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Molfetta, la città: cosa serve, come valorizzarlo. Prologo
16 marzo 2026

 

MOLFETTA - Quante volte ci sarà capitato, nel traffico caotico e confuso, nell’ansia di trovare un parcheggio impossibile o di arrivare in tempo a destinazione, di pensare che tutti i nostri concittadini siano usciti contemporaneamente a noi, solo per ostacolarci e farci inquietare?

 Eppure, non riusciamo a stare lontani da quegli agglomerati caotici e stressanti che chiamiamo città. Che siano piccole (paesi), medie, grandi, metropoli o megalopoli[1], da sempre gli esseri umani sono attratti dai vantaggi, non solo economici, di quelle concentrazioni.

Le ragioni? Condivisione di spazi, attività, mercati, lavoro, conoscenza; lì si può trovare, relativamente in abbondanza e con facilità, cibo, riparo, opportunità, sicurezza, relazioni, protezione, stimoli, servizi, ma anche conservare privacy, autonomia, libertà...

Edward Glaeser, teorico di fine secolo dell’economia urbana, diceva che la città è la più grande invenzione umana: la prossimità fisica abbassa i costi di transazione e massimizza le interazioni casuali produttive: quelle che Glaeser stesso chiamava "densità delle idee".

Quindi, nessuno stupore se nell’arco di 2 secoli la popolazione mondiale si è andata progressivamente concentrando nelle città, soprattutto nelle più grandi, passando da meno di 1/10 nell’800 a ben più della metà, quasi il 60% nel 2024[2]. Non altrettanto pacifica potrebbe essere la considerazione della percentuale del PIL mondiale attribuibile alle concentrazioni urbane: l’80% circa[3]; il che significa che la produttività di un “cittadino” sarebbe mediamente pari a 2,5 volte quella di un “rurale”. Non ripetiamo qui le caute considerazioni già espresse sulle connotazioni reali della produttività, ma sono innegabili le “economie di agglomerazione”.

Quello che invece potrebbe stupire (e che ci interessa di più) è che il motore della crescita differenziale delle città, secondo accreditati studi[4], sembrerebbe concentrarsi soprattutto in quelle medio/grandi (tra 150 mila e 10 milioni di abitanti), più dense proprio nei paesi emergenti, come Cina, India e America Latina, dove i tassi di crescita sono significativamente più elevati.

Insomma, sembrerebbe che, se il benessere sia ancora saldamente in mano ai paesi dell’occidente e a pochi territori particolarmente ricchi di risorse o cruciali per traffici finanziari, la “vitalità” sembrerebbe invece raggiungibile anche in territori che, pur immersi in contesti non propriamente esaltanti, riescono a raccogliere intorno a sé risorse di valore e ad agganciare le cordate mondiali di sviluppo più dinamiche[5].

 

Tutte le osservazioni che abbiamo formulato sull’attuale contesto globale, sulle analisi della situazione economica e congiunturale dei territori che ci interessano, tra le quali ci sono le graduatorie che abbiamo visto, pur in qualche misura opinabili e sicuramente suscettibili di variazioni e stravolgimenti anche subitanei, ci portano a pensare che:

  • nulla è perduto e nulla è irraggiungibile, non per sempre; certo, prima si fa meglio è;
  • per recuperare o rimediare a divari e ritardi, occasioni perse o sprecate, guasti e danni anche involontariamente o incolpevolmente provocati, ci vuole una “ricetta” giusta o quantomeno non completamente sbagliata, (non guasterebbero “cuochi” capaci e attenti);
  • le risorse più preziose sono quelle umane; non c’è bisogno che siano abbondanti, purché siano ben formate, valorizzate, motivate e adeguatamente allocate;
  • quello che ci si prospetta nei prossimi anni (mesi) non è l’ultimo tram. Ci saranno sicuramente ulteriori occasioni, ma è difficile che siano altrettanto opportune / essenziali: (se non ora, quando?);
  • nessuno va veramente da nessuna parte da solo; se ci prova, si illude e si precipita in grandi guai.
 

Torniamo, quindi a noi, per parlare un pochino della nostra città: mai tanto amata da non lasciarla, mai tanto negletta da dimenticarla:

Molfetta è una Città; città regia dal 1220 (dichiarata tale dall’imperatrice Costanza, madre di Federico II); per lo Stato italiano, formalmente dal 1935 (decreto dell’allora Capo del Governo, Benito Mussolini).

