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La Pietà sulle spalle dai sacerdoti
15 marzo 2009

Un'antica usanza, che attrae l'attenzione e la curiosità dei molfettesi appassionati alle tradizionali processioni della settimana santa, è quella che si verifica ogni anno, allorquando nei pressi di piazza Mazzini, di fronte a “Bar Italia” (ex caffè Chezzelìcchie dove un tempo si gustava un prelibato gelato, lo “spumone”) i portatori dell'Arciconfraternita della Morte effettuano il cambio di spalla con i sacerdoti per il rientro in chiesa del gruppo della Pietà, il sabato santo. Si tratta di una consuetudine approvata il 10 marzo 1901 dal Pio Sodalizio, sotto il priorato di Pansini Bonifacio. Si legge, infatti, nella delibera: «La Congrega, inteso il Presidente, considerando che tale accompagnamento onora maggiormente la Congrega e la solenne cerimonia viene ammirata dal pubblico, DELIBERA che questo anno (1901) la statua della Vergine Addolorata venga portata a spalla dai Sacerdoti nella processione del Sabato Santo… dall'appello nominale si sono trovati voti affermativi centotre e due negativi. Quindi resta deciso che da questo anno quattro sacerdoti portano a spalla la Beata Vergine nella processione del Sabato Santo e propriamente nella ritirata di essa». La consuetudine è stata esplicitamente riportata nello “Statuto e Regolamento” dell'Arciconfraternita, entrato in vigore il 31 gennaio 2000 e integrato con successive variazioni apportate in data 9 luglio 2005 da S.E. Mons. Luigi Martella, essendo Priore dell'Arciconfraternita il dott. Francesco Stanzione. Leggiamo, infatti, nel Titolo IX, all'art. 48: «Il tratto di via Dante compreso tra il numero civico 91 e l'angolo Vico Giovine, qualora i Sacerdoti, cui, di norma, viene consegnata la Sacra Immagine della Pietà, non si presentino al cambio, è di pertinenza dei portatori del terzo tratto. Questi, comunque, concludono la processione dall'angolo Vico Giovine alla Chiesa del Purgatorio». La suddetta consuetudine attira l'attenzione dei molfettesi che si accalcano in piazza Mazzini e lungo il percorso su via Dante per constatare “de visu” i sacerdoti portatori, vestiti con abito talare, cotta bianca e stola rossa, mentre i portatori della Morte, temporaneamente estromessi dal loro ruolo, si limitano a tenere in mano le quattro forcelle, pronti ad intervenire ad ogni cambio di “lena” dei sacerdoti e per ogni evenienza.. Va detto per dovere di cronaca che, diversamente dai confratelli della Morte per i quali è prevista la “bussola” (sorteggio dei portatori), non è previsto nessun sorteggio per i sacerdoti aspiranti portatori. Questi, infatti, partecipando alla processione, potrebbero offrire hic et nunc la loro disponibilità a portare la Pietà. Inoltre provvedono in itinere a comporre le quadriglie (quattro portatori) più somiglianti per altezza di spalla (“u musceche”). Il tutto con il coordinamento dell'Assistente Ecclesiastico della Confraternita. Niente, quindi, di prestabilito o di preordinato, niente “bussola”, niente “tratti”. L'atmosfera è piena di pathos. Chi assiste ai bordi di corso Dante resta immerso in lunghi e religiosi silenzi, confermati dai passi cadenzati dei portatori-sacerdoti in uno scenario particolare e suggestivo, a volte reso più drammatico dalla luna che, illuminando la terra imbrunita e stendendo sul mare un velo tremulo d'argento (si pensi al porto di Molfetta) , sembra voglia dare risalto al rito, di cui essa d'altronde è, se il cielo è sereno, sempre compagna: la Pasqua infatti è celebrata nella domenica successiva al primo plenilunio dopo l'equinozio di primavera (21 marzo), secondo la regola fissata dal Concilio di Nicea (oggi Iznik a 130 km da Istambul) del 325 d.C. “Che