Recupero Password
La banca di paese, la banca per la comunità: la Banca Cattolica. L’evoluzione finanziaria della città di Molfetta (Parte seconda)
Il vescovo Pasquale Picone
31 luglio 2026

MOLFETTA - Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis, qua voce alia nisi oratoris immortalitati commendatur?

(Cicerone, De Oratore, II, 9, 36)

La storia, in verità, è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita, messaggera dell’antichità; con quale altra voce, se non quella dell'oratore, può essere consegnata all'immortalità?

 

L’analisi degli accadimenti del passato non vale solo come fiera e dotta operazione nostalgica, ma è prodromica, a volte essenziale, alla comprensione delle congiunture contemporanee, la cui interpretazione potrebbe altrimenti essere sviata da una lettura filtrata dal moderno sentire e valutare, ovvero falsata dalla incapacità di leggere taluni comportamenti, le cui motivazioni risalgono a contesti ben diversi.

Questo può valere sia per i grandi fatti, che hanno modificato il corso degli umani eventi, sia per gli episodi che hanno mutato le condizioni di pochi o di singoli e che hanno avuto visibilità solo per la comunità cui erano riferiti.

In tal guisa, potremmo connotare l’angolo visuale della vicenda di un intermediario che per un secolo ha caratterizzato la vita finanziaria di un territorio, di una comunità e di un tessuto produttivo, la cui influenza, non certo secondaria, lo ha posto tra i punti di riferimento sociali e culturali della comunità: la Banca Cattolica, di Molfetta.

Dopo alcune iniziative finanziarie non proprio di successo[1], Il 10 aprile del 1902, per iniziativa di Monsignor Pasquale Picone, dotto latinista e vescovo della diocesi, e con il supporto fattivo dell’avv. Tommaso Maglione, di origini partenopee, che ne dirigerà anche i primi passi,  viene costituita la Banca Cattolica Cooperativa di Credito di Molfetta, nella forma giuridica di Società Cooperativa anonima di credito per azioni a capitale illimitato.

Dovrà trascorrere quasi tutto il secolo caratterizzato, pur con alti e bassi, da una crescita e da una espansione territoriale ed operativa progressiva, perché l’azienda di credito molfettese abbandoni la forma cooperativa, che resterà nella “Cattolica Popolare”, finanziaria proprietaria della banca, e, come crisalide, lasci emergere una SPA, che eserciterà imprenditorialmente l’attività bancaria. Su questo torneremo, dopo un breve, istruttivo viaggio a ritroso nel tempo.

Non abbiamo neppure tentato di redigere una ricostruzione storica accurata; l’obiettivo era verificare se alcune circostanze che hanno accompagnato, nelle fasi più importanti, gli accadimenti evolutivi della finanza cittadina del recente passato, contengano utili ammaestramenti per la contemporaneità, laddove, non tanto la reiterazione degli errori, quanto la visione egoistica e non lungimirante ci sembra sia assolutamente da non replicare.

Verso la fine dell’800, Molfetta appariva agli analisti[2] come una “città attivissima”, tanto da farle guadagnare il nome di piccola Manchester delle Puglie[3], con un tessuto produttivo vivace, intenso e vario, che spaziava dalla produzione di olio a quella di vino, dai pastifici ai laterizi, dalle fonderie ai cantieri navali, dalle fabbriche di mobili a quelle di saponi.

La città aveva altresì importanti luoghi economici, che ne caratterizzavano anche la vita e le relazioni.

Il porto, riclassificato agli inizi degli anni ’80 del XIX secolo di rilevanza regionale, concentrava i traffici di tutto l’entroterra, con un volume di movimentazione di tutto rispetto (oltre 50.000 tonnellate), e con una notevole flotta di pescherecci (circa 200 “paranze” che fornivano pesce in diverse province, utilizzando, nel Mediterraneo, anche sistemi di pesca d’altura). Quelle attività avevano altresì favorito lo sviluppo di una industria cantieristica specializzata, con eccellenze rinomate, come i maestri d’ascia e la produzione di cordami per reti e gomene molfettesi.

La Fiera cittadina della Madonna dei Martiri, protettrice dei marinai, che si teneva presso la omonima Basilica e durava diversi giorni “franchi da tributi”; era assurta ad evento commerciale importantissimo a livello internazionale ed influenzava l’intero tessuto economico cittadino, generando un volume di affari che copriva una quota di larga prevalenza dell’intero bilancio comunale. 

