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Marò, tasse e extracomunitari: i pro Salvini sbarcano a Molfetta (su Facebook) E' attiva da qualche giorno la pagina Fb “Molfetta con Salvini”. Una cinquantina i “mi piace”. Critiche all'amministrazione Natalicchio, e attacchi a emigrazione clandestina e aumento tasse. La destra molfettese strizza l'occhio all'iniziativa che però non sembra ancora coordinata politicamente
27 dicembre 2014

MOLFETTA - Una storia d'amore improvvisa e fulminante quella tra Matteo Salvini, eccentrico segretario della Lega Nord e il Sud, tante volte in passato deriso e canzonato e adesso invece inseguito e corteggiato. Venerdì scorso è stato presentato presso la sala del Mappamondo della Camera dei Deputati, Noi con Salvini, un nuovo movimento, satellite della Lega, pensato per coagulare voti e consensi anche nel Meridione, attorno al nuovo leader del Carroccio.
A Molfetta non si è perso tempo e da alcune ore è in rete, su Fecebook, la pagina “Molfetta con Salvini”. La foto profilo ricalca il logo ufficiale del movimento con il pronome personale in giallo e il nome del “leader maximo” milanese in bianco, tutto su sfondo blu. Come copertina, in primo piano sulla sinistra il faccione di Salvini, sulla destra un presepe, in mezzo gli auguri di Buon natale “sperando che la sinistra non ci tassi anche il presepe”.
La pagina conta al momento una cinquantina di “mi piace” e nella sezione informazioni è possibili leggere che Molfetta per Salvini è “un Movimento Politico spontaneo di uomini e donne che hanno riscoperto la voglia di fare Politica per costruire un'alternativa Sociale e Popolare”. Dall'auspicio di un ritorno immediato dei Marò dall'India, fino agli attacchi contro fisco, euro, immigrazione “selvaggia” e corruzione dei partiti.
Pochi al momento i riferimenti alla politica cittadina: un post sull'urbanistica (anche i “leghisti” molfettesi accusano di immobilismo l'assessore Gadaleta), uno sul “caso” porto, uno sui vandali che hanno messo a soqquadro Piazza Paradiso la notte di Natale. Al momento non si conoscono volti e nomi degli animatori dell'iniziativa. Indiscrezioni collegano il movimento a un blogger cittadino voltagabbana molto attivo nell'ultimo anno e mezzo e legato alla destra “azzolliniana”, ma non è dato saperne di più.
A Molfetta con Salvini,  comunque, guarda con interesse un pezzo della destra cittadina decisa a smarcarsi dalla leadership del vecchio senatore ex Pdl ora Ncd, Antonio Azzollini,  e alla ricerca di una nuova ricollocazione politica, ma al momento il gruppo sembra reggersi soprattutto sull'iniziativa scoordinata di alcuni simpatizzanti del leader “lumbard” che si stanno limitando a rilanciare comunicati e articoli del movimento.
La permanente crisi economica, che continua a picchiare duramente un paese già assai provato e quella altrettanto sistemica della politica, ha permesso il rilancio in termini di consensi e immagine della Lega Nord, reduce da un clamoroso risultato alle consultazioni regionali dell'Emilia Romagna dello scorso novembre. Tasse, euro ed extracomunitari sono i bersagli preferiti di Matteo Salvini che è riuscito in poco più di un anno e mezzo a rilanciare un partito terremotato da inchieste della magistratura e scandali interni. Un rilancio talmente riuscito da far pensare alla possibilità di mettere in piedi una forza politica dal profilo nazionale molto simile al Front National di Marie Le Pen. Ma il solo Nord per un progetto del genere non può essere più sufficiente.
La Lega è stata fondata alla fine degli anni '70 da Umberto Bossi è ha raggiunto ribalta e potere negli anni '90 in seguito al ciclone di Tangentopoli. L'antimeridionalismo inizialmente uno dei pilastri concettuali del movimento, è stato prima “addolcito” e poi abbandonato. Il bacino elettorale della Lega va ampliato e bisogna tirare su voti e consensi anche al Sud. Ma sfondare da Roma in giù non sarà semplice per il leader lumbard. Fece scalpore nel 2009, un video che lo immortalava mentre a una festa di partito intonava un coro contro i napoletani (“Mamma che puzza, scappano anche i cani, sono arrivati i napoletani! Colerosi, terremotati col sapone non si sono mai lavati!”). Sempre quell'anno alla presentazione delle liste dei candidati leghisti alla provincia di Milano, Salvini lanciò la proposta di riservare alcuni vagoni della metropolitana ai milanesi doc, escludendo immigrati e meridionali.
Ancora nel 2012 Salvini scriveva su Facebook: “È vero che al Sud ci sono tante brave persone, che vivono e lavorano onestamente. Ma, senza ipocrisie, è ahimè ancora più vero che la politica al Sud non avrebbe fatto i disastri che ha fatto senza la connivenza-convenienza di buona parte della popolazione. Mentalità, opportunismo, indole, menefreghismo, egoismo? Non lo so, so solo che sono stufo di pagare per chi non fa una mazza dalla mattina alla sera”.
Nel frattempo deve aver cambiato idea.

