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Madonna dei Martiri: Non chiamateci ghetto, ci avete fatto diventare un ghetto!
15 ottobre 2007

Non chiamateci ghetto, ci avete fatto diventare un ghetto, dichiara la sig. ra Maria de Gennaro, ma non è la sola, c'è anche la sig.ra Giacoma la Forgia: “Questo quartiere ha una nomea che ormai non dovrebbe esserci più. Siamo gente tranquilla che lavora onestamente senza dare problemi a nessuno”. Come si può ben capire da queste affermazioni c'è una volontà corale di abbattere i pregiudizi che ancora sopravvivono tra i molfettesi. Ma l'atto di denuncia va ben oltre, dritto alle istituzioni, che, anche se ufficialmente procedono nel PIRP, in realtà vengono percepite assenti dai cittadini o comunque lontane dai loro reali problemi. Ad esempio, quando si hanno problemi all'interno delle case, i tecnici del Comune o dello IACP arrivano, se tutto va bene, con tre, quattro mesi di ritardo. Inoltre manca una regolare manutenzione del manto stradale, dei muretti, che ora sono per la maggior parte pericolanti e costituiscono un problema per i bambini che giocano per strada. Già, perché “in questo quartiere – racconta il sig. Gino Spadavecchia – mancano centri di aggregazione giovanile fatta eccezione per la parrocchia, i cui campi, però, sono sempre occupati da altri ragazzi. Logico, quindi, che i bambini e gli adolescenti vivano abbandonati a loro stessi e crescano in assenza di stimoli. Si divertono a giocare sulla spiaggia con i cartoni e a costruire casette nelle quali fanno crescere i cani randagi, che qui, per il numero elevato, costituiscono un grosso problema”. Ma gli abitanti di questo fiero quartiere hanno in corpo una rabbia e una determinazione da far invidia a qualunque altro molfettese, concretamente, se pure nelle difficoltà, vanno avanti senza arrendersi. Alla carenza di strutture sociali, fanno fronte mantenendo solidi i rapporti interpersonali e in più mettono in atto un vero e proprio sistema di “mutuo soccorso”. Qui si ha giustamente la sensazione che non si siano persi quei contatti umani che invece un po' ovunque sono andati distrutti. “Ho avuto problemi con mio figlio quando era piccolo – continua la sig.ra Giacoma La Forgia – poiché per necessità ero molto tempo da sola, e chiunque dei vicini avesse sentito il bambino piangere, si sarebbe adoperato per darmi una mano. Ne è stato l'esempio la signora del secondo piano”. Nel quartiere ci sono stati, soprattutto negli ultimi anni, dei lenti miglioramenti. Costruito alla fine degli anni '60, oltre alle opere di urbanizzazione primaria, inizialmente mancanti, la zona è stata ben collegata al centro attraverso mezzi pubblici, ma questo non è il solo servizio presente, nei pressi c'è sia il mercato ortofrutticolo che quello del pesce, oltre ad un panificio ed un bar. C'è poi un market, punto di riferimento per i residenti, che con i suoi orari elastici, risponde a tutti i bisogni di prima necessità ed è a completa disposizione dei clienti-amici. Manca invece una farmacia, la più vicina è, infatti, in via S. Francesco d'Assisi. Camminando per le strade e chiacchierando con la gente, risulta evidente che seppure in principio nessuno abbia scelto di andare a vivere lì, ora nessuno vuole più andarsene, infatti il 10% della popolazione (dato fornito dal SUNIA) sta comprando le case e l'agenzia immobiliare Anastasia conferma la presenza di un mercato attivo. Ma c'è da dire che gli appartamenti vengono acquistati solo da gente che ha sempre vissuto lì, non c'è affluenza da altre zone di Molfetta. Scetticamente è vista anche la ricostruzione del porto, si pensa che il quartiere sarà solo zona di transito per i camion senza reali benefici per chi vive questa parte di città. Sì, perché il rapporto che questa gente ha col quartiere è fervido e caldo, la casa va oltre le mura domestiche e abbraccia anche la strada con un senso di appartenenza che ormai non c'è più. Abbiamo incontrato persone accoglienti e disponibili al dialogo, che sono scese dalle loro abitazioni per raccontare, esporre il proprio disagio. Certamente non sono manchevoli di difetti, a questo proposito basti dire in qualche caso sopravvive ancora l'usanza incivile, ma purtroppo radicata, di lanciare il sacchetto della spazzatura dalla finestra… per poi lamentarsi della sporcizia che regna sovrana! Quel che comunque è più importante è che nessuno degli abitanti veda “la Madonna dei Martiri” come una periferia, anzi sostengono che, nonostante le difficoltà, si va gradualmente formando una città nella città.
Autore: Serena Minervini
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