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Intorno a Corrado Giaquinto Una rassegna dell'artista molfettese alla Pinacoteca Provinciale
15 gennaio 2005

Un diacono paffuto, investito di luce, abito color acquamarina, capo leggermente reclinato, sguardo trasognato a travalicare i limiti della tela, quasi a cercare, idealmente, lo spettatore di un scena di sapore pressoché teatrale: è un particolare della tela intitolata “L'imperatore Teodosio penitente dinanzi a Sant'Ambrogio”, opera del 'Corrado', punta di diamante tra i dipinti di recente acquisizione (1993-2004) della Pinacoteca Provinciale di Bari. Proprio 'intorno' a questa tela è nata l'idea di una mostra, escogitata e coordinata da Clara Gelao, che ha curato, insieme a Cosimo Corrieri e Tommaso Lagattolla, anche il progetto di allestimento. L'esposizione si ripropone di offrire testimonianza delle innumerevoli acquisizioni della Pinacoteca nell'attuale decennio, nonché delle più recenti donazioni ricevute e dei restauri operati. Il dipinto di Giaquinto illustra un episodio iconograficamente non vieto (lo sfruttò anche Pierre Subleyras), indagando le conseguenze del massacro di Tessalonica e raffigurando un Teodosio crucifero, occhi chiusi a mal celare il tarlo della vergogna, su cui campeggia un Ambrogio assimilato ai patriarchi e agli eremiti, con un pastorale orientale; non manca una massiccia figura d'uomo che con la pienezza rossastra delle sue carni contrasta con la luce diafana che illumina il santo, i diaconi e i penitenti. La fortuna dei motivi di questa teletta è riscontrabile grazie alla derivazione da essa dei sei frammenti (un tempo conservati presso la Cattedrale di Bisceglie) di un grande dipinto di Nicola Porta, anch'egli molfettese, migliore allievo del 'Corrado' e, presumibilmente, anche suo ritrattista. Accanto alla piccola tela di recentissima acquisizione, sono visibili presso la Pinacoteca altre opere del Giaquinto: recentemente restaurata la “Natività di San Giovanni Battista”, dove spicca il neonato, tenero e biondissimo, luminosissimo com'è luminoso il panno su cui è adagiato, tra le braccia dell'attempata (ma non troppo) S. Elisabetta e con, in secondo piano, San Zaccaria ad accogliere, in una posa vagamente stile Sacro Cuore, la visione angelica che si staglia dall'alto. La Pinacoteca ospita ancora di Giaquinto la melodrammatica favola nera dell'uccisione di Reso, tradotta in un incanto di corpi dormienti con la vittima sacrificale 'dal corpo seminudo di porcellana' e i carnefici falsi Cherubini, stretti in un abbraccio ch'è fratellanza di astuzia e dolo. E poi il trionfo di Giuseppe in un Egitto dai toni diafani e talora cristallini, con l'ingenuità efebica, non disgiunta dalla saggezza, trionfante sulla crudeltà umana; il San Nicola soccorritore dei naufraghi, con il patrono cristificato a camminare sulle acque, la Vergine trionfante come l'Assunta della nostra Cattedrale e il corpo deformato dallo sforzo di un bruno marinaio a lottare con le onde; il Gesù bambino e la Santa Famiglia, con un Giovanni Battista ora bruno e variegati toni cromatici dal corallo al 'verde marcio'; il controverso San Domenico, ora attribuito a un Giaquinto giovane e inesperto, ora a un non talentuoso epigono. Nella galleria, che sfoggia un Tintoretto, un Veronese, dipinti di Giovanni Bellini, e dei Vivarini, con prevalenza di pittori pugliesi tra cui il sempreverde De Nittis, non mancano altre presenze molfettesi. Donazione del 2003, si fa notare il gruppo in gesso patinato opera di Filippo Cifariello, artista vissuto tra il 1864 e il 1936, con l'Allegoria della Fortuna, commissionata da un medico e per questo dotata del caduceo, simbolo mercuriale e attributo dell'arte medica, oltre che dell'immancabile cornucopia dell'abbondanza. La sua ruota è messa in movimento da un giovinetto nudo, che s'abbarbica alle vesti della Fortuna mosse dal vento, come tipico di certe figurazioni della Nike, quasi a volerne suggere per sé i benefici effetti. Suggestive le teste femminili inserite anteriormente e posteriormente sulla base, con la riproposizione di motivi gorgonici. Del 1965 è 'Edilizia – Il progresso', di Franco d'Ingeo: una tecnica delle meraviglie fonde sabbia, corda, legno e pietra, con ammiccamenti all'arte musiva e la creazione nell'aria di cerchi concentrici, in un sistema aperto e forse passibile di ulteriori sviluppi. Mentre contempliamo la splendida Maddalena penitente in estasi della leccese Marianna Elmo, con la sua affascinante tecnica dei quadri a fili incollati e collages, che ci riconduce con la memoria alla prima Maddalena, settecentesca e in legno, bellissima e lievemente sfrontata, che ha sfilato per le nostre strade, concludiamo questa nostra prima ricognizione sulla meritoria iniziativa della Pinacoteca Provinciale di Bari, ricognizione che, per ovvie ragioni di spazio, si è soffermata quasi esclusivamente su creazioni di molfettesi; non manca la speranza di poter compiere, però, ulteriori esplorazioni in un percorso soffuso di bellezza a riscoprire le radici della nostra arte e della nostra civiltà. Gianni Antonio Palumbo gianni.palumbo@quindici-molfetta.it
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