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Autore: Onofrio Bellifemine
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Vorrei puntualizzare: non diciamo che teste coronate e ministri siano incapaci di governare saggiamente. Di tanto in tanto si registra o si registrava qualche eccezione e, come nel caso della follia, queste epifanie di saggezza non presentano correlazioni spaziali né temporali. L'ateniese Solone, forse il più saggio di tutti gli uomini di governo, fu uno dei primi esempi. Nominanto arconte, e cioè magistrato maggiore, nel VI secolo a.C. in un momento difficile per l'economia e caratterizzato da discordie civili, Solone ricevette l'incarico di salvare lo stato e ripristinare la pace sociale. Fermenti di rivolta serpeggiavano in Atene a causa del rigore delle leggi, in base alle quali i creditori potevano impadronirsi dei terreni offerti in garanzia dei debitori o addirittura ridurre in schiavitù i debitori stessi. Solone non aveva oppresso il popolo come i ricchi e non si era schierato dalla parte dei poveri, riuscendo così accettabile a entrambe le fazioni, privilegio piuttosto insolito. Nel mettere a punto il codice che porta il suo nome, Solone si preoccupò di rendere giustizia ai poveri senza far torto ai ricchi. Abolì la schiavitù per debiti, concesse il voto ai plebei, fissò una normativa che regolava l'entrata in possesso delle eredità, stabiliva i diritti civili dei cittadini e le pene per i delitti. Alla fine, per non correre rischi, pretese che gli ateniesi giurassero fedeltà alle sue riforme per 100 anni. Poi fece una cosa straordinaria, che probabilmente nessuno altro capo di stato ha mai più ripetuto: acquistò una nave e, con la scusa di mettersi in viaggio per vedere il mondo, andò volontario in esilio per dieci anni. L'uomo Solone non era meno giusto dello statista Solone. Avrebbe potuto conservare il potere e accrescerlo fino a diventare il tiranno della sua città – e ci fu perfino chi lo rimproverò per non averlo fatto - ma lui sapeva che lo attendevano innumerevole richieste di modifiche da apportare alle sue leggi, e la malevolenza dei concittadini se si fosse rifiutato. E allora, per salvare l'integrità del suo codice, Solone preferì lasciare Atene. Dal suo comportamento emerge che mancanza di smodata ambizione e intelligente buon senso sono tra i principali ingredienti della saggezza.

Un classico di ottusità portato fino alle estreme conseguenze fu il piano strategico indicato con il numero 17 dallo stato maggiore francese nel 1914, e concepito esclusivamente in funzione offensiva, perché prevedeva un'avanzata in direzione del Reno e lasciava praticamente scoperto il fianco sinistro dello schieramento. Una simile strategia poteva essere giustificata soltanto dalla convinzione che i tedeschi non disponessero delle truppe necessarie per estendere il loro fronte di attacco fino a comprendere il Belgio occidentale e le province costiere della Francia. Nel 1913 erano giunte allo stato maggiore francese informazioni che smentivano nettamente questa ipotesi, ma si era preferito ignorarle per evitare che l'allarme destato dalla prospettiva di un'invasione tedesca da ovest potesse far spostare a difesa del fianco sguarnito parte delle divisioni destinate all'avanzata verso il Reno. Quando scoppiò la guerra i tedeschi aggirarono le posizioni francesi invece di attaccare frontalmente, e il risultato di questa manovra fu il prolungamento del conflitto con le note e terribili conseguenze per tutto il nostro secolo. Ottusità è anche il rifiuto di imparare dall'esperienza, caratteristica per la quale brillarono i sovrani del XVI secolo. L'ottusità era presente in forza anche nelle imprese guerresche. I casi sono così numerosi e frequenti che si è costretti a scegliere quello più macroscopico: perché continuiamo a investire cervelli e risorse in nuna gara per la superiorità negli armamenti che non si può mantenere per un tempo sufficientemente lungo da giustificare la pena che ci si è dati per raggiungerla? E non li utilizziamo invece per trovare un accordo, un'intesa duratura con l'altra parte in causa? Al primo posto tra le forze che alimentano la “follia politica” c'è la sete di potere, che Tacito definì “la più scandalosa delle passioni” e che, potendo essere soddisfatta soltanto dal dominio sugli altri, trova nella politica il suo campo d'azione ideale. Per Platone il potere eccessivo concesso a chiunque era pericoloso quanto una vela troppo grande per una nave. L'eccesso conduce da un lato al disordine e dall'altro all'ingiustizia. Nessun essere umano sa resistere alla tentazione del potere arbitrario, e non ce n'è “uno che in circostanze di questo genere non soccomba alla follia, la peggiore delle malattia”.

