto di Scardigno a Nanna relativo alla telefonata della mamma di Bindi che gli avrebbe chiesto di raggiungere il figlio sulla statale 16, gli avvocati di Scardigno precisano: “Invero il sig. Onofrio Scardigno, (come tra l'altro, lo stesso ha già avuto modo di raccontare agli inquirenti e, come peraltro si evince dagli atti processuali) solo qualche anno addietro, nel periodo estivo, (quindi molti anni dopo il fatto delittuosamente risalente, ricordiamo, al 3 febbraio 92), mentre transitava, unitamente ad un amico, sulla Statale 16 direzione Molfetta - Bisceglie (e non certamente sulla Statale 16 bis dove, invece, fu trovato il corpo della povera ragazza!), notò la madre di Domenico Bindi che gli chiedeva di rintracciare il proprio figlio, che si era allontanato in direzione Bisceglie. Scardigno, pertanto, alla guida della Fiat Uno, rintracciato il Bindi, lo fece salire in macchina, riaccompagnandolo al residence Nettuno”. Nello stesso articolo si dice che Michele Nanna, avrebbe ascoltato dalla sig.ra Anna Andriani (e registrato) le confessioni che – “secondo la parte civile – inchioderebbero il Bindi” e per la precisione, queste parole “ormai è una larva umana… l'ha fatto senza volerlo”. Ebbene, secondo gli avvocati, tale notizia è riportata in modo sintetico e incompleto, estrapolando solo alcune espressioni, decontestualizzandole da tutto il resto del colloquio. “Invero, la sig.ra Andriani – scrivono i suoi legali – agganciata dal Nanna nel maggio 2002, fu sottoposta da quest'ultimo ad un lungo, estenuante ed incalzante interrogatorio sulle vicende giudiziarie che avevano di recente coinvolto il Bindi. Pertanto in tale conversazione (chiamiamola così), data l'ossessiva insistenza del Nanna sull'argomento, la Andriani, riferendogli quanto appreso dai mass-media nonché dalle voci correnti in città o chiacchiericcio da bar (altro che confessione!!), gli disse (come tra l'altro ha riferito lo stesso Nanna all'udienza del 28 gennaio u.s.): “Lui secondo me l'ha fatto senza volerlo, è una larva umana”. Nel corso dell'udienza del 28 gennaio, il difensore di Bindi, avv. Di Terlizzi, interrogando il testimone Michele Nanna, gli aveva chiesto se fosse mai stato arrestato o avesse precedenti penali, insistendo con tale richiesta, forse nell'intento di mettere in dubbio l'attendibilità del teste. L'avvocato Rocco Nanna, difensore di Michele Nanna, sostiene che il suo assistito è stato ingiustamente ritenuto “personaggio strano, ex frequentatore della compagnia di Bindi, con precedenti penali tanto scabrosi da non poter essere raccontati in aula (è stato lui stesso a chiedere di far sgombrare l'aula, quando gli sono stati chiesti chiarimenti sulla sua posizione)”. L'avv. Nanna precisa che il suo cliente è direttore commerciale di Sealtex srl, con sede in Novellara a Sarajevo, nonché capo area di un'importante società interbancaria e non è mai stato attinto da sentenza di condanna, come dimostra il suo certificato penale. “Vero è che il Nanna – dice il suo avvocato - è stato fermato e subito dopo rilasciato (dopo giorni due), nell'ambito di un procedimento penale per truffa e ricettazione, che è ancora in istruttoria. Era la sua estraneità ai fatti concreti (truffa e ricettazione) che il Nanna voleva rimarcare alla Corte, durante la sua deposizione, e non già la sua voglia di ricordare i precedenti penali tanto scabrosi”. Sperando con queste precisazioni di aver contribuito a fare maggiore chiarezza, cercheremo di seguire il processo, evitando di scendere nei particolari, perché solo pubblicando i verbali delle dichiarazioni dei testimoni, è possibile, forse, cercare di spiegare meglio la vicenda. Ma per fare questo, non basterebbe l'intero giornale. Tenuto conto che la vicenda ha assunto livelli di “conflittualità” notevoli (e la richiesta di ricusazione del giudice ne è una conferma) tra le parti, anche per il coinvolgimento di magistrati e carabinieri, ci permettiamo di esprimere il dubbio che qualsivoglia cronaca possa essere considerata obiettiva (per gli interessi in campo), ma sarà letta come parziale ora da una ora dall'altra parte. A questo punto, riteniamo, che l'accertamento della verità sarà molto difficile e non è escluso che tra i vari gradi di giudizio, calcolando i tempi della giustizia italiana, tra possibili ricorsi in Appello e in Cassazione, occorrano altri 10 anni per mettere la parola fine (con o senza colpevole) a questa brutta storia.
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