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Oggi giorno della memoria, per non dimenticare l'Olocausto
27 gennaio 2009

Yom Ha-Shoah Ve-Ha-Gevurah. Letteralmente in ebraico, il “Giorno (della memoria) dell'Olocausto e dell'Eroismo”. Dal 1960, il suono di una sirena annuncia l'arresto del traffico e di ogni pedone a Tel Aviv, Jaffa, Gerusalemme, Haifa, in tutto lo stato di Israele per due minuti di silenzio immobile. Ciò avviene al tramonto del 26, e alle 11 di mattina del 27 di Gennaio. Ogni radio e televisione parla della comunità ebraica nella Seconda Guerra Mondiale, attraverso interviste e documenti storici. I programmi musicali sono adattati all'atmosfera del Yom Ha-Shoah. Ogni intrattenimento, come pub, cinema, teatro, rimane chiuso per tutto il giorno. Oggi il Giorno della Memoria è un'occasione. È l'occasione di rendersi conto dei rischi che una ritualizzazione comporta, ovvero la perdita di pregnanza, seguita dalla noia e dall'inconscia quanto irresponsabile “alzata di spalle”. La banalizzazione è dietro l'angolo. È l'occasione di rendersi conto dell'invadenza, poiché la questione è soprattutto emotiva e non solo storica. Così nelle scuole il ricordo rischia di diventare qualcosa di astratto e lontano dalla nostra realtà, isolando la ricchezza dell'esperienza storica ebraica invece di contestualizzarla. È l'occasione per ricordare tutti gli orrori prodotti contro l'uomo da parte dell'uomo stesso, siano essi un milione, mille, cento, o uno solo. Uno tra questi, il dimenticato genocidio del 1915 degli armeni, il primo regno cristiano al mondo. È l'occasione per rendersi conto di quanto la didattica sull'ebraismo renda la loro storia quasi “aliena”, e il disconoscimento si riflette in ciò che avviene fuori dalla scuola. L'imminente Giorno della Memoria è diventato un soggetto della guerra. Non a caso le cose hanno preso una piega differente, ma non là dove si combatte. Qui, in Europa. Là, il bambino di Gaza e la donna di Sderot non hanno bisogno di un'ardita immedesimazione storica. Loro hanno da sopravvivere. Qui, invece, s'imbrattano muri di scritte antisemite (Molfetta), s'infangano cimiteri ebraici (Pisa), si disdicono celebrazioni del Giorno della Memoria (Catalogna), si grida: viva Hamas, ebrei nelle camere a gas (Olanda). La Shoah diventa allora un codice interpretativo. Non si tratta solo d'ignoranza sottovalutata, d'incompetenza allo sbaraglio. È un effetto del Giorno della Memoria: più s'avvicina, più diventa comodo strumento per denigrare l'oggi. Tutto questo perché si isola ancora una volta l'esperienza ebraica, che sia dentro la Shoah o nell'attualità, per liquidarla in banalità ripetute, e alla fine si torna alla normalità italiota in cui denigrare l'Olocausto, incendiare un barbone, pestare un immigrato sono azioni figlie del medesimo odio. L'ex-ambasciatore americano di origine ebraica Henry Morgenthau nel suo libro di memorie ricorda come «villaggi dopo villaggi e città dopo città, furono spogliati della loro popolazione armena, in condizioni simili. Durante questi sei mesi, da quanto si può sapere, circa 1.200.000 persone furono indirizzate verso il deserto della Siria. 'Pregate per noi', dicevano, abbandonando i focolari che 2.500 anni prima avevano fondato i loro avi. 'Non torneremo mai più su queste terre, ma noi ci ritroveremo un giorno. Pregate per noi!'. Avevano appena abbandonato il suolo natale che i supplizi cominciavano; le strade che dovevano seguire non erano che dei sentieri per muli dove procedeva la processione, trasformata in una ressa informe e confusa. Le donne erano separate dai bambini, i mariti dalle mogli. I vecchi restavano indietro esausti, i piedi doloranti. I conduttori dei carri trainati dai buoi, dopo avere estorto ai loro clienti gli ultimi quattrini, li gettavano a terra, loro e i loro beni, facevano dietro front e se ne tornavano ai villaggi,alla ricerca di nuove vittime. Così, in breve tempo, tutti, giovani e vecchi, si ritrovavano costretti a marciare a piedi; e i gendarmi che erano stati inviati, per così dire, per proteggere gli esiliati, si trasformavano in veri carnefici. Li seguivano, baionetta in canna, pungolando chiunque facesse cenno di rallentare l'andatura. Coloro i quali cercavano di arrestarsi per riprendere fiato, o che cadevano sulla strada morti di fatica, erano brutalizzati e costretti a raggiungere al più presto la massa ondeggiante. Maltrattavano anche le donne incinte e se qualcuna, e ciò avveniva spesso, si accovacciava ai lati della strada per partorire, l'obbligavano ad alzarsi immediatamente e a raggiungere la carovana. Inoltre, durante tutto il viaggio, bisognava incessantemente difendersi dagli attacchi dei musulmani. Distaccamenti di gendarmi in testa alle carovane partivano per annunciare alle tribù curde che le loro vittime si avvicinavano e ai paesani turchi che il loro desiderio finalmente si realizzava. Lo stesso governo aveva aperto le prigioni e rilasciato i criminali, a condizione che si comportassero da buoni maomettani all'arrivo degli armeni. Così ogni carovana doveva difendere la propria esistenza contro più categorie di nemici: i gendarmi di scorta, i paesani dei villaggi turchi, le tribù curde e le bande di cetè o briganti. Senza dimenticare che gli uomini che avrebbero potuto proteggere questi sfortunati erano stati tutti uccisi o erano stati arruolati come lavoratori, e che i malcapitati deportati erano stati sistematicamente spogliati delle armi. A qualche ora di marcia dal punto di partenza, i curdi accorrevano dall'alto delle loro montagne, si precipitavano sulle ragazze giovani e, spogliandole, stupravano le più belle, come pure i bambini che piacevano loro, e rapinavano senza pietà tutta la carovana, rubando il denaro e le provvigioni, abbandonando così gli sfortunati alla fame e allo sgomento». La responsabilità di ciò che accade oggi è anche nostra. Ecco perché la memoria deve essere memoria per tutti. Il 27 gennaio 1945 i sovietici arrivarono ad Auschwitz.
Autore: Corrado la Martire
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