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Il ritorno dei miserabili
15 febbraio 2016

Studiamo le istituzioni defunte; è necessario conoscerle non fosse che per evitarle: le contraffazioni del passato assumono falsi nomi e si chiamano volentieri l’avvenire; perché questo spettro, il passato, tende a falsificare il suo passaporto. Mettiamoci al corrente del tranello e diffidiamo. Il passato ha un volto, la superstizione, e una maschera, l’ipocrisia: denunziamo il volto e strappiamo la maschera. Ci è tornato sotto gli occhi qualche giorno fa questo brano di un bel libro che ci ha fatto compagnia nell’adolescenza liceale. Parliamo dell’opera di Victor Hugo I miserabili, del lontanissimo 1862, uno dei romanzi storici fondamentali del XIX secolo. Due elementi ce lo fanno considerare attuale: il riferimento allo spettro del passato e l’aggettivo «miserabile», però considerato nella sua accezione di meschino, traditore. Gli spettri del passato che ritornano, insieme con i suoi miserabili protagonisti, un populismo dilagante (anche con la complicità di una informazione dilettantistica e interessata, prodotta con infima qualità e senza professionalità alcuna), un ceto politico mediocre e un’opinione pubblica esasperata da una crisi economica reale e ancora pesante (con buona pace delle chiacchiere che ci propina il premier Renzi) che si fa condizionare dai vecchi demagoghi, i quali propongono soluzioni semplicistiche a problemi complessi. In questa situazione il qualunquismo la fa da padrone e apre varchi impensabili fino a ieri, per frustrati dalla politica, dal lavoro e perfino dalla vita, che s’inventano movimenti, gruppi, aree civiche, cavalcando il malcontento. In questa situazione, perfino le tradizionali definizioni di destra e sinistra vengono meno e si crea quel fenomeno dell’antipolitica, che finisce per essere gestito da politici navigati. La fine delle ideologie, che da un lato rappresenta un’evoluzione positiva della politica, dall’altro si connota con la fine dei partiti e il rischio di derive plebiscitarie, complici anche i social network e un sondaggismo pronto a divinizzare o a demonizzare il popolo in “tempo reale”, ma anche personaggi che il passato ci ha dimostrato essere pericolosi. In democrazia, come è stato più volte sostenuto, ogni decisione richiede tempo e soprattutto deve essere consentita la possibilità di tornare indietro, senza avviare fenomeni e opere che condizionino definitivamente il futuro, senza dare la possibilità a chi verrà dopo di noi, di decidere non solo il proprio futuro, ma di gestire il presente. I moderni caudilli, quando si appellano alla “gente” sollecitando i sentimenti antipolitici, hanno l’abitudine ad adulare la massa nel tentativo di tenerla in una condizione di minorità infantile per poterla meglio controllare. Diventa così attuale il riferimento al passato fatto da Victor Hugo, al quale possiamo aggiungere una riflessione di una mente illuminata come quella del noto giurista Gustavo Zagrebelsky, che, in un profetico libro di una ventina di anni fa, Il «Crucifige! » e la democrazia (Einaudi), descriveva i “Pilati” delle istituzioni, gli ipocriti della democrazia ai quali interessa solo «la copertura di poteri e interessi oligarchici spesso spregevoli». Questo volume ci è tornato in mente in questi giorni perché analizza il processo a Gesù come emblema dei diversi modi di pensare la democrazia. Pilato, nella lavanda delle mani, va visto come la «democrazia scettica», l’opportunismo che diviene atteggiamento etico, un evidente comportamento camaleontico (ah, le nostre radici politiche romane!) finalizzato alla conservazione: potere e governo contro verità e giustizia. Il Sinedrio rappresenta la democrazia dogmatica, che decide la condanna di Gesù in nome di verità assolute e indiscutibili. A completamento del quadro, c’è il popolo che urla Crucifigeé, archetipodi quella massa manovrabile, folla informe ed emotiva, ridotta a mero strumento dai nuovi demagoghi, di cui ha parlato anche il sociologo Giuseppe De Rita, in un’analisi