Dai tempi del cavallo di Troia all'intervento americano nel Vietnam, il sonno della ragione ha sempre accompagnato i fatti della storia. Perché non può mancare la “corda pazza” nel cervello degli uomini che hanno il compito di reggere lo stato e di farne gli interessi? Lungo l'intero arco della storia si riscontra il singolare fenomeno di governi che adottano linee politiche contrarie ai loro interessi. Se ne ricava l'impressione che, di quasi tutte le attività svolte dagli uomini, la politica sia quella in cui riescono meno bene. In questa dimensione la loro ncapacità di discernimento si offusca stranamente. Per quale ragione coloro che occupano cariche di grande responsabilità agiscono tanto spesso in modo contrario a quello suggerito dalla logica della convenienza? Per quale ragione, volendo cominciare proprio dal principio, i reggitori di Troia fecero trascinare nella città quel cavallo di legno dall'aria poco rassicurante quando era naturale considerarlo una trappola preparata dai Greci? Perché i membri di successivi governi del re inglese Giorgio III si accanirono a voler usare la forza invece della persuasione nei confronti delle colonie americane, nonostante i ripetuti avvertimenti che i danni sarebbero stati comunque superiori ai vantaggi conseguiti? Perché Carlo XII dei Svezia, Napoleone e Hitler invasero la Russia? L'ottusità, madre dell'inganno verso se stessi, svolge un ruolo di primo piano nell'attività dei governi. Sua caratteristica è quella di valutare le situazioni sulla base di idee preconcette, ignorando o addirittura respingendo tutto ciò che può risultare contrario al loro contenuto, che poi equivale ad agire secondo i propri desideri senza tenere minimamente conto della realtà dei fatti. Troviamo una sintetica ma pregnante definizione di nquesto atteggiamento nel giudizio che uno storico dà di Filippo II di Spagna, campione assoluto di ottusità tra le teste coronate: “Nessuno scacco, per quanto bruciante, poteva scuoterlo dalla certezza della fondamentale eccellenza della sua politica.” Per 2.500 anni, i filosofi politici, da Platone a Marx passando per Aristotele, San Tommaso d'Aquino, Machiavelli, Locke, Rousseau, Jefferson e Nietzsche, si sono occupati di grandi temi etici quali la sovranità, il contratto sociale, i diritti dell'uomo, la natura corruttrice del potere, l'equilibrio tra libertà e ordine. Pochi hanno concentrato la loro attenzione sulla follia pura e semplice, che pure ha rappresentato un problema cronico e molto diffuso in ogni epoca. La perserveranza nell'errore, ecco dove sta il problema. Gli apprendisti governanti continuano a battere la strada sbagliata quasi fossero sotto l'effetto delle arti magiche di un Merlino capace di farli muovere come marionette. I governanti giustificano con l'impossibilità di fare altrimenti decisioni infelici o sbagliate. Ma la libertà di scegliere, di cambiare oppure di abbandonare una rotta controproducente c'è sempre, a patto che si abbia il coraggio di esercitarla. Il problema, dunque, non sta forse tanto nell'insegnare ai burocrati come si governa, quanto nell'educare gli elettori a riconoscere e ricompensare l'integrità e a respingere i suoi surrogati.


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