 

Questa città ha una non trascurabile dotazione infrastrutturale di luoghi economici[6], oltre ad una vicinanza spaziale, ben collegata, con importanti centri viciniori: più grandi (Bari, Barletta, Andria, Altamura), similari (Trani, Bisceglie, Bitonto), più piccoli, ma economicamente vivaci (Corato, Terlizzi, Modugno, Ruvo di Puglia).

Questo consente di realizzare (almeno sul piano potenziale) diverse economie di agglomerazione e beneficiare di una serie di iniziative economiche, sociali e culturali, rientrare nel raggio di pertinenza di infrastrutture di rilevanza non solo locale (aeroporto di Bari, porti di Bari, Barletta, Manfredonia e Monopoli…), e non solo materiali (atenei, accademie, centri di ricerca e alta formazione…).

 

Facciamo qualche esemplificazione (molto sintetica, per ora).

Il porto, quello storico, dove sono cresciute professionalità uniche, ma anche dove si è consolidato il legame con il mare e le culture ad esso legate, caratterizzando la storia, la socialità e l’economia del borgo; diverse criticità riguardano il suo ampliamento e riqualificazione, comunque necessario.

I nodi logistico, stradale, autostradale e ferroviario, che vedono la città posizionata bene sulla linea ferroviaria Adriatica, con un casello diretto sulla A14, con diversi raccordi con la SS 16-bis, strada di collegamento veloce sia con la costa che con i raccordi verso l’interno; ben più problematica appare la sostenibilità e sicurezza della mobilità urbana[7] e le interconnessioni tra le diverse arterie.

La zona artigianale / industriale ASI e il centro commerciale, che sono invero un mix di realtà locali ed esterne, ma rendono quel luogo (oltre 4 km2) un unicum a livello territoriale, anche per la presenza di alcune imprese avanzate e tecnologicamente innovative, aperte ai mercati internazionali, che conservano una forte connotazione organica locale[8]. Capitolo a parte, resta la conduzione logistica e dei servizi essenziali (spiccano, tra questi, lo smaltimento delle acque reflue industriali e di dilavamento, già pretrattate, e i costanti gravi allagamenti della zona…).

I centri di formazione/istruzione superiore e professionale accorsati e di lunga tradizione come il “Nautico” e il “Classico” che superano il secolo dalla fondazione[9] e diverse accademie e istituti di formazione specialistica; numerose e vitali sono anche le relazioni con gli atenei e le scuole di alta formazione del capoluogo[10] che coinvolgono anche diverse iniziative economiche ed istituzionali, leader sul territorio.

Le potenzialità turistiche, legate sia ad un tratto di costa servito da numerosi stabilimenti (troppi?), i cui servizi si collocano nella fascia mediana, sia alla presenza di elementi artistici e architettonici di pregio, soprattutto nella parte storica del centro, sia alla componente storico-archeologica che vanta insediamenti umani del neolitico, ma anche rilievi della presenza di dinosauri nell’agro cittadino[11].

Le organizzazioni di promozione culturale e di volontariato, alcune con consolidate tradizioni e rilevanza fuori dai confini territoriali[12], quasi tutte con una frequente e diffusa partecipazione e accorsate e proficue relazioni culturali, che possono altresì avvalersi anche di una lunghissima, importante tradizione, unita ad una ancora vitale partecipazione alla identità culturale della città[13]. Queste realtà sono promotrici della quasi totalità degli eventi culturali cittadini, con una meravigliosa, diffusa complicità di enti ecclesiastici, che mettono a disposizione i propri spazi, essenziali (ahimè) per la realizzazione di iniziative aperte al pubblico[14].

 

Potremmo andare avanti a lungo… ma non raggiungeremmo lo scopo (e poi, vogliamo riservarci qualche successivo specifico approfondimento…)[15].

 

I luoghi economici, come dicevamo, non valgono tanto per numerosità o dovizia. Se non sono collegati in una rete efficace di servizi, di funzionali infrastrutture, di fertili relazioni allacciate con il Pubblico e con la comunità, non valgono a fornire, almeno non in misura ottimale, quel plusvalore essenziale a rendere competitivo, attrattivo e produttivo il tessuto economico e sociale del territorio, e a rendere possibile, quantomeno la partecipazione concorrenziale, all’attuale agone globale.

