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Lettere dagli argonauti di Marco I. de Santis
15 dicembre 2007

E per prodigio accade / che fra il pattume delle strade / o nel dedalo contorto della mente / splenda una luce viva, / logofanìa che desta al creato / e al vivere dà fuoco. / Allora è come avere il dono di Orfeo, / da luoghi mitici, remoti, / inaspettatamente / è come aprire lettere rivelatrici / dalle rotte disperse / degli ultimi argonauti. Questi versi, tratti dalla lirica che dà il titolo alla raccolta Lettere dagli argonauti (Edizioni La Vallisa, Bari, 2007) di Marco Ignazio de Santis, mi paiono racchiudere il senso più profondo della silloge, costantemente tesa a sondare la natura di un fenomeno eversivo e delicato come la poesia, barbaglio di bellezza in quel convolvolo di brutture ch'è il mondo odierno. Poesia e rifl essione critica si compenetrano: alle liriche, centellinate e ripartite in sezioni dai titoli raffi nati e di grande suggestione, fanno seguito due interviste, una di Giannini l'altra di Giancane, al de Santis e una pagina, ancora di Giancane, che indaga il coesistere di un “canto alto” e di elementi di colloquialità nella produzione del de Santis. L''appendice' critica appare tutt'altro che avulsa dal contesto dei componimenti poetici, perché illumina la concezione che l'autore coltiva della poesia, aristocraticamente svettante sulla mediocrità del quotidiano – ma senza cedimenti superomistici – e allo stesso tempo democratica, non auto-referenziale, capace di “aprirsi a tutti, di universalizzarsi”. Inoltre, le note in calce alla silloge, oltre a render ragione del prestigioso 'curriculum' del de Santis, ribadendone la versatilità, lo spaziare “dalla poesia alla critica letteraria, dai racconti agli articoli di 'terza pagina' [...], dalla storia alle tradizioni popolari, dalla toponomastica alla lessicografi a” (non dimentichiamo anche la collaborazione con il nostro giornale Quindici!), aiuta a comprendere l'iniziale, pregevole Feuillet de doléance, venato d'auto-ironia. Marco Ignazio si 'disperde' fra articoli e saggi, “tra vecchie carte / di storie minime e sepolte”, mentre la poesia, bistrattata, se ne sta in un angolo, “come una moglie negletta e innamorata”. La riconciliazione è però imminente, in un tripudio di metafore fl oreali che vince “la nebbia fredda del distacco”. Il mito dell'estrema Thule diviene tutt'uno con l'inquieta tensione alla poesia primigenia, una sorta d'archiscrittura: a ostacolare l'inchiesta incubi, i quali assumono le sembianze di un vento che disperde le carte (come il poeta appariva disperso nelle sue ricerche erudite in Rimorso) o si ipostatizzano in una Chimera inferocita, in quel dedalo di simboli ch'è La nottola di Atena. Se, nell'intervista curata da Giancane, Marco de Santis declina una sorta di grammatica del giovane poeta, consigliandogli di “leggere tanto, viaggiare, confrontarsi con altri intellettuali e osare molto”, proprio le memorie di viaggio si sedimentano nei suoi versi e non ci stupisce che il “pullulare” devastante di “incubi di fi ele” sia assimilato a quello delle “stele istoriate / del cimitero di Praga”. Rivivono poi, in Il sogno, la Valtellina, il Mato Grosso delle favelas in un brulicare di corpi sudati d'estrema icasticità, persino Taizé con l'immagine, dal profondo candore, del compianto “Padre Roger”, effi giato in un bianco che gli si addice, perché spesso, nel linguaggio cromatico, identifi cato come colore della “purezza”. Belgrado, in particolare la Skadarlija, la parte bohèmienne, diviene una “babele” di poesia, dove la pluralità delle lingue non sembra tradursi, però, in caos assordante, ma si libra, nell'“archivolto del cielo”, generando armonia, musica, dolcezza. A un serbo, il poeta Dragan Mraovic, sono dedicati alcuni tra i versi più struggenti: in Finisterrae rivive l'inferno dei Balcani e l'immagine di Babele non è salvifi ca, perché dal dramma dell'incomunicabilità si determina l'insorgere delle grandi tragedie dell'umanità, tutte così simili nella forma (e forse anche nella sostanza), al punto che al poeta appare “arduo capire / se sian più tristi i tropici / o lo scempio dei Balcani / o l'angoscia dei profughi / o i genocidi africani / o i massacri in terre più lontane”. Forse solo l'amicizia potrà salvare il mondo, tanto più se si tratta di un sodalizio come quello della Lettera agli amici poeti... Perché solo i poeti, in un limbo quotidiano, in cui Apollo sembra a tratti tutt'altro che apollineo e il soccorso della nottola d'Atena è troppo tardivo, possono resistere alla dispersione e, nella perenne ricerca del vello d'oro, scoprire on the road “una scintilla di bellezza / sprizzata per incanto / dall'acciarino dei versi”.
Autore: Gianni Antonio Palumbo
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