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Lup e Legambiente, il comparto 17: l'urbanistica fatta a pezzi a Molfetta
28 giugno 2015

MOLFETTA - Il comparto 17 si affaccia, da un lato, sul mare e, dall’altro, sul cimitero. È, in parte, l’area occupata un tempo dal complesso industriale Palbertig.

La sua storia è esemplare, come tante e più di tante già vissute a Molfetta: edilizia a brandelli, strade disegnate con riga e squadra, sorprendenti scelte urbanistiche (un gruppo di palazzi ubicato in una cava) e norme ‘furbette’ per favorire l’ampliamento del carico urbanistico consentito.
“Si tratta, insomma, di un caso di scuola, frutto soprattutto di errori politici che risalgono al passato e che però anche questa amministrazione non dà segni di voler affrontare”, commentano le associazioni Lup e Legambiente che hanno di recente presentato, congiuntamente, note e osservazioni al piano di comparto.
L’inizio è il 2001, o forse ancora prima. Il comparto 17, infatti, ha potuto sfruttare un’ambigua norma del Piano Regolatore Generale in base alla quale è possibile, in alcune aree della città, non solo edificare nuove costruzioni ma, in aggiunta a queste, prevedere “anche interventi di conservazione e riqualificazione” di volumi preesistenti.
Non deve essere stato difficile pensare che questo comma potesse essere sfruttato anche per quella zona artigianale ‘spontanea’ collocata a ridosso della S.S.16 o nell’ex zona boaria, nota ai molfettesi come chertécchie. Perciò, nel comparto 17, è stato previsto il recupero anche di questi volumi già esistenti. Una buona cosa, all’apparenza.
Vediamo perché, in realtà, non lo è. Primo: le modalità di “conservazione e riqualificazione” dei volumi non sono chiarite e, dunque, il loro recupero potrà avvenire nei modi più disparati. Ad esempio, trasformando la destinazione d’uso di questi edifici da industriale, artigianale o terziaria a residenziale.
Se questo dovesse accadere, ne deriverebbe un carico urbanistico molto più grande di quello previsto e, per giunta, non bilanciato dai necessari standard aggiuntivi, cioè da quelle aree destinate a verde e servizi. Risultato? Congestione di palazzi e carenza di spazi pubblici.
Secondo: Questi volumi non incidono sul calcolo delle quote di comparto da destinare, rispettivamente, all’edilizia pubblica e a quella privata. Un punto, quindi, a favore dell’edilizia di iniziativa privata che, nei fatti, risulterà molto al di sopra del 40% previsto dalla legge.
Terzo: il piano prevede la possibilità di risarcire (non è chiaro se a carico delle casse comunali) la demolizione di parte di questi volumi, alcuni dei quali ad oggi molto degradati. Si tratta di edifici ‘di confine’, per i quali è però prevista, al contempo, la possibilità che questi stessi volumi restino comunque nelle disponibilità dei proprietari: una vera contraddizione in termini o, se vogliamo, una truffa. Potremmo andare incontro, infatti, a demolizioni ‘fittizie’, a risarcimenti veri e a situazioni di degrado che permarranno irrisolte.
Alla questione-chertécchie si è aggiunto un increscioso ‘dettaglio’: il piano prevedeva, infatti, che alcune palazzine fossero ubicate all’interno di una cava dismessa. Una prova, questa, di come la progettazione (a voler escludere la malafede) sia stata sciatta e incurante di altimetrie e salti di quota. Ancora più increscioso è che le palazzine in questione ricadessero nella già sacrificata quota di edilizia residenziale pubblica.
Altre ‘stravaganti’ scelte di piano riguardano la viabilità: ad oggi è prevista una strada – ovviamente irrealizzabile – che entra nella cava, taglia il viale del cimitero e si innesta sulla S.S.16…
La storia del comparto 17 non finisce qui. La frammentarietà, che ha caratterizzato questo comparto sin dall’inizio (quando è stato smembrato in 4 aree), tradisce la logica unitaria e organica che ogni piano di comparto dovrebbe avere. Un perverso disegno, reso possibile anche da norme ‘grimaldello’ come quella menzionata qui all’inizio, sta producendo insomma un ennesimo mostro urbanistico.
Cosa avrebbe dovuto fare questa amministrazione comunale? Assumersi la responsabilità di una riprogettazione del comparto. Vale a dire, non solo limitarsi a ridefinire la localizzazione dell’edilizia pubblica (cosa per la quale non è dato di sapere perché mai si sia dovuto prevedere un apposito incarico di consulenza alcune settimane fa deliberato dalla giunta), ma procedere anche al ricalcolo delle quote di edilizia pubblica, alle necessarie verifiche delle caratteristiche geomorfologiche dell’area, alla ricontestualizzazione del progetto.
Senza una guida politica o con una guida politica volta a favorire soltanto gli interessi esistenti, l’urbanistica a Molfetta continuerà a produrre volumetrie e strade (anche le più improbabili), ma non la tutela né il progresso a vantaggio della collettività.

Il Circolo Legambiente di Molfetta Laboratorio d’Urbanistica Partecipata, Molfetta

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