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La sediolina di Papà
15 marzo 2012

È ancora là, nello spazio esiguo fra il grande letto matrimoniale di legno di radica e la parete, interrotta da un armadio a muro, è una sediolina di paglia di poco prezzo, come quelle che si vendono ancora nei mercati rionali, la spalliera e le gambe di legno chiaro, ordinario, con asticelle su ciascun lato e il sedile di paglia intrecciata, con alcuni fili che pendono spezzati, dal fondo. Mio Padre, che la riteneva più comoda delle poltrone della stanza da letto, la adoperava quando si preparava per la notte. Vi si sedeva per togliersi i pantaloni dell’abito e indossare quelli del pigiama, poi riponeva gli abiti sulla gruccia nello spogliatoio ricavato nell’armadio a muro. Ci sono ancora, appese su una cordicella all’interno della porta, alcune sue cravatte e cinture, come è sempre sull’attaccapanni dell’ingresso il suo cappello di feltro grigio. Sotto la sediolina, così come le aveva lasciate lui, l’ultima volta che le ha indossate, ci sono le sue pantofole, ancora nuove, o almeno sembrano nuove, perchè le sue cose le teneva bene, con la cura di chi ha sempre lavorato per ottenerle. Sulla parete, sopra l’armadio a muro, in una cornice ovale di legno dorato e intagliato, la foto in bianco e nero di una bimba di poco più di un anno, con gli occhi stupiti e un ciuffetto di capelli lievi che forma boccolo alla sommità della testina: la sorellina Angioletto. L’abbiamo sempre chiamata così, noi fratelli, e ora i piccoli di casa la chiamano la zia Angioletto. E’ la prima bambina avuta dai miei genitori, morta, prima che io nascessi, per una polmonite fulminante che neanche il padre pediatra aveva potuto debellare in epoca in cui non c’erano antibiotici e penicillina, lui che di bambini ne aveva salvati tanti. Questa dolce, tenera presenza continua a vivere nella mia casa. Fra il letto matrimoniale e la parete c’è il comodino col marmo scuro che risalta sul legno chiaro del mobile, con sopra una istantanea della mia Mamma – era molto bella – e una statuina di ferro brunito della Madonna, con la base cava parzialmente rotta, e la corona sulla testa. Noi da bambini nella coroncina della Madonna mettevamo i dentini da latte che cadevano, e poi ai piedi della statuetta trovavamo dei piccoli doni. Sulla parete, un po’ più in alto, il lume dorato con l’applique in vetro e la lampadina, che nell’ultima fase della sua vita mio Padre aveva voluto azzurrata perchè la luce non gli ferisse gli occhi accendendola durante la notte. Erano passati dei mesi dalla sua morte e non avevo voglia di dipingere, mi sentivo svuotata e priva di idee. Forse realizzare una lastra per una acquaforte, in casa, senza dover andare al mio studio, mi avrebbe aiutato: già, ma con quale soggetto? Avevo predisposto su un tavolino la lastra affumicata e le punte per l’incisione ma stavo per riporre tutto, ormai svogliata e demotivata quando lo sguardo mi cadde sulla sediolina di paglia. Era lì, paziente, fuori del tempo, come le cose che sopravvivono ai padroni, con sotto le pantofole di pelle marrone ordinatamente disposte. Ma sì, avrei fatto un’acquaforte con la sediolina di Papà, solo quella. Colloco la sedia in buona luce, ma in modo da evitare che qualcuno, passando me la sposti – e chi poi, non aspetto nessuno – e comincio a disegnare sulla lastra. La punta traccia dei solchi leggeri e sicuri, procedo con attenzione, lentamente, non ci possono essere ripensamenti o correzioni. La luce è andata sempre più calando, è quasi sera, dovrò continuare il giorno dopo. Il pomeriggio successivo mi accingo a riprendere il lavoro quando mi accorgo che la sediolina ha una prospettiva diversa dal giorno prima. E’ evidente che mi sbaglio, l’avrò mossa io senza accorgermene passandole vicino, non sono molto convinta ma non ci sono altre spiegazioni. Continuo il mio lavoro dopo aver sistemato la sedia nella stessa posizione del giorno prima. Procede bene, il tratteggio fitto evidenzia le luci e le ombre, ma non riesco a completare il lavoro. Il pomeriggio del giorno successivo, - ho bisogno della stessa luce - la sediolina è ancora sensibilmente spostata. Guardo rifletto, rimetto a posto la sedia e... capisco tutto. Devo fare una premessa. Mio Padre, ordinato e preciso, aveva una piccola mania: qualunque oggetto uno disponesse su un mobile, o in qualunque posto della casa, a volte era da lui cambiato di posto o messo in altra posizione, spesso spostato sia pure impercettibilmente, per timore che fosse urtato e cadesse, che intralciasse il cammino, indisponendo gli altri membri della famiglia che magari avevano una precisa ragione per collocare qualcosa in un certo modo. Quante volte mi aveva ripresa perchè mettevo libri o oggetti in equilibrio precario, e aveva quasi sempre ragione lui! E tante volte mi aveva rimproverata perchè una sedia o uno sgabello erano stati lasciati fuori posto e avrebbero potuto causare danni a qualcuno che aveva fretta o non accendeva la luce se la stanza fosse stata al buio. “Allora sei stato tu! - dico ad alta voce, e mi viene da ridere perchè evidentemente certe abitudini rimangono anche dopo – Ma ti rendi conto che se continui a spostarmi la sedia questa acquaforte non la finirò mai? In fin dei conti è un omaggio a te!”. Riprendo il mio lavoro e prima che faccia buio mi rendo conto che non ho ancora finito. Avvolgo in un telo la lastra perchè non si facciano segni non voluti, ripongo gli attrezzi e poi penso che sono precauzioni inutili, posso lasciare tutto così, non aspetto nessuno e comunque a nessuno verrebbe in mente di toccare qualcosa, neanche ai piccoli di casa. “Per favore, lascia stare tutto così anche tu, – dico con una certa severità nella voce – non spostare la sediolina, perdo troppo tempo a rimetterla nella esatta posizione”. Il giorno dopo ritrovo la sediolina esattamente al suo posto e finisco il lavoro. Poi andrò dalla mia collega che ha il torchio a stella, faremo insieme la morsura con l’acido e quindi, dopo aver inchiostrato la lastra la metteremo sotto il torchio, con sopra il foglio bagnato e vedrò il lavoro finito. Solito batticuore prima di vedere la stampa, e poi riconosco che è una delle cose migliori che abbia fatto con questa tecnica. Mi dico che qualche volta bisogna fare la voce grossa anche con Loro.

Autore: Marisa Carabellese
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