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La poesia degli “istanti puri” di Ada de Judicibus Lisena
15 novembre 2019

È stato recentemente pubblicato, per la collana Micromegas dell’editore Solfanelli, l’agile volume di Marco Ignazio de Santis dedicato a La poesia degli «istanti puri» di Ada De Judicibus Lisena. L’opera, progettata dopo la pubblicazione da parte di de Santis del bel libro «È una scimmia pazza la mente». L’universo poetico di Daniele Giancane (su cui contiamo di scrivere prossimamente), rappresenta un approfondito e acuto studio sulla lirica della scrittrice molfettese Ada De Judicibus Lisena. Come chiarisce l’autore nella Premessa, il volume è il frutto della raccolta di otto saggi già pubblicati e otto monografie inedite, scritte per l’occasione, con l’intento di coprire l’intera parabola creativa della poetessa, dai Versi e dai Fiori di campo del 1983, sino alla terza edizione, recente (2017), dell’Omaggio a Molfetta, definito da De Santis «palinsesto stratificato di ritmati pensieri». La produzione della De Judicibus Lisena è letta come “macrotesto” e corpus dinamico in continua variazione. Con pregevole attenzione agli aspetti filologici, De Santis riflette sulla ripresa, il rimaneggiamento, talora la riscrittura di testi nel passaggio da una silloge all’altra. Esso non è semplicemente funzionale alla riproposizione di liriche care all’autrice, ma assume spesso una funzione comunicativa più complessa, come nel caso – su cui De Santis si sofferma – di alcuni componimenti dedicati a figure femminili innestati in Le parole, i silenzi. Si tratta, tra gli altri, degli evocativi testi all’Etrusca, ma anche a Nausicaa ed Eloisa e alle spose di imperatori, Livia (Non porti corona, per noi uno dei migliori testi dell’autrice) e Julia Domna. In una raccolta che si propone di vincere anche quei silenzi che la storia, col verbo del ruit hora e dell’oblio, impone, la scelta di riproporre queste liriche diventa strumento dell’«abbandono a un transfert» capace di favorire «la trasposizione inconscia di emozioni e sentimenti riversati su figure femminili omologhe alla poetessa» (o almeno da lei ritenute tali) per aspetti di carattere psicologico. Molto evocativo il titolo scelto per il volume, con la ripresa di una iunctura che, come evidenzia De Santis in esergo, ricorre non di rado nella produzione della De Judicibus Lisena. La scrittrice ricerca, come Livia, gli «istanti puri della solitudine», che può, secondo quanto è registrato in Necessità, divenire l’occasione, evidenzia De Santis, per «uno slancio vitale che si placa nell’estasi con immacolato stupore», generando la poesia. Raffinata la comparazione con la tipologia delle Occasioni montaliane; lo studioso bene argomenta che, piuttosto che accostabili alla natura di queste, gli «istanti puri» dell’autrice molfettese debbono essere ricondotti a un «trasalimento di ascendenza leopardiana », con differenze riconducibili ai vari contesti lirici. Il critico esamina la produzione della poetessa nelle sue caratteristiche costitutive. Ne ricerca le fonti, spesso soffermandosi su riprese che muovono dai classici greco-latini (Virgilio e Lucrezio, per esempio; a noi sembra echeggiare, antifrasticamente, anche Saffo nell’immagine dell’«ultimo fico» «dimenticato sul ramo più alto» di Settembre) al Petrarca, da Leopardi al Novecento, con il D’Annunzio alcionio del finale delle Note ai margini di una pena, il Quasimodo echeggiato in Partecipazione e molti altri esempi. Ogni riferimento dello studioso è ben documentato, sia quando ricostruisce le fonti, sia quando esamina le occorrenze di un determinato lemma, di una iunctura o di un motivo. Ricca è l’esemplificazione, che evidenzia l’accuratezza della ricognizione del critico, che si distingue anche per l’eleganza e la bellezza della prosa, come artifex artifici additus, per riprendere la sua immagine della Premessa. Tra i saggi, ci piace menzionare in particolar modo La lirica di Ada De Judicibus nel quadro della poesia pugliese, che riassume magistralmente le caratteristiche della produzione di questa scrittrice che, non a caso, Daniele Giancane ha definito «una delle voci femminili più elevate del nostro Sud». Un’autrice che si libra in un canto apparentemente sommesso, ma carico di accensioni sublimi, sempre più dominato dalla melanconia per l’opera del tempus edax eppure capace di muovere, per usare categorie crociane, dal sentimento agito al sentimento contemplato, distillato e reso universale per effetto di una forma di classico nitore. Molto bella la chiusa di questo saggio, dedicato all’hortus conclusus della villa di campagna, buen retiro, ma non teatro di un indifferente ripiegamento solipsistico, perché intensa è la partecipazione della scrittrice ai mali della società contemporanea. Riferendosi alla raccolta La pioggia imminente, lo studioso rileva anche in essa il campeggiare del «cronòtopo della villa amena immersa nel verde e nel creato, dove rivive l’incanto, rinasce il sogno e l’avvenire si colora del mistero inquieto dell’attesa». © Riproduzione riservata

Autore: Gianni Antonio Palumbo
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