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Luisa Moscato: giusto chiudere tutto ma con i dovuti supporti. Ora però pensiamo a non mollare!
15 marzo 2021

L’anno appena trascorso è stato l’emblema della resilienza, per tutti. Nessuno si sarebbe mai aspettato che il 2020, anno ricolmo di aspettative positive, ci avrebbe riservato invece una disavventura del genere. Quello di cui ci ha privati questa pandemia è stato tanto, così come tanto è stato il danno che ha arrecato all’economia, lasciando a bocca asciutta centinaia di lavoratori. Tra le fasce più colpite ritroviamo sicuramente quella dei lavoratori dello spettacolo i quali, tranne che per alcune eccezioni e brevi riprese, sono fermi dallo scorso marzo, e versano in grosse difficoltà. Tanti sono stati gli appelli rivolti al Governo da parte di artisti e non, per richiedere un sostegno economico e anche delle soluzioni alternative che permettessero a luoghi ed eventi culturali di non chiudere ancora i battenti. Ma i risultati non sono stati poi così grandiosi. “Quindici” tuttavia vuole approfondire il tema, raccogliendo il punto di vista di chi è interno a questa situazione e ha sentito Luisa Moscato, attrice, cantante, e conduttrice molfettese con alle spalle una carriera di tutto rispetto. Dalla conduzione e partecipazione a spettacoli teatrali locali, al debutto sul piccolo schermo, passando per esperienze teatrali e musical, in giro per l’Italia. Da qualche anno la ritroviamo anche direttrice della sua accademia e associazione culturale “Arteinscena” a Molfetta, rappresentata da diversi professionisti del mondo canoro, teatrale e attoriale e presso la quale la Moscato è anche insegnante di recitazione, dizione e musical. L’anno appena trascorso è stato uno dei più duri dai tempi della seconda guerra mondiale, l’arrivo della pandemia da Coronavirus ha stravolto le vite di tutti noi, ci ha messo e continua a metterci a dura prova. Lei da artista, come ha trascorso questo tempo sospeso e incerto, vissuto sul filo dell’inquietudine ma anche della speranza? Anche lei si è reinventata di tutto nei momenti di chiusura maggiore? «Con questa domanda non posso far altro che ricordare i bei tempi delle tournée, quando ero in attività con la mia compagnia teatrale e condividevo con loro sì il palco, ma anche tutto il resto del tempo. Settimane, mesi e giorni fatti di prove su prove, di lunghi viaggi e tanti spostamenti. E’ letteralmente una grande famiglia in continuo movimento, con la quale si condivide di tutto, anche momenti di convivialità come quelli post-esibizione dove si trova finalmente spazio per scaricare l’adrenalina ancora in circolo e confrontarsi, con davanti del buon cibo. Se però manca l’elemento principale ossia il lavoro, viene meno anche tutto quello che vi ruota intorno. Per questo parlo di “bei tempi”, perché purtroppo ora tutto questo è solo un bellissimo ricordo. E’ un anno che è tutto un po’ fermo e all’inizio l’inquietudine è stata sicuramente la protagonista comune delle mie giornate e di quelle di tutti noi, questo senso di profonda paura per ciò che accadeva e per quello che ne sarebbe stato del nostro futuro, ci sopraffaceva. Ora la preoccupazione è ancora presente ma la paura si è acquietata un po’ perché è subentrata l’abitudine. Nella vita ci si abitua a tutto, anche alle tragedie e alle notizie terribili, è sopravvivenza e guai se non fosse così. Io ricordo che a fine Febbraio 2020 ero in accademia ed ero indaffarata per la preparazione dello show di fine anno, sia io che i ragazzi eravamo felicissimi perché avevamo scelto uno spettacolo che piaceva a tutti e avevo un cast davvero perfetto. Solo che da giorni ormai, si susseguivano le notizie di questo virus che stava circolando e che stava creando problemi, addirittura mietendo anche delle vittime e più il tempo passava, più le notizie incalzavano, così presi una decisione. Tra gli ultimi giorni di febbraio e l’inizio di marzo, attraverso un messaggio sul gruppo social che abbiamo insieme, comunicai ai miei ragazzi di voler fermare tutto, di chiudere l’accademia per una settimana e di vedere come si sarebbe evoluta, nel frattempo, la situazione. Ricordo di aver scritto quel messaggio con le lacrime agli occhi, perché ero davvero molto addolorata e lo dissi anche ai miei allievi, mai avrei pensato di dire una cosa del genere ma ero preoccupata, in quella scuola ci sono tanti giovani e tanti minorenni e pensare di continuare a far lezione con tutto quello che di sempre più drammatico ci giungeva dai media, non era fattibile. Ho sentito gravare sulle mie spalle una responsabilità per cui presi questa decisione, molto sofferta ma anche molto ponderata. Di lì a una settimana però Conte annunciò il lockdown e l’incubo iniziò. In quei tre mesi è stata durissima, per me ma anche per tutti, per gli artisti, per gli attori di teatro e non, i cantanti, per tutti coloro i quali si son dovuti fermare e non hanno più potuto dar sfogo e corpo alla propria arte, alla