del Censis di qualche anno fa. Ammonisce Zagrebelsky: «Il processo a Gesù è un caso esemplare dell’ autocrazia e dell’ oligarchia. Nessuno dei soggetti che menavano il gioco era amico della democrazia, anche se tutti adulavano la folla. Essi volevano farsene sgabello. Vedevano nella democrazia, come tutti i profittatori, soltanto un biglietto d’ andata, sulla strada del loro interesse e del loro potere». I Pilati di oggi «sono gli arrivisti del potere, chi si candida alla guida del paese senz’altro scopo che di mantenerlo, il potere... La decadenza dello spirito pubblico e la spossatezza morale sono tali da allontanare sempre più il traguardo democratico». Lo svuotamento dei valori democratici e costituzionali da parte di soggetti che cavalcano la protesta, sollecitando una lotta fra poveri, quasi una guerra civile, con un cinico calcolo che punta ad arricchire i ricchi, gli speculatori, quelli che in passato hanno fatto il bello e il cattivo tempo alle spalle della gente. E della città, riducendola allo stato attuale di realtà economica disastrata, dove la disoccupazione e lo sfruttamento la fanno da padroni e chi dovrebbe investire nel futuro, non crea lavoro, ma produce rendita a favore sempre di una minoranza affaristica che vede nell’edilizia, l’unico motore di produzione di rendita per sé, a danno dell’economia complessiva. E’ il cancro dell’edilizia e degli speculatori che hanno impoverito Molfetta, devastando il territorio e che oggi, con la crisi in atto, cercano di trovare i «giusti» canali politici, per poter continuare a sfruttare il mattone a proprio vantaggio. Siamo di fronte ad ambizioni politiche di personaggi sconfitti dalle urne e dalla storia, che riversano le frustrazioni personali sull’interesse collettivo. E qui tornano le parole del sempre profetico don Tonino Bello: «Dio vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate». Questi sciagurati e miserabili politici covano ancora un odio atavico, si dicono cristiani, però puntano a dividere, manifestando un desiderio di rivalsa o, forse, sarebbe più corretto dire di vendetta. Le sconfitte di ieri non sono servite a meditare sui propri errori, ma a preparare la rivincita sulla pelle dei cittadini, soprattutto di quelli più poveri, degli ultimi, che non hanno santi in paradiso per trovare lavoro e, inconsciamente, si lasciano trascinare dalla polemica populista (“sono tutti uguali”) e distruttiva. Ogni pretesto è buono pere giustificare tradimenti, trasformismi, cambi di fronte e di casacca e un immotivato sciacallaggio politico. Utili idioti in questo progetto soggetti politici mediocri, il cui unico obiettivo è la sistemazione personale attraverso la politica, come nella peggiore prima repubblica. Viene utilizzata anche la campagna diffamatoria, degna della migliore tradizione molfettese e dei suoi politici peggiori, abituati a denigrare gli avversari per la evidente incapacità di confrontarsi con loro a viso aperto, preferendo i giochi nascosti e perfino gli accordi con i nemici di ieri, pur di tornare al potere. Consapevoli dei propri limiti, questi camaleonti strisciano lungo le pareti del palazzo, in attesa di saltare addosso alla vittima designata. Più avanza il cambiamento, più vengono ripristinate le regole, più opere vengono realizzate, più latrano le iene fameliche che temono il loro definitivo annientamento. Bando, allora, alle divisioni, puntiamo ad essere uniti, nel nome del bene comune, isolando i disfattisti, relegandoli ad un passato storico che li giudicherà. Oggi più che mai serve una reazione delle forze sane della città, quelle che hanno scelto il cambiamento, contro la politica dell’amministrare contro regole e leggi, certamente molto più facile e più veloce, al prezzo di illegalità, che hanno portato a scandali e arresti, che qualcuno vorrebbe far dimenticare. Allora, con coraggio e spirito di servizio, «denunziamo il volto e strappiamo la maschera» dei miserabili politici che vogliono riportarci al passato.

Autore: Felice de Sanctis
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