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Molfetta città cloaca, sporca e maleodorante. La rassegnazione alla sporcizia
11 febbraio 2023

MOLFETTA - C’era una volta Molfetta, città bella e ridente, sulle sponde dell’Adriatico… già, c’era una volta, chissà quanto tempo fa. Adesso al suo posto sorge una gigantesca cloaca, sporca e maleodorante. Dentro la cloaca si muovono, in armonia con l’ambiente, i suoi abitanti, ormai avvezzi al luridume senza fine delle strade, ai cestini pieni d’immondizia di ogni tipo, ad aiuole pubbliche ridotte a porcili, ai marciapiedi lerci ai cui bordi crescono erbacce sempre più alte alla cui ombra proliferano blatte e topi.

Ciò che è più evidente è la quantità di escrementi secchi e freschi di giornata sui marciapiedi, alcuni anche in bustina, ma sempre a terra, per cui occorre fare la gimkana per non mettere i piedi in fallo, in centro come in periferia.

Dovunque si voglia provare a camminare, bisogna tenere lo sguardo basso e procedere a zig zag. L’odore acre di urina di gatti invade il centro storico, pattume vario accoglie chi desidera fare una passeggiata al mare. Dovunque incuria: cartacce, mozziconi di sigarette, buste di spazzatura a cielo aperto con contorno di piccioni sempre più numerosi e sempre più padroni del territorio, liquami non ben definiti, angoli dove spuntano piatti con cibo per cani e gatti che gente generosa e amante degli animali lascia ben lontano dai propri portoni e dalle proprie abitazioni, ma sicuramente vicino a quelle altrui…

E non serve dare l’idea di un gigantesco cantiere, dappertutto operai che trivellano strade, infilano condotti e coprono con strisce di bitume: rimane l’asfalto sconnesso e lo spettacolo desolante di una strada rappezzata, piena di toppe e dislivelli.

Ormai l’abitudine e la rassegnazione verso questo inesorabile declino segnano gli sguardi e i volti dei cittadini. Non aspettano e non si aspettano più nulla. Nessuna multa, per chi non rispetta le regole, nessun passaggio di addetti alla pulizia, forse si aspetta un acquazzone torrenziale purificante, ma si capisce che non basterà.

Intanto si teme l’estate, il caldo, il lungomare che sarà, alle otto di mattina, presidiato da lattine, bottiglie di birra e cartoni di pizza e la sera piantonato prima da persone che, con la sedia portata da casa, prendono il fresco in canottiera, poi da ubriachi starnazzanti.

Il degrado intorno detta l’agenda del degrado interno. La gente è sempre più sciatta e incurante, maleducata e supponente, insofferente a regole di civiltà che ormai non riguardano più nessuno. Basti pensare a chi porta il cane col collare allungabile sul marciapiede, occupandolo completamente, senza degnarsi di creare spazio per far passare chi gli viene di fronte e non ha voglia di essere annusato.  

È la realizzazione della teoria delle finestre rotte: se vivo in un ambiente malsano, sporco, trascurato e non vedo nient’altro intorno, comincerò a pensare che quella è la normalità. Non mi scandalizzerà più niente, anzi mi uniformerò al brutto che mi circonda e diventerò brutto e sporco anch’io, in linea col paesaggio.

Ovviamente non c’è limite al peggio. Siamo tornati al lancio della spazzatura e dei tozzi di pane dalla finestra, e non finisce qui. Due domeniche fa verso le dieci di sera, in pieno centro, una mia amica è stata letteralmente investita da una doccia gettata da un balcone. Non era acqua, ma escrementi di animali misti ad urina.

Ecco, una cloaca, la nostra città. E pensare che esiste un diritto fondamentale universale, riconosciuto dall’ONU nel 2022: il diritto all’ambiente pulito.

© Riproduzione riservata
 

Angela Paparella

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