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La resa dei conti, Nicola Mascellaro racconta di un Paese difficile da cambiare
15 novembre 2017

Ormai nessuno riesce a toglierci questa sensazione di malessere, di sfascio ed insieme di impotenza che da qualche tempo ci accompagna. C’è il contrasto fra il Paese che bene o male lavora e produce ed uno Stato che affoga nei debiti, dalle amministrazioni centrali a quelle locali; c’è il rapporto perverso fra il Paese che cerca voce e la classe politica, i partiti ed i loro apparati, che restano muti e che dopo aver occupato ed invaso tutto il potere possibile e immaginabile, appaiono come prigionieri del loro stesso gioco, del sistema che hanno costruito e che ora li paralizza [...]. Questo Paese ha gruppi e nuclei molteplici che esprimono valori di impegno intellettuale, di vigore morale, di volontà solidaristica. Ed è questa Italia, sommersa e dispersa, che deve venire allo scoperto, ritrovarsi”. Sembrano parole pronunciate nei nostri giorni da un qualsiasi giornalista di costume oppure da un esperto in sociologia. Invece è il pensiero di Pietro Marino ed è datato 1991. Ho scelto questa citazione perché, a mio parere, una delle migliori per far comprendere il sottotitolo del libro scritto da Nicola Mascellaro, storico archivista della “Gazzetta del Mezzogiorno”. Il sottotitolo in questione è “Gli anni che non cambiarono l’Italia”. Gli anni in questione vanno dal 1991 al 1995, quelli segnati dallo scandalo Tangentopoli che portò alla fine della Prima Repubblica e preparò terreno fertile per la rapida, quanto gloriosa, ascesa del personaggio di Silvio Berlusconi. Sono passati ben 26 anni dall’alba delle vicende di Tangentopoli, per chi non lo ricordasse, in breve, lo scandalo che rivelò un sistema fraudolento che coinvolgeva la politica centrale e locale e l’imprenditoria. L’opinione pubblica, dopo l’iniziale smarrimento, si schierò in massa dalla parte dei PM: la legge sul finanziamento pubblico ai partiti veniva percepita come priva di senso, visto che per anni era stata spiegata con la necessità di sostentamento della politica ed ora si scopriva che ciò non aveva fatto venir meno la corruzione. Forte lo sdegno della popolazione italiana che inneggiava alla chiarezza ed al cambiamento. Finita la Prima Repubblica, tanti i personaggi emersi dalle ceneri di Tangentopoli. Il risultato? Un’Italia ancor più paralizzata, caratterizzata dagli stessi problemi presenti negli Anni 90, dalle stesse mancanze di 26 anni fa, acuite dalla crisi economica che attanaglia il Paese dal 2007 e di cui ancora non si vede la luce in fondo al tunnel (al contrario di quanto voglia far credere il mondo politico). Ma d’altronde, vien da dire, come aspettarsi che le cose cambino dalla radice in uno Stato nel quale già nel 1520 Niccolò Machiavelli scriveva: “...ma torniamo agli italiani, i quali, per non aver avuti principi savi, non hanno preso alcun ordine buono...tale che rimangono il vituperio del mondo. Ma i popoli non ne hanno colpa, ma si bene i prìncipi loro; i quali ne sono stati gastigati, e della ignoranza loro ne hanno portate giuste pene, perdendo ignominiosamente lo Stato. Ma quello che è peggio, è che quelli che ci restano stanno nel medesimo errore e vivono nel medesimo disordine”. “La resa dei conti” è un’opera corale, ricca di colpi di scena, di miseria morale, di storie personali pietose, impietose e crudeli, di vendette trasversali, di delazioni e tradimenti, di imperi finanziari che crollano, di aziende in rovina, di interi partiti cancellati dalla geografia politica del Paese, di ricchezze accumulate sulla pelle di milioni di cittadini onesti, degli ammalati. E’ la cronaca di una svolta radicale. Il tutto impreziosito da 130 vignette satiriche di Nico Pillinini, approdato alla “Gazzetta del Mezzogiorno” nel 1983. A ben vedere, però, un cambiamento c’è stato. Forse il più triste. Gli Italiani che un tempo s’indignavano oggi non lo fanno quasi più. Stanchi di situazioni sempre uguali. Di partiti che cambiano nome ma non la sostanza, di altri del tutto nuovi ma inconsistenti. Corrado Alvaro ha affermato: “La disperazione più grave che possa impadronirsi della società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile”. Non è difficile essere d’accordo con lui ma bisogna in qualche modo reagire. Troppo facile continuare a lasciare il Paese alla deriva. Bisogna svegliarsi e bisogna farlo tutti insieme. © Riproduzione riservata

Autore: Daniela Bufo
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