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La pazienza dei poveri
15 gennaio 2019

Stare con gli ultimi significa lasciarsi coinvolgere dalla loro vita. Prendere la polvere sollevata dai loro passi. Guardare le cose dalla loro parte. Giudicare gli avvenimenti dalla loro angolatura prospettica… Grazie, terra mia piccola e povera, che mi hai fatto nascere povero come te, ma proprio per questo, mi hai dato la ricchezza incomparabile di capire i poveri e di potermi oggi disporre a servirli. È ancora don Tonino Bello a ricordarci che esiste la povertà. Abbiamo deciso di aprire questo nuovo anno, che per noi è importante perché “Quindici” festeggia i suoi primi 25 anni al servizio della comunità, con un’inchiesta sulla povertà. E’ un fenomeno di cui nessuno parla (noi lo facciamo nel segno del nostro motto “Quello che gli altri non dicono”), è un problema che viene ignorato perché scomodo, è un problema col quale non vogliamo misurarci per non dover rispondere alle nostre coscienze. Così l’abbiamo rimosso, magari spostando l’attenzione su altri temi che nulla hanno a che fare con questo che diventa ogni giorno più drammatico. Infatti in Italia ci sono oltre 5 milioni di poveri. Un italiano su 4 è a rischio povertà. Al Sud la situazione è ancora più preoccupante. Lo dice l’Istat. L’Italia è il paese nell’Unione Europea con la più alta presenza dei Neet, dei giovani che non lavorano, non studiano e non sono impegnanti in qualche modo. Questo è un fenomeno europeo, evidentemente, con casi anche abbastanza drammatici; però in Italia è il 26% della popolazione tra i 15 e i 34 anni. Il resto dell’Europa è su dati assolutamente diversi: vicino a noi abbiamo soltanto Paesi come la Grecia al 25% e la Bulgaria al 22%. Ecco, sono soprattutto i giovani, i nuovi poveri, costretti oggi a vivere la situazione più critica e preoccupante di quella che ha riguardato, oltre un decennio fa, gli ultrasessantacinquenni, che ora appaiono, paradossalmente, più garantiti. La crisi economica ha colpito soprattutto i giovani che oggi sono più insicuri dei loro nonni, soprattutto se pensano che finiranno la loro vita più poveri dei loro padri che oggi sono l’unico ammortizzatore sociale concreto. Sono i genitori che arrivano anche ad indebitarsi per sostenere i figli, famiglie dignitose che sono quasi sul lastrico per colpa della crisi, ma che devono ancora aiutare figli quarantenni. E accettano anche umili lavori perché la pensione non basta più per tutti e non si possono abbandonare i figli. Molte volte non ce la fanno, oppure sono gli stessi figli a nascondere ai genitori la loro situazione perché si vergognano della loro povertà che considerano una sconfitta. E così, non reggendo alle privazioni, si rifugiano nella droga o nell’alcol (la droga povera) e nasce la dipendenza che tanti volontari della Caritas conoscono bene perché la combattono ogni giorno. Le mense oggi sono piene di persone che una volta appartenevano al ceto medio e ora ricorrono all’aiuto della Chiesa per sopravvivere. Aumentano anche i giocatori del “gratta e vinci” e del lotto, nella infinita speranza di cambiare la vita con una fortuna che non arriva, ma che li riduce ancora più in miseria. Un’andrenalina continua, un rincorrere l’impossibile, non individuando altre strade, oggi che la famiglia non viene più vista come un riferimento, ma solo come un centro di sussidio, una sorta di bancomat dove approvvigionarsi. E le mense si riempiono di gente e tristezza: il compito dei volontari è quello di svuotarle, perché vuol dire che qualcuno ha risolto i suoi problemi e ha ripreso a vivere una esistenza normale. Per fortuna la Chiesa è presente accanto a questi disperati, non importa se italiani o stranieri, non importa il colore della pelle, perché la persona è già un valore. La struttura spirituale diventa così culturale, relazionale, sociale di una società profondamente cambiata, non più povera solo materialmente, ma anche spiritualmente, una povertà morale fatta di individualismo e nichilismo. E crescono le