propria passione. In quel periodo lì non mi sono propriamente reinventata, piuttosto, ricordo che i miei ragazzi mi chiedevano con necessità di voler trovare un modo per stare insieme, per riprendere a lavorare e così decisi di iniziare a tenere delle lezioni online, che permettevano di dare anche una sorta di continuità al lavoro che avevamo avviato. Fortunatamente la prima parte di questo lavoro era salva ossia quella corporea, online abbiamo portato avanti come abbiamo potuto quella della dizione e quella interpretativa e siamo riusciti a produrre delle cose davvero carine, abbiamo realizzato un video, registrato e montato con il contributo dei ragazzi. Insomma, non ci siamo persi d’animo e abbiamo collaborato affinché tutti potessimo continuare a dar vita alla vita del teatro, in qualche modo». Quest’emergenza ha colpito pesantemente un po’ tutti gli aspetti della nostra esistenza, tra questi, l’economia che è stata messa ancor più severamente in ginocchio. Alcune categorie in particolare, hanno clamorosamente subito la peggio: è il caso del mondo dello spettacolo. L’arte scenica tutta è praticamente stoppata da marzo, ha avuto delle brevi e piccole boccate d’ossigeno durante l’estate e poi, con l’arrivo della seconda ondata, è stata nuovamente penalizzata. Che effetto le fa vedere luoghi come cinema e teatri, delle vere e proprie seconde case (o forse prime) per gli artisti, chiusi e svuotati della loro vita? «Il mio mondo mi manca tantissimo, pensare a tutti questi teatri e palchi vuoti mette tanta tristezza e malinconia. Io stessa ogni tanto faccio un salto in accademia e devo dire che a volte non riesco a trattenere le lacrime nel vedere tutto così vuoto e spento, nell’avvertire quest’aria di... sospensione presente in sala. Sì, sospensione penso che sia la parola più adatta per descrivere le domande che ci si fa ogni giorno, se tutto questo finirà e quando, quando si tornerà a riempire i teatri, le sale dei cinema, i concerti ma anche tutti gli altri luoghi d’aggregazione, e che possa arrivare un input per la nostra economia che è in ginocchio e che non era poi così florida nemmeno prima. Il palco è per l’artista un vero e proprio bisogno e se a questa crudele privazione ci aggiungiamo l’impossibilità di sostentamento è davvero troppo, e penso ci sia il rischio che alcuni colleghi possano cadere in depressione». Lei stessa è direttrice dell’accademia e associazione culturale ‘Arteinscena’ sita in Molfetta, protagonista di vari musical e performance, presso la quale svolge anche il ruolo di insegnante. Cosa le sta pesando di più nel vedere il suo “regno”, temporaneamente spento? Pensa che sia stato adeguato il provvedimento secondo cui luoghi di cultura e svago debbano restare chiusi per fugare il rischio di assembramenti? «Circa l’adeguatezza del provvedimento preso dal Governo e dal comitato tecnico- scientifico riguardo la chiusura dei luoghi di cultura, devo essere sincera, non so bene cosa avrei fatto se mi fossi trovata nei loro panni. Trovarsi in determinate posizioni di rilievo con conseguenti capacità decisionali di un certo spessore, comporta un carico di responsabilità enorme quindi dev’essere stato arduo e delicato per gli organi di competenza, prendere certe decisioni. Nel mio piccolo, quel tipo di responsabilità l’ho avvertito anche io quando decisi di fermare tutto e tutti e chiudere l’accademia per una settimana circa, e mi sentivo tesa e provata da quella scelta, nonostante io non abbia centinaia di ragazzi, né un numero esagerato di corsi, anche per permettere loro di essere seguiti con l’attenzione che meritano perché se il numero fosse più cospicuo, sarebbe tutto molto più caotico e dispersivo. Non voglio immaginare come dev’essere stato per chi ha assolto allo stesso compito ma in maniera molto più amplificata, dovendo considerare un’intera serie di siti culturali e istituzionali. Quindi, se proprio devo esprimere un’opinione, tenendo conto della gravità di tutto quello che è successo, di tutte le vittime che fino ad ora ci sono state, e nonostante mi faccia molta rabbia e molto male allo stesso tempo anche solo pensarla una cosa così, credo che avrei preso le stesse decisioni. Siamo ancora fermi, ancora sospesi, ma avrei fatto le stesse scelte per il bene di tutti. Naturalmente, queste scelte sarebbero state sostenute da un supporto economico, garantito a tutti i lavoratori dello spettacolo e a tutte le categorie che ne fanno parte, senza lasciar indietro nessuno». Crede che gli spettacoli trasmessi in streaming rappresentino un buon palliativo? «Sì, gli spettacoli in schermo possono rappresentare un buon palliativo perché sicuramente sono di compagnia a chi è a casa, soprattutto agli anziani e a chi si trova nelle fasce più a rischio, magari perché non possono uscire di casa e il digitale o anche semplicemente la tv permettono un po’ di svago e di poter staccare la spina dai pensieri tristi e angoscianti che, volenti o nolenti, si ascoltano dai tg o dalle trasmissioni