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La dea, il mito e il sogno... di Mariangela Ruccia
15 luglio 2009

Suggestioni mitiche e ancestrali nella personale di Mariangela Ruccia “La dea, il mito e il sogno...”, allestita presso la Chiesa della Morte dalla locale sezione della Fidapa (presieduta da Francesca Caldarola), con il patrocinio del comune di Molfetta. Quello delle ceramiche della Ruccia è un mondo il cui fascino deriva soprattutto dal rapporto non convenzionale che l’artista intreccia con l’argilla. L’itinerario creativo di Mariangela Ruccia ausculta il mondo naturale, ne trasceglie umili ossi, rami o altre silenziose creature, per dar loro, con lucidissima cura, consistenza di ‘sogni materici’. Le tecniche di cui si avvale l’artista sono arcaiche; un approdo importante è costituito dal raku e dal naked, procedimenti, caratterizzati dalla riduzione d’ossigeno in fase di cottura, che ci paiono sottoporre il ceramista a un vero e proprio percorso di purificazione. È necessario infatti ch’egli si esponga alla ‘piena del fumo’, perché il processo creativo possa comporsi nella forma e negli effetti cromatici desiderati. La Ruccia si dedica con passione anche al bucchero (caro agli Etruschi), al pit fire e ad altre tecniche di estremo interesse. Le opere dell’artista si segnalano per le suggestive implicazioni simboliche che le connotano. Centrale l’idea di un femminino che si pone in stretta correlazione con l’universo, in tutte le sue manifestazioni, appartenenti ai mondi vegetale, minerale e animale. L’incarnazione più perfetta n’è la Grande Madre, dea creatrice per antonomasia, mito dalle radici antichissime. Il cosmo intero, in ogni sua articolazione, finisce col configurarsi quale corpo di tale divinità. Immediata irradiazione di tale concezione esistenziale è la pluralità di rappresentazioni della Grande Madre che l’artista ci propone. Essa appare sempre in comunicazione con il mondo animale; suoi interlocutori privilegiati sono gatti ed uccelli. Tale dote medianica appare in generale appannaggio della donna; d’estrema suggestione è la creazione in engobbio e legno dal titolo “Tra terra e cielo”. Una creatura femminile, dai seni e dal torso nudo, sorregge con la sinistra un ramo su cui posano alcuni uccelli. Un altro appare appollaiato sulla spalla della donna, che con la destra invita al silenzio. Silenzio che costituisce non solo l’imprescindibile presupposto di qualsiasi processo di conoscenza, ma ne rappresenta anche il naturale approdo. Chi detiene la conoscenza, infatti, impara a rifuggire dal vaniloquio. Elementi comuni con “Tra terra e cielo” ricorrono anche in un’altra creazione della Ruccia; protagonista è ancora una volta una donna, che, attraverso lo sguardo, dialoga con il cielo, ma appare, allo stesso tempo, in tacito colloquio con un uccello, messaggero degli dei. La dimensione del volo appartiene, sebbene a livello velleitario, anche a quegli uomini che desiderano trascendere la propria condizione. Un enigmatico Icaro volge gli occhi alla volta celeste e, in una sorta di hybris che ci sembra di scorgere nei lineamenti duri, si appresta al folle volo che decreterà la sua triste fine. Il volo si correla strettamente al tema del viaggio, quello onirico del mitico cavaliere di “Vento dal mare”, che sembra godere della simpatia degli elementi, o di un impettito “Cavaliere” dal non so che di etrusco. Le creature di Mariangela Ruccia sono spesso figlie di sogni visionari, per i quali poi l’artista scopre addentellati con la mitologia dei popoli più disparati, o di una misteriosa istanza interiore più forte della volontà stessa della scultrice nel modellare la materia, com’è avvenuto per la genesi dell’elegante Dea dalla testa di cervo. Vogliamo concludere questa rassegna con la vitalistica danza della Dea Fertile in raku. In un’estasi ineffabile la mitica creatura cerca il cielo con la dionisiaca torsione del capo e col gesto delle braccia. Nel moto di questa dea, che rassomiglia a quello di certi danzatori rituali, sembrano celarsi una promessa di vita e un tributo d’amore verso le creature che animano un universo finalmente pacificato.

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