I terreni agricoli, con produzioni di punta, come mandorle di ottima qualità, vino e olio, sia alimentare che “al solfuro”[4], quest’ultimo, ottenuto dalla sansa, utilizzato anche per produzioni chimiche industriali.

Un nascente tessuto economico vivace e denso di iniziative produttive di carattere industriale e commerciale, con relazioni importanti anche internazionali, fiorente nel comparto dei tessuti[5]. Quel medesimo florido comparto stava altresì creando la ricchezza delle elite borghesi del capoluogo barese.

una offerta culturale e di conoscenza di primo piano, che rendeva il borgo cittadino punto di riferimento per il territorio, anche oltre i confini regionali; a Molfetta aveva sede, sin dal 1811,  il primo Teatro di Puglia, poi intitolato alla regina Maria Teresa d’Asburgo[6], nonché istituti d’istruzione di altissimo livello specialistico, come il Seminario Vescovile, la cui attività didattica si estendeva ben oltre i confini cittadini e regionali,  la scuola per ipoudenti Apicella, istituto scolastico aperto alla didattica e alla formazione professionale,  unico nel suo genere in Puglia;  il liceo classico, nato come modello ibrido, tra istituto di istruzione ecclesiastico e scuola comunale.

 

Invero, sembra che economicamente Molfetta fosse un colosso dai piedi d’argilla. E quei piedi deboli erano una endemica e strutturale incapacità di mantenere competitive le iniziative produttive, anche se supportate da considerevoli appoggi istituzionali e avviate con singolare vivacità ed intraprendenza.

Ad esempio, manchevole era l’aggiornamento degli impianti tecnologici e contenuta la capacità di adeguare la filiera produttiva a mutate condizioni di mercato; inoltre, gli opifici soffrivano una eccessiva dipendenza dal credito, non solo bancario, ma anche privato, che diventava piuttosto volatile o eccessivamente oneroso ai primi venti di crisi, e di natura usuraria, piaga dilagante e distruttiva, certamente non volta ad obiettivi di sviluppo del tessuto economico e sociale.

La pochezza dei capitali propri, non solo irrigidiva gli attivi societari e la struttura dei costi fissi, ma rendeva meno agevole l’implementazione di investimenti tecnologici in impianti produttivi avanzati, poco flessibile la gestione, meno resiliente la governance dell’iniziativa, sovente facile preda di fronte alle crisi congiunturali, agevolando altresì il rapido trasmettersi dei rovesci aziendali, innescando un esiziale effetto domino.

Quel contesto era aggravato da importanti criticità economiche e sociali[7], che videro, in rapida successione, il crollo dei prezzi delle produzioni agricole, non più concorrenziali; una accesa disputa doganale con la Francia, che era tra i principali mercati di sbocco delle produzioni italiane[8], meridionali e, naturalmente molfettesi. Furono danneggiate gravemente le produzioni locali (olio e vino, ma anche tessuti…), il cui crollo devastò l’economia del territorio.

E ancora, l’infelice avventura coloniale del Regno in Eritrea, con il primo disastroso tentativo di espansione in Etiopia; le precarie, endemiche condizioni sanitarie (che culmineranno nei primi anni del ‘900 nella epidemia di colera prima e nella “spagnola” successivamente), sottolineate dalla carenza di acqua[9] che affliggeva la popolazione attiva. Quelle situazioni, aggravate dall’analfabetismo, diffuso anche tra i lavoratori, accesero la miccia di moti popolari spontanei e disordinati, che raggiunsero picchi di violenza inaudita[10].

Sul principiare del nuovo secolo, crebbero altresì rapidamente le emigrazioni, tanto da fermare uno sviluppo demografico che aveva visto raddoppiare la popolazione cittadina in meno di 4 decenni: nel 1890, Molfetta contava già circa 40 mila abitanti[11]

Le destinazioni principali furono, per le prime ondate, composte perlopiù da prestatori d’opera, quelle delle rotte commerciali tradizionali, attraverso il porto gemello di Trieste, Nord Europa, ma anche Grecia, Dalmazia, Egitto…

Man mano, chi emigrava era sempre più specializzato; flussi sempre più consistenti si diressero verso le Americhe, sia del Nord che del Sud, Australia, Nuova Zelanda… ovunque erano particolarmente apprezzate le abilità marinare ed artigiane dei molfettesi.

Queste correnti di migranti erano composte in prevalenza da giovani, che lasciavano moglie e figli nel paese; una emigrazione con ritorno, anche se perlopiù questo si sarebbe concretizzato solo in età avanzata.