Ma anche questo potrebbe non bastare senza un elemento davvero essenziale e determinante che è la qualità della governance. Non stiamo parlando del solo governo dell’ente municipale, ma, in ogni tempo, di tutto il consorzio di capacità ed intelligenze che segna il passo e traccia la rotta della comunità e ne costituisce i role model di riferimento, anche con i propri comportamenti: i maestri da emulare.

La loro qualità sta nella competenza e professionalità, nella empatia e negli approcci relazionali, nella correttezza e nella coerenza comportamentale, negli esempi, più che nei discorsi.

Essi sono le stelle polari da seguire, a cui fare riferimento, con cui confrontarsi, anche con durezza polemica di argomenti, dai quali distaccarsi, consapevolmente, per tracciare nuove vie, le proprie. Ma mai di cui doversi vergognare.  

Sergio Magarelli

© Riproduzione riservata

 

[1] Può sembrare strano, ma non esite una sola scala di definizione degli agglomerati urbani; si va da quella ONU/UN Habitat, a OCSE, a Eurostat (degurba) a numerose altre; la più articolata mi è sembrata quella della letteratura geografica (Christaller e Gottman): Hamlet, Village, Town, City, Metropolis, Megalopolis, Megacity.

[2] Fonti: Our World in Data / UN World Urbanization Prospects, da UN DESA, World Urbanization Prospects, 2022: nel 1800 la popolazione mondiale era circa 1 miliardo e contava 80 milioni di cittadini; nel 1900 su 1,6 mld, 240 mln c.a;  l’anno del “sorpasso”, il 2007, su una popolazione totale di  6,7 mld, la metà viveva nelle città; nei nostri anni, dei circa 8,2 mld di persone, 4,7 risiedono nei grandi agglomerati; l'ONU prevede che entro il 2050 il 68% della popolazione mondiale vivrà in aree urbane, con circa il 90% della crescita concentrata in Asia e Africa, soprattutto, India, Cina e Nigeria, che  da soli rappresenteranno il 35% della crescita urbana globale tra oggi e il 2050.

[3] (International Finance Corporation, Gruppo Banca Mondiale e McKinsey Global Institute, Urban World, 2011

[4] "Urban World: Mapping the Economic Power of Cities",McKinsey Global Institute (MGI), marzo 2011.

[5] Tra i primi, per PIL pro-capite ppp, troviamo infatti Paesi come Lussemburgo, Singapore, Macao, insieme con il “caso Irlanda”, oltre alle prevedibili Svizzera e Stati Uniti; nei secondi, Guyana (!), Maldive, Arabia Saudita, India e di nuovo “caso Irlanda”. (fonte FMI – World Economic Outlook).

[6] Luogo economico, non è una definizione spaziale o geografica, ma un sistema spaziale dotato di specifica capacità produttiva e competitiva, sono dotazioni specifiche — infrastrutture, capitale umano, istituzioni, cultura, reti sociali — che non sono replicabili o trasferibili altrove, senza perdere la dimensione specifica di plusvalore. (cfr, ad es.: Paul Krugman,  Enrico Moretti o Dani Rodrik…e, più vicino a noi, Gianfranco Viesti).

[7] L’argomento della sicurezza generale nell’agglomerato urbano, non certo peculiarità molfettese, è stato già trattato, come sintomo del generale degrado del contesto cittadino; non si può certo negare come un ambiente, percepito sicuro e privo di rischi imprevedibili e pericolosi nella quotidianità, agevoli – tra l’altro -  la certezza delle transazioni economiche e dei commerci, nonché sia basilare per la qualità percepita della vita.

[8] Un nome per tutte? Exprivia spa – ICT, di “Mimmo” Favuzzi. Per garantire il pluralismo, anche settoriale, aggiungiamo Ittica Di Dio srl, agroalimentare, fondata da Mimmo Di Dio, e Indeco Ind. Spa, meccanica, del mitico trio, capeggiato dall’irriducibile Mauro Vitulano.

