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“La mia poesia” di Giovanni Salvemini
15 settembre 2021

La nuova raccolta di liriche di Giovanni Salvemini, intitolata “La mia poesia” ed edita da Fos Edizioni, con la splendida copertina di Marisa Carabellese e prefazione di Angela De Leo e postfazione di Onofrio Antonio Ragno, si connota per la ripresa e la prosecuzione di un dialogo instaurato con il lettore nelle sillogi precedenti, di cui si riannodano anche in questa le tematiche principali. Salvemini è un poeta contemplativo, che innesta i ritmi dell’esistenza umana nel misterioso ciclo del cosmico splendore e mistero. La sua è una lirica immediatamente comunicativa, che si dona al lettore allo scopo di estrinsecare e trasmettere emozioni, al di là della ricerca di “bellurie letteraria”. Costante è lo slancio verso la natura, ma anche la percezione dello scorrere inesorabile del tempo, che, nella raccolta, è scandito dall’avvicendarsi delle stagioni e soprattutto dall’incombere dell’icona dell’autunno, che assurge a condizione ontologica. Antidoto al dolore della finitudine è l’immersione negli splendori dell’universo, ma soprattutto nel caro microcosmo familiare. Sono infatti costantemente sottolineate la bellezza della figlia Betty, della sposa Maria, dei nipoti e degli altri membri che popolano l’esistenza dello scrittore. Gli affetti divengono dunque un lenitivo del male di vivere. Ipostasi dello splendore dell’essere in boccio è la primavera, ma essa non appare quasi mai un saldo possesso nello scenario pennellato dall’autore. È semmai una sorgente di rimpianto, un Eden perduto nello stesso momento in cui se segnala l’esaltante rigoglio. Nascono sulla scorta di questo sentire i testi più intensi della raccolta, spesso fioriti come dialogo con figure care; è il caso per esempio di “Marilisa”: “Il tempo passerà / sempre più veloce / in turbinii di luce / e più vedrai bianca la tua chioma, / più i tuoi giorni / si scioglieranno / come neve / nelle tue mani”. La similitudine della neve, cara all’immaginario di François Villon, per citare un caso, esprime bene il senso dell’inconsistenza di quel vivere che, durasse anche cento anni, si risolve in un attimo se comparato ai ritmi cosmici. Questo senso avvolgente di melanconia connota i testi a nostro avviso più riusciti, in cui tale stato d’animo si sposa con l’incanto al cospetto dello spettacolo del creato e dell’“arcano silenzio / della campagna” pugliese. Proprio il percepire nel ritmo segreto della natura un’armonia che deve celare un significato fa sì che la poesia di Salvemini non sia scorata. Pur nel constatare che “La vita passa / tra il freddo silenzio / delle pareti di una stanza / o di una solitaria panca”, il poeta non manca di coltivare la speranza e credere nei valori del cristianesimo e soprattutto in quella “caritas” ch’è perenne movimento d’amore verso l’altro.

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