Suona piuttosto familiare, vero?

Di fronte alle criticità venutesi a creare sul finire dell’800 nel territorio cittadino, il fragile sistema finanziario locale, molto poco capitalizzato e pochissimo regolamentato, composto da un mix di operatori commerciali e organismi larvali, non fu affatto in grado di assorbire in funzione anticiclica gli effetti congiunturali negativi che si ripercuotevano sulla comunità, né di fronteggiare la catena di fallimenti, se non con la stretta creditizia (motivata perlopiù dal “rischio di piazza”) sullo sconto di cambiali, che peggiorò ulteriormente la situazione.

Al tempo, l’attività creditizia di carattere territoriale[12] era gestita soprattutto da organismi di contenute dimensioni, Casse di Risparmio e Monti di credito su Pegno, presenti sin dalla metà dell’800, Casse rurali ed artigiane, di ispirazione prevalentemente cattolica e contadina, nate in funzione dichiaratamente antiusura, e le dinamiche, nascenti, imprenditoriali Popolari, che si ispiravano al “mutualismo mazziniano” (Società Operaie di Mutuo Soccorso, in cui operò Luigi Luzzatti), e si rivolgevano in prevalenza ai ceti piccolo-borghesi e operai[13].

In quello scenario, nacque a Molfetta una “popolare” sui generis, di ispirazione prevalentemente cattolica, in linea con la dottrina della “azione sociale” formulata dalla recente Rerum Novarum (papa Leone XIII), sostenuta perlopiù da esponenti della piccola borghesia cittadina ed ecclesiastici, per aiutare nelle loro attività, con l’esercizio del credito e con  la raccolta del risparmio, soprattutto i soci, con particolare attenzione (almeno negli intenti) alle fasce più disagiate (operaie) ed evitarne la inevitabile esclusione dal sistema del credito più consolidato.

La Banca di Monsignore, come fu subito appellata, anche con sufficienza, da giornali di “sinistra”, ha tracciato negli anni un percorso di crescita pressoché continua, che le ha consentito di divenire un organismo di rilievo per il territorio non solo molfettese, allacciando altresì  relazioni importanti e proficue con le città vicine e con il capoluogo, erogando credito soprattutto a chi altrimenti sarebbe stato messo ai margini del sistema: piccola borghesia, artigiani, pescatori, commercianti, famiglie.

Due i principali, grandi vantaggi competitivi, comuni a molti intermediari similari, che ne hanno accompagnato la crescente ascesa:  

La prossimità come plusvalore informativo. Una banca del territorio, quando funziona, non eroga credito a un’astrazione contabile: presta soldi a persone e imprese che conosce, di cui può valutare l’affidabilità con strumenti che un intermediario distante non ha: la reputazione sulla piazza, la storia familiare, la continuità dell’attività, la affidabilità degli intenti di chi costituisce la governance effettiva dell’impresa e con i quali costruisce una relazione proficua per entrambi (win – win, direbbero gli anglofoni).

In pratica, la vicinanza funzionale accumula una asimmetria informativa vantaggiosa, l’esatto opposto della distanza di cui abbiamo già parlato; la prossimità valorizza la funzione e la influenza di un centro decisionale che fa parte integrante della comunità cui fa riferimento prioritario, non assicurando solo la disponibilità di risorse finanziarie, ma anche conoscenza, iniziativa, referenze, innovazione, reputazione e ricevendo, in cambio, l’asset bancario più importante: la fiducia.  

La diversificazione naturale del mutualismo. Una banca locale che finanzia il tessuto produttivo di un territorio abbastanza vasto distribuisce il rischio su una pluralità di settori e una diversità di operatori e di iniziative, creando, anche senza assumere una deliberata strategia di asset allocation, un portafoglio granulare e diversificato che (diremo oggi) è più sicuro e stabile perché tende a minimizzare il rischio idiosincratico (legato al singolo debitore) lasciando da fronteggiare, di fatto, il solo rischio sistematico[14]. Le uova, semplicemente, finiscono in molti panieri diversi ed essendo più piccole, il danno in caso di rottura è più contenuto; però la frittata sarà ugualmente buona.

