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Molfetta, per l'affondamento del Francesco Padre reato di omicidio volontario
23 febbraio 2010

MOLFETTA – Sarà di omicidio volontario l’ipotesi di reato iscritta nel registro della Procura della Repubblica di Trani dal dott. Carlo Maria Capristo e dal Pm Giuseppe Maralfa, che puntano a riaprire l’inchiesta sull’Ustica molfettese, l’affondamento del motopesca “Francesco Padre” (nella foto, la prua dell'imbarcazione in fondo al mare) nella notte del 4 novembre 1994 a 20 miglia dalle coste del Montenegro.
In pratica, chi ha sparato voleva intenzionalmente uccidere, forse per eliminare testimoni scomodi. E’ quello che dovranno accertare i magistrati per fare giustizia della morte di 5 uomini che persero la vita a bordo del natante: il comandante Giovanni Pansini, il motorista Luigi De Giglio, il pescatore Saverio Gadaleta, il capopesca Francesco Zaza, il marinaio Mario De Nicolo e il loro fedele cane pastore. Solo il corpo di De Nicolo fu ritrovato, mentre i resti degli altri uomini rimangono in fondo al mare.

Di questa vicenda si occupò a lungo e ampiamente “Quindici”, fin dal primo numero del giornale, il 23 dicembre 1994 e continuò negli anni successivi. Negli ultimi numeri del giornale stiamo portando altri argomenti alla tesi contraria all’esplosione dall’interno, con il contributo di Mauro Brattoli, presidente del Centro Difesa marittimi.
Il caso fu archiviato nel dicembre 1997, con la motivazione che il peschereccio fosse affondato per un’esplosione avvenuta al suo interno, per la presenza di esplosivi e armi. Poi il governo Berlusconi oppose il segreto di Stato alla vicenda e tornò il silenzio.
I familiari delle vittime hanno sempre sostenuto che l’esplosione avvenne all’esterno della nave per colpa di una bomba o un siluro, in quanto in quel periodo nell’area attraversata dal peschereccio erano in corso esercitazioni militari o azioni di guerra della Nato, in occasione del conflitto nei Balcani.
In questi giorni il procuratore capo della Repubblica di Trani, Carlo Maria Capristo e il sostituto procuratore della Repubblica, il molfettese Giuseppe Maralfa, hanno chiesto al Gip di riprendere il fascicolo dall’archivio, su richiesta di Caterina Ragno, vedova di Luigi De Giglio, che non si è rassegnata alla verità ufficiale e vuole andare in fondo e ottenere giustizia, soprattutto cancellando l’offensiva tesi del trasporto di armi, ridando dignità ai marittimi morti, come “Quindici” chiede da tempo.
Sul numero della rivista “Quindici”, in edicola in questi giorni, potrete leggere la ricostruzione della vicenda e i nuovi particolari della riapertura dell’inchiesta su questo mistero della marineria molfettese che dura da 16 anni.
Autore: Paolo Marzocca
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