di cronaca e attualità. Per cui se in mezzo a tutto questo riusciamo a far passare anche qualcosa di più leggero o di carattere culturale, ben venga! Ovviamente non posso esimermi dal dire che restano comunque dei palliativi, perché non è la stessa cosa che andare a teatro e vivere il pathos che si crea nel momento in cui l’attore va in scena, per esempio. Nel teatro l’emozione viaggia in tempo reale, parte dal palcoscenico e arriva allo spettatore mentre uno schermo crea comunque una distanza e ciò che vediamo proiettato magari è stato girato anche qualche anno prima. Il metro di paragone direi che è praticamente nullo. Spettacoli e concerti sono costretti ancora al sipario chiuso e ai palchi deserti, ma le conseguenze peggiori le pagano i lavoratori e le maestranze. Cosa pensa che si possa fare di concreto e magari anche celermente, per aiutare e salvare questa categoria che lavora nel backstage ma senza la quale nulla esisterebbe? Pensa anche lei che sia stata abbandonata dallo Stato? Beh, intanto mi preme ricordare che ci sono anche altre categorie di lavoro che sono state penalizzate da questa situazione, come quella della ristorazione e quindi bar e ristoranti ma anche le palestre. Sicuramente quella artistica è tra le più danneggiate e altrettanto sicuramente è l’unica a non aver ricevuto nessun tipo di considerazione da parte dello Stato, dato che le altre fasce occupazionali hanno ricevuto dei contributi, certo non eccezionali, ma li hanno ricevuti. Il decreto ristori non prevede nessun ausilio per i lavoratori dello spettacolo e questo è estremamente deleterio perché noi artisti facciamo questo lavoro con passione e dedizione così come ogni altra persona con qualunque altro lavoro e non vedo perché, nel 2021, in Italia ci sia ancora questa concezione scorretta dell’arte considerata solo come un passatempo e dell’artista che in realtà non ha un vero e proprio lavoro. E per chi vive solo di arte è davvero una sofferenza indescrivibile. Per quanto riguarda gli addetti ai lavori confermo assolutamente, sono le fondamenta di uno spettacolo e senza di loro nulla esisterebbe per davvero. Gli artisti sono quelli che si prendono sempre tutti gli applausi, certamente meritati, ma molto spesso ci si dimentica di chi è dietro le quinte e fa il grosso del lavoro. Senza le maestranze nessun artista, anche di fama, sarebbe dov’è ora per cui andrebbero sostenute e tutelate molto di più e meriterebbero maggior riconoscimento». Questa pandemia ci ha insegnato a reinventarci, come abbiamo accennato all’inizio: crede che, dopo quello che stiamo attraversando, i mestieri stessi che riguardano il teatro si reinventeranno? «Sicuramente nella vita si fa di necessità, virtù e la sottoscritta si è reinventata un nuovo modo d’insegnare, per esempio, che mai avrebbe pensato di poter imparare o applicare. Certo, il fascino del teatro sta proprio nel dar vita alla creatività, alle emozioni e ai sentimenti, alla magia di un corpo in movimento o di una voce che racconta una storia, nel donare sé stessi all’arte in tutte le sue forme e trasmettere al pubblico quel meraviglioso respiro d’amore e passione, e tutto questo non è possibile con uno schermo di mezzo. Dunque direi che per ora ci stiamo arrangiando ma i veri spettacoli, quelli dove ci si immerge in un viaggio emotivo condiviso e pulsante, torneranno così come li abbiamo lasciati. E questo è l’augurio più sincero e la preghiera più sentita che mi sento di fare, che tutti possiamo al più presto tornare ad una nuova normalità. Che possiamo tornare ad essere nuovamente felici e spensierati, che possiamo iniziare finalmente a godere della gioia e della leggerezza di una rinascita, che tutti insieme possiamo tornare a riempire bar, ristoranti, pizzerie, locali, palestre liberamente e senza preoccuparci della distanza, che possano finalmente riaprire teatri, cinema, musei, luoghi di cultura, che si possa tornare ad affollare e partecipare ai concerti, che i bambini possano tornare a giocare liberamente con i propri compagni e possano tornare ad avere un contatto reale con gli altri, che possano tornare a crescere, che i ragazzi possano tornare ad uscire, a confrontarsi e vivere la loro età, che si possa tornare a scuola per viverla veramente, dal vivo, perché la dad non è realmente scuola ma solo un modo per tamponare la quotidianità che ora manca, che gli anziani possano sentirsi liberi di uscire, passeggiare, che le famiglie possano finalmente riunirsi e i nonni possano abbracciare i loro nipoti senza riserve. Che possa rialzarsi pian piano anche l’economia dato che ora è particolarmente compromessa. Al di là, quindi, delle categorie lavorative e dello stato in cui versano, che si possa tornare a vivere! Ma nel frattempo teniamo alta come possiamo la positività e manteniamo un atteggiamento propositivo, componenti indispensabili per affrontare le avversità, anche quelle più feroci». © Riproduzione riservata

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