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La stagione pensosa di Ada De Judicibus
15 luglio 2005

Nuvole... Apparentemente libere, come i nembi di De André, che 'vanno, vengono, a volte si fermano'. Soavemente danzanti così da suscitare, come accade al celebre pastore leopardiano, l'invidia dell'io poetante. In realtà sottomesse al vento, che, scompaginandole, ne fa un'allegoria delle esistenze umane, sottoposte all'insondabile mistero chiamato Destino. Nella poesia “Quella”, in “Quasi un diario”, Ada De Judicibus Lisena s'avvaleva della simbologia della nube a pennellarsi, catapultata in un quadro di Ensor, come colei che 'ha occhi lontani, da acchiappanuvole'. Ora le nuvole irrompono nella nuova, bellissima silloge della poetessa molfettese, “Una stagione pensosa” (Edizioni Mezzina, 2005). Un'opera che, in pregevolissimo cesello, sa amalgamare memoria artistico-letteraria, nonché musicale, e memorie di vita. La pensosa maturità non esclude l'allegria, già suggellata nel nome Ada in “Una santa in corsivo”. Un'allegria che consente alla pallida Luna di tanti poeti la metamorfosi in una creatura alla Rubens, bionda 'ridente' e 'rotonda'. Un ariostesco incanto che induce a 'sci pee l'àrie' ed è la genesi di una lirica che, se ha il sapore del pane appena sfornato e dei fichi freschi, non manca di ammiccare a spazi infiniti. Che vive del culto del mare, raffigurato nella splendida “Libecciata” di Antonio Nuovo in copertina e, nella poesia 'Mari', effigiato in metamorfica simbiosi col mondo campestre, per cui 'la veranda protesa sugli ulivi' è 'una prua sull'onda delle chiome' e l'affastellarsi d'alberi diviene 'mare', in uno scorcio fiabesco che prelude alla riflessione escatologica. Significative le figurine ben tratteggiate della nonna, pronta alla riprensione di 'furbizie infantili' per mezzo dell'atavica saggezza racchiusa nel vernacolo, o della madre, col suo canto che l'epanalessi e la figura etimologica sembrano spandere in ogni angolo della casa. Melodie di Capinere tristi e di balocchi negati all'infanzia, cui fa da contraltare il canto della Lola di Mascagni, prorompere di femminilità predatrice e velata allusione a una sensualità gioiosa. Non è però il femminino della discutibile eroina verghiana, 'magnolia voluttuosa', che Ada sente più consentaneo alla sua indole. “Non sono regina di cuori / Il mio trono è fatto di nuvole, la mia corona è il sorriso della poesia”. È forse il femminino delicato della Desdemona dell'Otello verdiano, che affida alla triste fiaba del salice il proprio testamento spirituale. Non a caso sul salice, simbolo di una vita della natura che travalica i confini della fragile esistenza umana, si sofferma il melanconico 'sorriso' della lirica di Ada. Vola sugli amori senza storia, 'trasognati', 'sofferti', come rose di dicembre. Illumina la campagna che profuma di zagare e (notevoli qui le reminiscenze dei RVF di Petrarca) pare in costante, quasi magico, rinnovamento. Come il giorno, che declina dolcemente per risorgere in un tripudio di colori. Magari sulle case del borgo antico, 'camere nude' che in mistica compresenza di presente passato e futuro risuonano di un dialetto 'arcaico pietroso'. Costante, dolcissimo un anelito di pace, che vive nel bel nome della figlia, Irene, cui sono dedicate due poesie. Perché nel mondo delle ingiuste gerarchie, ravvisabili persino tra gli uccelli, con i passeri spauriti in attesa di potersi cibare delle briciole neglette dalla gazza e dalla tortora, non cessa mai di crescere un 'albero romantico / dall'indole battagliera', simbolo della fede nella vita. L'arancio. Gianni Antonio Palumbo gianni.palumbo@quindici-molfetta.it
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