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La serenata amorosa a Molfetta e Canosa di Puglia nel '900
15 novembre 2010

L’esistenza a Molfetta di un repertorio di canti popolari, composti tra Ottocento e Novecento, testimonia a favore di una tradizione musicale popolare antica. Per defi nizione, la musica popolare aff onda le radici nelle tradizioni di una ben individuata popolazione o ambito geografi co; essa è rifl esso dei ritmi di vita della comunità da cui essa scaturisce e si tramanda oralmente. Una caratteristica fondamentale della musica popolare è la sua interpretazione che, come sosteneva Bartòk, è soggetta sempre all’«istinto della variazione». Nel rimarcare la stretta correlazione tra la cultura popolare e la musica, il prof. Michele Valente nel suo recente libro La Pizzica. La danza perduta e ritrovata come terapia ai mali psicosomatici (Roma 2009), rievoca i ricordi di suo padre Simone, che nel 1926 aveva ascoltato la serenata “portata” a sua sorella Teodora, in Via Apicella 28. La serenata era lo strumento che l’innamorato aveva per comunicare all’amata il proprio sentimento, una specie di preparazione alla dichiarazione d’amore vera e propria. La serenata era concepita come una semplice e lineare monodia accompagnata che si eseguiva sotto la fi nestra della amata. Dai ricordi di Simone Valente riaffi ora anche il riferimento alla tradizione di suonare il tamburello e le chitarre, durante le feste popolari, con la presenza di suonatori che spesso provenivano da Terlizzi. La serenata fu in voga a Molfetta sino agli anni ‘50 del Novecento. Durante il fascismo era stata vietata a causa dei pericoli che potevano derivare dagli assembramenti; il Sessantotto e gli anni Settanta, infi ne, decretarono la totale scomparsa di quell’antica e genuina testimonianza della cultura popolare. Tra gli ultimi autentici interpreti della musicale popolare fu Sabino Andriani (1888- 1969), maestro-barbiere il quale si dedicò anche ad una meritoria attività di trascrizione e di riduzione di marce funebri e di sinfonie di opere liriche per quintetto a plettro di mandole e mandolini. Se a Molfetta il mondo della serenata è scomparso per sempre, a Canosa resiste ancora all’ingiustizia del tempo volgare in cui viviamo; ho la fortuna di aver conosciuto personalmente un autentico musicista e maestro canosino, Peppino Liberatore (classe 1947), dalla cui voce ho appreso una enorme mole di notizie relative non solo alle vicende della musica leggera a Canosa, (a partire dagli ’50 del Novecento) ma anche sull’aff ascinante mondo delle serenate amorose. Liberatore, che ha creato, diretto e suonato in molti complessi musicali (da I nati stanchi, ai Masters, ai Materia prima), può vantarsi di essere tra gli ultimi cantori di serenate, un rito che lo vede ancora oggi interprete privilegiato di quella cultura archetipica della civiltà contadina ed artigiana più remota. Liberatore “porta” la serenata con il suo gruppo La Uasciezz (in origine Serenata celeste) ingaggiato spesso per suonare durante i matrimoni e le feste popolari. Nella foto che qui si propone (un signifi cativo documento “etnico”, anche in relazione al luogo in cui è stata scattata) sono presenti, da sinistra a destra: Peppino Liberatore (chitarrista, che spesso canta in terza, secondo l’uso proprio del più genuino ed autentico canto popolare ed a volte raddoppia le voci), Nunzio Acquaviva (chitarrista e cantante), Stefano Tempesta (sax contralto), Mario Franco (suonatore di fi sarmonica, il più anziano del gruppo), Michele Fioravante (cantante e chitarrista). La foto è stata scattata nel 2008 presso il salone-barberia detto del “cavaliere”; il repertorio musicale del gruppo comprende anche canti nati dalla collaborazione tra Mario Franco e il poeta canosino Sabino Losmargiasso. A Canosa, il modo più antico di cantare la serenata era certamente quello della “serenata contadina” che si eseguiva con la chitarra battente, la chitarra francese, il violino, il mandolino e la mandola; chi eseguiva quella serenata suonava ad orecchio melodie spesso imparate per tradizione orale. La “serenata contadina” si estinse negli anni ‘30 del Novecento, sostituita gradatamente dalla “serenata artigiana” eseguita con violini, mandolini, fi sarmonica, sassofono e clarinetto (sull’argomento è illuminante la recente pubblicazione dello studioso etno-musicologo Giuseppe Gala, anche lui canosino: Canosa nella valle dell’Ofanto. Canti di masseria e di vita contadina, Canosa 2009 , uno studio preceduto nel 2002 dal cd di musica etnica Violini e serenate a Canosa pubblicato da “Taranta”, Firenze). Nella “serenata artigiana” i suonatori, che sanno leggere la musica ma cantano a memoria, sono barbieri, sarti, falegnami, calzolai, arrotini ed impiegati che si riuniscono per concertare ed anche per creare nuove melodie nelle botteghe (spesso, se non esclusivamente, i saloni da barba), considerate luogo elettivo per insegnare il modo tradizionale di cantare e di suonare e per tramandare gli aneddoti della cultura popolare ai più giovani.

Autore: Giovanni Antonio del Vescovo
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