MOLFETTA - Lunedì 15 giugno, Molfetta ha vissuto una giornata di festa, la città intera si è sentita coinvolta; tutti, insieme.
Ne ha sentito l’eco festoso anche chi non ha votato il Sindaco designato e chi non ha proprio votato, chi avrebbe preferito scenari diversi e chi ha creduto che Manuel Flavio Minervini potesse rappresentare davvero un'onda di politica nuova, un vento fresco di pulizia, dopo i nove mesi di commissariamento, che hanno certificato una situazione di disagio diffuso della comunità e di degrado delle sue strutture.
La gente si è ritrovata in piazza per la cerimonia di proclamazione del nuovo Sindaco, per l’inizio di una nuova stagione, per l’avvio di un nuovo ciclo di interventi ed iniziative, che tutti confidano sia proficuo e costruttivo nei riguardi dell’intera cittadinanza.
Su quel palco, c’erano, incarnate dal pragmatico entusiasmo di un ingegnare di 36 anni, le anime catalizzatrici, artefici di quella svolta: la fiducia e la speranza, che come benefici, inarrestabili virus hanno contagiato la comunità, risvegliandone l’orgoglio e la capacità di immaginare per sé e per le prossime generazioni un domani all’altezza delle proprie aspirazioni e dei propri sogni, un percorso fatto di aspettative, condivisione, impegno, anche di sacrificio, inequivocabilmente indirizzato verso l’affermazione dei valori fondanti della nostra convivenza civile: l’inclusione, la solidarietà, il rispetto, la pace.
E già il risveglio, all’indomani di quel giorno, non è stato sereno. Nella notte, lungo la litoranea di ponente, nei dintorni del cimitero, un ragazzo di 23 anni, Antonio La Forgia, è stato raggiunto da almeno cinque colpi di pistola mentre si trovava in auto. Uno dei proiettili lo ha colpito alla testa. È arrivato al pronto soccorso dell'ospedale Don Tonino Bello già in condizioni gravissime, ed è morto poco dopo. Secondo le prime ricostruzioni, il giovane era “noto alle forze dell’ordine” (?!). Le indagini, coordinate dalla Procura di Trani e affidate ai Carabinieri della Compagnia di Molfetta, sono ancora agli inizi: nessuna pista è esclusa.
C'è una tentazione da respingere con fermezza: pensare che la violenza efferata e mortale si possa esaurire tra chi la genera, che un regolamento di conti o un conflitto per rivalità criminali riguardi altra gente, che sia un meccanismo che, per quanto criminale, segua una sua dialettica interna e lasci fuori chi non ne fa parte, chi è (o si ritiene) estraneo a quel circuito.
È una narrazione comoda e falsa. Lo possiamo chiedere, tra i tanti altri, ai genitori di Michele Fazio, sedici anni, ucciso per errore da un proiettile vagante in una sparatoria tra clan rivali a Bari Vecchia nel 2001, e che da allora la comunità civica continua a commemorare come ferita collettiva; o ai familiari di Giovanni Carnicella, sindaco di Molfetta assassinato nel 1992, per aver opposto la correttezza amministrativa alla prepotenza affaristica e criminale. Il coacervo del malaffare non limita chirurgicamente la propria violenza, non rispetta presunti codici d'onore: sono invenzioni buone per fiction televisive di basso profilo, non descrizioni della realtà.
La realtà criminale traccia i suoi percorsi ben diversamente, li segna con il denaro e con la violenza: un filo rosso, purtroppo insanguinato, che lega fatti criminosi diversi che funestano la nostra comunità in una trama unica, fatta di interessi economici precisi. Il denaro dello spaccio di droga, della tratta di persone, della prostituzione, del traffico di armi e di esseri umani, delle rapine, dei furti, delle truffe, degli abusi e dello sfruttamento, soprattutto dei migranti, dei deboli, degli ultimi, manodopera invisibile e silente, pagata, seppure, in nero, nei campi, nei cantieri, nelle case; ma anche dell’utilizzo, sovente al prezzo di un tozzo di pane o di un effimero prestigio criminale, di minori, di baby gang, di esclusi, incuneandosi agevolmente nel vuoto materiale, morale e culturale, che deriva da situazioni di disagio e degrado familiare, talora indipendenti dal censo di cui si gode.
Gli ingenti flussi finanziari illeciti, il denaro sporco, si trasforma, con il riciclaggio, l’usura, le estorsioni, le transazioni commerciali e finanziarie opache, ai limiti della legalità, in ricchezza apparentemente lecita, spendibile alla luce del sole, per garantire un, sovente temporaneo, appariscente tenore di vita, un falso ed ipocrita consenso sociale, fatto di complicità silenziosa o di acquiescente tolleranza delle persone “perbene” che preferiscono non sapere e non vedere, per non perdere bugiardi privilegi e incoerenti prestigi sociali
E a Molfetta, sul fronte del controllo, i vuoti non sono una metafora ma concrete carenze. Il Corpo di Polizia Locale sembrerebbe decisamente sottorganico, soprattutto considerando che la città sembra essere una piazza attenzionata dai gruppi illegali di organizzazioni criminali, con radici anche nel capoluogo, che vessano il nostro territorio.
Molfetta sembra sia tra i pochi comuni del territorio a non aver mai adottato il Regolamento di Polizia Urbana, previsto dal decreto Minniti, uno strumento che consente di mappare le aree sensibili e applicarvi misure come il Daspo urbano. Bari, Corato e Barletta, a quanto sembra, lo hanno fatto. Molfetta no, nonostante il Prefetto lo abbia esplicitamente richiesto nell'ottobre 2025 in sede di Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica. Il vuoto è sopravvissuto e si è trasferito, intatto, a carico della nuova amministrazione: un'eredità scomoda che la governance di Manuel Minervini non vorrà più rinviare, perché la comunità non può più permetterselo e non vuole più permetterlo a nessuno.
Vendiamo la nostra primogenitura, come Esaù nella Bibbia, il diritto a una città libera e a un futuro non ipotecato, per un piatto di lenticchie che, in fondo, non potrà mai saziare; quotidianamente, quasi senza accorgercene, barattiamo la nostra dignità: il silenzio davanti a chi sappiamo spacciare sotto casa, lo sguardo che si abbassa per non vedere, la rassegnazione che scambia l'assuefazione per pace sociale, l'indifferenza verso chi viene sfruttato, perché non ci tocca direttamente.
Quando un giornale britannico ha titolato sul matrimonio di Dua Lipa in Sicilia parlando di "covo della mafia", la Sicilia si è ribellata e a ragione: è uno stereotipo ingiusto verso una terra che sta pagando un prezzo enorme per liberarsene.
Ma la domanda resta: una notizia come quella di questa notte, che – sappiamo bene – non è un episodio isolato, che racconto fa di Molfetta? Non vogliamo che la risposta sia scontata e indifferente, né che sia data per indolenza amministrativa o per tolleranza acquiescente.
Contro questo filo rosso non basterà mai un regolamento da solo, per quanto necessario, né un piano straordinario, per quanto utile. L'argine vero lo costruisce la comunità, che oggi deve scegliere di fare barriera con la propria volontà, con le proprie scelte, con le proprie vite. Istituzioni, Chiesa, associazioni, cittadini: insieme, a difesa del futuro dei nostri figli. Con questo, e solo con questo, si può vincere il malaffare, ovunque si annidi e comunque sia vestito. E vivere senza paura.
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Autore: Sergio Magarelli