Ogni frittata, per quanto semplice nella composizione, ha comunque sempre bisogno di un cuoco, meglio se abile ed esperto. Sarebbe ingenuo e inappropriato credere che, tanto più in organismo di dimensioni contenute, esposto più di altri alle sollecitazioni ed alle pressioni delle elite locali, non conti la qualità della governance e, in particolare, l’autorevolezza, la capacità, la lungimiranza e l’avvedutezza dei vertici e lo spessore delle loro relazioni con gli stakeholders e, in primis, con i soci più influenti.

Infatti, durante il periodo chiave della vita e della trasformazione della “Cattolica”, tra il 1994 e il 2001, la gestione strategica è stata fortemente (ma non esclusivamente) caratterizzata dalla figura del Presidente, Nicolò Azzollini, che ne ha connotato personalmente i diversi passaggi, possiamo dire, con indubbia maestria negoziale e formidabile lungimiranza.

Di quanto è stato, vorremmo prossimamente occuparci…

(segue)

© Riproduzione riservata

 

[1] Oltre ad un antico Monte di Credito su pegno, poi trasformatosi in “Opera Pia”, la città vide due avventure finanziarie nella seconda metà del XIX secolo: la Cassa di Risparmio, istituita con  un lascito privato e la Banca Cooperativa Popolare. Entrambe non sopravvissero ai rovesci diffusi e concatenati degli ultimi decenni del secolo; altri contemporanei, sfortunati e lodevoli tentativi di impronta solidaristica non videro neppure la luce. Per tutto il periodo a cavallo dei secoli XIX e XX sembrerebbe imperassero forme creditizie perlopiù usurarie. Solo nei primi decenni del nuovo secolo alcune Banche foranee si insediarono in città, come il Banco di Napoli (1906) la Banca Commerciale (1918), il Credito Italiano (1919). Qualche anno dopo arriverà anche la Banca d’America e d’Italia (fonte “Una Banca, una Città. La Banca Cattolica dal 1902 ai tempi d’oggi” ed. Mezzina 1979).

[2]Arcangelo Ficco, Note sull'economia molfettese tra '800 e '900, pubblicato in più parti nei Quaderni dell'Archivio Storico Diocesano;  Voce Molfetta dell'Enciclopedia Italiana Treccani (redatta negli anni Trenta), che fotografa la situazione a cavallo tra Ottocento e Novecento; saggio di S. La Sorsa, Le industrie e il commercio di un comune delle Puglie nell'ultimo cinquantennio, del 1910; Lorenzo Giustiniani, geografo, nel suo Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli (1797-1816, ed completa) annotava che Molfetta era il centro dei traffici del commercio delle città limitrofe: "I prodotti di Terlizzi, Ruvo, di Bitonto, di Palo, sono trasportati per la massima parte nella medesima per di là passare agli esteri”.

[3] Riferimento di seconda mano, da un articolo della Gazzetta del Mezzogiorno,  del 2018, attribuito a Giacinto Poli; la definizione potrebbe aver avuto origine anche a causa dell’inquinamento atmosferico causato dai numerosi opifici insediati nel territorio cittadino.

[4] Vito Cesare Boccardi applicò per primo il procedimento nel suo “sansificio” a Molfetta, intorno al 1865 e fu rapidamente imitato anche fuori dai confini regionali (fonte Vito Nicola Mossa, del credito a Molfetta dai primi istituti popolari alla Banca Cattolica: (1860-1969), 1979).

[5] Quando la Ditta Attanasio di Molfetta, il primo ed il più accreditato negozio delle Puglie, centro monopolistico di allocazione dei tessuti ai negozianti di diversi centri della regione, con relazioni intense con i principali mercati europei, dichiarò fallimento, a causa del rovescio finanziario dovuto ad investimenti in terreni agricoli divenuti, per ragioni che vedremo, non più redditizi, i creditori  divisero una massa  passiva di circa 3 milioni di lire, importo assolutamente eccezionale per quei tempi (fonte, Corrado Pisani, "A Molfetta: Villa 'I Carrubi', già casina... Losapio", ilovemolfetta.it, 2024).