fai tu, luna, in ciel…?” dice Leopardi (“Canto notturno di un pastore errante nell'Asia”), immaginando che il pastore vagabondo la fissi vagabonda in cielo. A quella scena di piazza Mazzini si può immaginare che sia la luna, assistendo sorpresa ad un movimento lentissimo come il suo, a chiedere: “Che fai tu, uomo, in terra?” Mi piacerebbe pensare che essa, abituata a vederlo correre, si compiaccia che l'uomo fermi la sua corsa e cammini lentamente, per seguire la Passione e disporsi alla Risurrezione. Ma a noi comuni mortali non resta che contemplare il suo “solingo eterno peregrinare” per le vie del cielo, ove il tempo si dilata e l'eco delle umane risse si spegne. Non mancano tuttavia i commenti, qualche volta irriverenti, di coloro che assistono a quel momento particolare della processione solamente come fatto folclorico, che esula da qualsiasi riflessione poetica o pia. Del resto, in democrazia c'è libertà di espressione: “la parola è civiltà”, aveva detto Thomas Mann (“La montagna incantata”). Infatti si odono frasi di questo tipo, dette in sordina: “Cóme parene bédde le prìevete sòtt'alla Médonne” (Come sembrano belli i preti sotto la Madonna); le prìevete ca stònne drèiete nén zo sùezze (i preti che vanno dietro non sono uguali in altezza); a moménde l'èmmènghene ndèrre la Médonne (a momenti la fanno cadere la Madonna); Mingùcce và tàue a ddà né méne a chìre pòvere Crìste (Domenico và tu a dare una mano a quei poveri “Cristi”). Replica: menè statte citte, cé na mé combromètte? (Donna stai zitta, che ci dobbiamo compromettere?); le fratìelle fascene mélesénghe quénne sotte stònne le prìevete (i confratelli fanno cattivo sangue quando sotto la Pietà ci sono i preti); ngevòlene le prìevete pe fa cammenè la Médonne (ci vogliono i preti per alzare il passo); aie dàieche ca la Médonne l'onna pertà le prìevete giùvene e non le vìecchie ca son'dà stà o chéndòene (io dico che la Madonna la devono portare i preti giovani e non quelli anziani che devono farsi da parte); quénne le prìevete vònne sòtte, la Médonne spìcce de chiénge (quando i preti vanno sotto, la Madonna finisce di piangere); alla riconsegna della Pietà da parte dei sacerdoti ai portatori della Morte: le prìevete s'onne sténgàte de pertà la Médonne, mó vònne innd'alla chiéseie a preparà la fenzeiòene (i preti sono stanchi di portare la Madonna, ora vanno in chiesa a preparare la funzione della Risurrezione). Ma al di là dell'aspetto esteriore della tradizione, che sicuramente ha la sua influenza sulla sensibilità d'animo dei molfettesi, ci chiediamo quale significato religioso può avere il portare a spalla il simulacro della Pietà da parte del clero. La risposta è soggettiva. A mio avviso i sacerdoti, reggendo sulle proprie spalle il simulacro della Pietà proprio nella fase conclusiva della processione e della settimana santa, intendono portare il popolo da un momento esteriore - quale resta una processione, pur intesa come espressione pia e non come tradizione folclorica o, peggio, curiosità turistica - ad un momento interiore, quello della Pasqua da rivivere nel suo significato di Passione, Morte e Risurrezione di Cristo. ”Nel Signor chi si confida / col Signor risorgerà”. Questi versi chiudono un celebre Inno scritto da Alessandro Manzoni nel 1812, intitolato “La Risurrezione”, in cui il verbo “risorgere” sottolinea il legame della nostra esistenza con la vicenda di Cristo. Non c'è rinascita senza il sacrificio del Gòlgota, non c'è salvezza senza Cristo. E' il messaggio cristiano per eccellenza, che si rinnova ogni anno nel ripetersi del rito del dolore, del sangue, della croce, della morte e della Risurrezione di Cristo.
Autore: Cosmo Tridente
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