[9] Un riferimento specifico (anche se ormai storico) merita l’Istituto Provinciale "Lorenzo Apicella" per Sordomuti, fondato nella seconda metà dell’800, in gemellaggio con la “scuola per sordi” di Napoli. Per tutto il Novecento e fino al 2000, l'Apicella fu il principale e più rinomato centro pugliese per l'istruzione degli ipoudenti, con convitto, scuola e laboratori professionali, tanto noto da essere visitato dai reali inglesi, Carlo e Diana. Molfetta ha anche dato sede al Pontificio Seminario Regionale Pugliese "Pio XI", che affonda le sue radici al tempo del concilio di Trento;  verso la fine del ‘700, il Seminario si collocò nell'ex Collegio dei Gesuiti; grazie anche alla qualità del corpo docente, il suo prestigio si estese a tutto il Regno partenopeo, preparando, già da allora, non solo i giovani che si avvicinavano al sacerdozio appartenenti alle diciannove diocesi pugliesi, ma anche provenienti da altre diocesi italiane ed estere. E’ ancora un luogo di formazione e istruzione unico, che favorisce la creazione di conoscenza e cultura comuni e sensibilità religiosa condivisa.

[10] A Bari sono presenti, tra l’altro, 3 Università, 1 Accademia delle Belle Arti, 1 Conservatorio di Musica, 2 scuole superiori di lingue e 10 ITS.

[11] Nel territorio di Molfetta si trova l’insediamento neolitico del cosiddetto Pulo, che è una formazione carsica, abitata circa 7.000 anni fa; nella stessa dolina si trova sia un convento, poi adibito a lazzaretto, sia un sito (la nitriera borbonica) di archeologia industriale. Inoltre, in “cava san Leonardo”, a circa 1 km dal Pulo, sono state ritrovate orme di dinosauri di diverse specie che vagavano su quella piattaforma carbonatica (tipo Bahamas o Maldive) che era la Puglia africana 66 milioni di anni fa. Il sito è oggi considerato tra i più importanti in Italia e nel mondo per l'icnologia dei dinosauri (cfr anche A. De Giovanni, le Bahamas dei dinosauri, 2025).

[12] Ad esempio,  la Associazione Molfettesi nel Mondo – Rodolfo Caputi, che da circa 40 anni raccoglie, tra l’altro, diverse grandi comunità di emigrati in USA (Hoboken), Argentina (Buenos Aires) e Australia (Fremantle) e il Premio giornalistico “Leonardo Azzarita”, intitolato ad un giornalista molfettese di levatura nazionale, precursore, tra i fondatori dell’agenzia ANSA e promotori dell’ordine professionale dei giornalisti; il premio porta a Molfetta diverse personalità del mondo della cultura con “assonanze” locali: un vero, pantografato, Pulitzer in salsa … locale!

[13] come le plurisecolari confraternite religiose, o le “più giovani“ Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra” e  Società Operaia di Mutuo Soccorso, nonché  le associazioni  Molfetta Sportiva e Lega Navale, queste ultime due dei primi del 900. Su 130 ETS iscritti, oltre la metà ha finalità di promozione e diffusione della cultura e di supporto sociale; tra queste si segnala una consolidata e diffusa tradizione musicale.

Al riguardo, citiamo, per tutte, l’associazione Culturale Musicale "Antonin Dvorák". Fondata da don Salvatore Pappagallo, sacerdote e musicista, dal 1977 porta avanti l'alfabetizzazione musicale a Molfetta. Ora divenuta "Casa della Musica", progetto finanziato con fondi europei, collabora con la Fondazione Musicale "Vincenzo Maria Valente" di Molfetta e con il Pontificio Seminario Regionale alla realizzazione di stagioni concertistiche che, negli anni, hanno richiamato musicisti da ogni parte d'Italia e d'Europa, caratterizzando la vita musicale della città, sorprendentemente ricca per le sue dimensioni.

[14] Nel corso del 1900 e, soprattutto, nel secondo dopoguerra, Molfetta è arrivata a contare 5 teatri (tra i quali il primo in Puglia) e 7 sale cinematografiche (di cui 2 dotate di palcoscenico); il paragone con oggi è assolutamente impietoso.  

[15] Senza voler anticipare troppo, Molfetta resta una delle città più ricche del territorio, anche se il forte calo demografico e di attività ne ha rallentato vistosamente la crescita economica, i dati comunali “credito e risparmio” forniti da Banca d’Italia, ne evidenziano la importanza.

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