[6] Maria Teresa, detta Tetella dal marito, seconda moglie del Re delle Due Sicilie, Ferdinando II, pur non amando la vita mondana concesse, in via del tutto eccezionale, nel 1837, l’intitolazione  al teatro molfettese; cosa che invece negò, pochi anni più tardi a Bari, che dovette ripiegare sul più “laico”, grandissimo compositore, Niccolò Piccinni. Il teatro molfettese, inaugurato il 1811, primo di tutta la Puglia, fu poi “congelato” dalla gestione del commissario regio Giacomo Amato (1901/1902) e demolito definitivamente circa 10 anni dopo, dalla amministrazione “radicale-socialista”, che ne trasformò una parte in uffici comunali. Nel frattempo, i limitrofi teatri di Bari (2, uno comunale e l’altro borghese) e Barletta (il “risorto” Curci, architettonicamente ispirato al San Carlo di Napoli), posteriori a quello molfettese, prosperavano (fonte Gerardo De Marco, Molfetta tra passato e presente, Mezzina Editore, Molfetta, 1982, ed anche Mirella Cives, "La cultura dimenticata: Molfetta e i suoi teatri che non esistono più", MolfettaViva.it, 4 marzo 2018)

[7] Ornella Bianchi nel saggio Emigrazione e modernizzazione in un comune dell'Italia meridionale: Molfetta tra i secoli XIX e XX, pubblicato in Studi sull'emigrazione

[8] Nel decennio tra il 1860 e il 1870 la fillossera colpì i vigneti francesi duramente, favorendo l’incremento di produzione di vino dall’Italia e, in particolare dalla Puglia, orientando le produzioni agricole al vigneto; la successiva guerra dei dazi (1888 -1892) provocò un repentino crollo dei flussi commerciali e segnò il precipitare del valore degli investimenti agricoli effettuati, anche per il costoso reimpianto resistente, necessario per l’arrivo anche al Sud Italia dell’insetto.

[9] L’acquedotto pugliese portò l’acqua del Sele a Molfetta nel 1914; dal 1918 si potè utilizzare quella fornitura idrica anche per l’agricoltura.

[10] grandi stravolgimenti colpirono il Paese e portarono a rivolte spontanee, terribili e sanguinose; i moti del pane, del 1898, ebbero tra i teatri più cruenti (oltre a Milano, teatro della strage di civili ordinata dal gen. Bava Beccaris) proprio Molfetta, dove il 1° maggio fu assaltato l’ufficio daziario, lasciando a terra diversi morti e feriti tra la popolazione. Dopo pochi giorni vi fu la terribile repressione, “appoggiata” dal consiglio Comunale in carica; a Bari era stato inviato, fine aprile 1898, per ristabilire l’ordine nel territorio, il gen. Pelloux, futuro primo ministro (fonte “Accadde a Bari – Per sedare i 'moti del pane' in Puglia arriva il generale Pelloux (1898)", pubblicato su bari-e.it (Almanacco barese)..

[11] fonte “Una Banca, una Città, 1979, cit.)

[12]Vito Nicola Mossa, del credito a Molfetta, 1979 cit. e il saggio di Alberto Cova, Difficoltà dell'economia e fallimenti di banche nell'Italia "agricola" di fine Ottocento (Associazione per lo Sviluppo degli Studi di Banca e Borsa, Quaderno n. 278

[13] In meno di mezzo secolo le banche popolari si diffusero in tutto il Paese, arrivando alla vigilia della prima guerra mondiale a contare circa un migliaio di istituti e ad assorbire  ¼  del mercato creditizio nazionale; una delle ragioni della rapida diffusione fu, probabilmente, la scelta italiana originale di emettere quote di ammontare accessibile e di rendere la responsabilità dei soci limitata.

[14] La granularità del portafoglio di rischio è stata analizzata in occasione dell’applicazione dei principi di Basilea, ma restano utili riferimenti anche per l’attività di selezione del credito tradizionale. Cfr Michael B. Gordy (Federal Reserve Board), "A Risk-Factor Model Foundation for Ratings-Based Bank Capital Rules", 2003; Vincenzo Tola, "La misurazione del rischio di concentrazione geo-settoriale", Banca d'Italia, Questioni di economia e finanza (Occasional Papers), n. 72, 2010.

Autore: Sergio Magarelli
Nominativo
Email
Messaggio
Non verranno pubblicati commenti che:
  • Contengono offese di qualunque tipo
  • Sono contrari alle norme imperative dell’ordine pubblico e del buon costume
  • Contengono affermazioni non provate e/o non provabili e pertanto inattendibili
  • Contengono messaggi non pertinenti all’articolo al quale si riferiscono
  • Contengono messaggi pubblicitari
""
Quindici OnLine - Tutti i diritti riservati. Copyright © 1997 - 2026
Editore Associazione Culturale "Via Piazza" - Viale Pio XI, 11/A5 - 70056 Molfetta (BA) - P.IVA 04710470727 - ISSN 2612-758X
powered by PC Planet