disuguaglianze: i poveri sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi ed egoisti. A queste situazioni cerca di dare voce il populismo, che in realtà non ha a cuore questi problemi, ma li cavalca per aumentare il consenso e impadronirsi del potere. Più si allarga la forbice tra ricchi e poveri, più aumenta il populismo che, inevitabilmente, finirà col far deflagrare quel residuo di solidarietà che è rimasto, mettendo gli uni contro gli altri, con la sconfitta di tutti. E il governo gialloverde non trova di meglio che promettere, pur sapendo di non poterli garantire, aiuti in forma di assistenza improduttiva, che, una volta terminati, lasciano il tempo che trovano e il problema si ripropone. Non è col reddito di cittadinanza che si risolve il problema, non è col sussidio che si affronta l’emergenza, ma con la creazione di posti di lavoro (dammi la canna da pesca, non il pesce, dice un saggio proverbio cinese). Purtroppo negli anni di crisi gli investimenti produttivi sono calati e sono aumentati quelli finanziari. L’imprenditore non rischia più, mette i soldi dove gli conviene e sfrutta a proprio vantaggio i bonus che, volta per volta, il governo si inventa: dal jobs act al reddito di cittadinanza. Una volta terminati gli incentivi, licenzia i dipendenti e il problema si ripropone. Ecco perché di fronte al fenomeno della globalizzazione, le scelte politiche assumono un’importanza fondamentale: inseguire il modello anglo-americano si è rivelato perdente. Anche perché negli Usa i lavoratori con redditi più bassi hanno un salario reale che è al livello di 60 anni fa. Insomma, solo redistribuendo i redditi si risolve il problema. Costa impopolarità colpire i ricchi, ma è l’unica soluzione, perché, alla fine ci perdono tutti. Più povertà vuol dire, meno sicurezza e più criminalità. La società – come scrive il premio Nobel per l’economia lo statunitense Joseph Stiglitz nel libro “Il prezzo della disuguaglianza”, una società paga un prezzo elevato per la disuguaglianza, compresa una prestazione economica peggiore. E i Paesi, come l’Italia, che hanno scelto di avere più disuguaglianza, non hanno avuto migliori performances economiche complessive. «Un elemento di disuguaglianza è legato ai sistemi di protezione sociale che si sono deteriorati: nel Mezzogiorno la qualità dei servizi socio-assistenziali registra un’ulteriore flessione. Nel complesso sono circa 12 milioni gli italiani che non hanno soldi per curarsi. Chi è povero ha probabilità maggiori di restarlo, contrariamente a ciò che accade in altri paesi avanzati. E nemmeno il lavoro, che ne ha sempre costituito l’antidoto (si è creata un’importante area di disagio rappresentata da precari e part time involontari) è in grado ormai di preservare dai rischi. Nel complesso, la condizione di povertà riguarda circa il 10% dei lavoratori, colpendo anche fasce del ceto medio, come dirigenti e impiegati. Al Sud un lavoratore dipendente su quattro è povero o quasi povero. I working poors, definiti anche “poveri in giacca e cravatta”, rappresentano una delle più drammatiche conseguenze di questa fase economica. Una zona grigia di nuove povertà. La gerarchia sociale introduce un nuovo tipo di classe, i cosiddetti “penultimi”. Una grossa fetta di popolazione che ha perso speranza e coraggio, che ritiene di non poter puntare più verso l’alto della piramide sociale», sostiene la Fondazione Di Vittorio. Ecco perché occorre un vero e veloce cambiamento, non quello proposto da Salvini e Di Maio che hanno preso in giro gli italiani, cambiando in peggio rispetto ai predecessori: hanno detassato i ricchi come Berlusconi, favorendo anche gli evasori e aiutando le banche che prima avevano accusato di tanti misfatti e poi hanno congelato il mercato del lavoro col reddito di cittadinanza (del quale si gioveranno ancora una volta solo gli imprenditori, come il jobs act di Renzi), senza rimettere in moto l’economia. Ma anche la pazienza dei poveri ha un limite. © Riproduzione riservata

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