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Il gigante malato e la politica latitante
15 gennaio 2020

Gigante malato, così viene definito all’apertura di ogni anno giudiziario, il sistema italiano in riferimento allo stato di salute della giustizia che si riflette non soltanto sulla tutela dei diritti fondamentali del cittadino, ma anche sull’economia del Paese. La Giustizia in Italia è un malato al collasso: ogni tanto si annunciano cure mediche che appaiono subito talmente inefficienti per curare questo pachiderma, da far pensare che una guarigione sia impossibile. Insomma, la cura peggiore del male. Queste considerazioni tornano anche di fronte alla sentenza di assoluzione dell’ex sindaco avv. Antonio Azzollini e dell’ex dirigente ai lavori pubblici del Comune ing. Vincenzo Balducci, “perché il fatto non sussiste” nelle presunte irregolarità per la realizzazione del nuovo porto commerciale di Molfetta. Dare la colpa alla lunghezza dei processi non è sufficiente per giustificare anni di indagini, di coinvolgimento di persone, enti, società, carriere politiche distrutte, immagini pubbliche e private degli indagati danneggiate, danni economici rilevanti, spreco di risorse statali. Dopo oltre un lustro di iter giudiziario sulla vicenda porto, la conclusione è che tutto è stato inutile. E’ il sistema che va cambiato: un proponimento sollecitato ogni anno dai Procuratori generali all’apertura dell’anno giudiziario, quando parlano di “giustizia al collasso” (questo ente astratto che non ha fiducia nemmeno in se stesso), ma ignorato dalla politica, soprattutto sul fronte della lunghezza dei processi: si parla di riforma delle intercettazioni, ma non del processo. La durata media di un processo nei due gradi di merito (esclusa la Cassazione), secondo le ultime rilevazioni del maggio 2018, è stata di 1.605 giorni (oltre 4 anni) per il giudice collegiale di 1° grado e di 1.435 giorni se il giudizio si è svolto davanti all’organo monocratico. La maggior parte delle sentenze dichiaratorie della prescrizione (il 52,4%) sono emanate durante la fase delle indagini preliminari o in udienza preliminare, cioè immediatamente prima del dibattimento e del processo vero e proprio. E spesso la magistratura si ritrova a svolgere il ruolo di supplente della politica, un ruolo che non le dovrebbe competere, ma che spesso viene imposto dallo stato di necessità. Quando pensiamo alla giustizia in Italia, ci torna alla mente quella descritta da Manzoni nei “Promessi sposi”, nel suo pessimismo di uomo che sogna uno stato di diritto basato sui principi della rivoluzione francese, dell’illuminismo e dei valori cristiani. Oppure al “Processo” di Kafka e persino al “Pinocchio” di Collodi. I riferimenti letterari confermano come, a distanza di qualche secolo, in Italia la giustizia non è cambiata. E ci viene in mente anche quello che diceva Platone nell’antica Grecia: “Il capolavoro dell’ingiustizia è di sembrare giusto senza esserlo”. Ma torniamo ai fatti di casa nostra e all’anomalia di questa vicenda che lascia tutti senza parole, soprattutto l’opinione pubblica che continuerà ad interrogarsi per anni su un problema, il porto, che è diventato una specie di cancro di questa città, una patata bollente che viene scaricata da un sindaco all’altro (Azzollini l’ha lasciata alla Natalicchio che l’ha trasferita a Minervini, che oggi sembra l’unico deciso ad affrontare il problema senza paura di scottarsi). In questa vicenda la magistratura ha fatto tutto da sola: prima ha messo su un impianto accusatorio rilevante, con impiego di forze dell’ordine e indagini della Guardia di Finanza; poi lo ha completamente demolito. Anche il fatto che il Comune non si sia costituito parte civile, ha agevolato la soluzione positiva. Da restare senza parole. Infatti, molti avversari politici di Azzollini, hanno preferito il silenzio, primo fra tutti il suo successore nella carica di sindaco, Paola Natalicchio, che non ha rilasciato dichiarazioni. Una vicenda che ha dell’incredibile. Una cosa, però, deve essere detta chiaramente: va a merito di Azzollini e Balducci la decisione di rinunciare alla prescrizione. Lo stesso Azzollini si è limitato a un commento misurato, diversamente dal suo stile: e anche di questo gli si deve dare atto. Meno apprezzabili i commenti politici ipocriti dei suoi ex sergenti. Ora è molto probabile che la vicenda si concluda qui, non ci sarà appello e la sentenza passerà in giudicato, divenendo definitiva. Maldestri anche i tentativi di chi vorrebbe attribuire tutta la responsabilità di questa vicenda all’informazione. I giudizi politici sono diversi da quelli giudiziari, ma vanno rispettati entrambi. Perciò, al di là della vicenda giudiziaria e della solidarietà umana (da noi sempre espressa) ai protagonisti di questo processo kafkiano, resta il giudizio politico che non può essere positivo. Una città bloccata, questo è il risultato della scelta di costruire un nuovo porto prima di bonificare i fondali dove tutti sapevano che c’erano ordigni bellici pericolosi. Ecco perché oggi l’opinione pubblica esprime un giudizio politico non personale su quest’opera che nell’era Azzollini è divenuta paralizzante per tutto il resto. Infatti, tutto ruotava sul porto, mentre altri problemi sono rimasti a languire, tanto da consegnare, alla Natalicchio prima e a Minervini dopo, una serie di opere incomplete. Quindi ora va considerata non la responsabilità penale esistente prima e inesistente dopo, secondo la magistratura, ma quella politica, che resta intatta. La testardaggine di Azzollini nel voler portare a termine un progetto non solo non tenendo conto degli ordigni, ma senza un’analisi sui vantaggi economico-sociali dell’opera e delle sue prospettive di mercato, ha fatto sì che perfino i suoi uomini, i suoi “sergenti” come li abbiamo definiti, lo abbiano abbandonato (e in questo abbiamo espresso sempre solidarietà umana ad Azzollini). Il giudizio oggi è sull’opera che va, comunque, portata a termine al più presto. Ma questa soluzione appare piena di ostacoli e difficoltà. Infatti, il 30 dicembre il consiglio comunale ha varato la delibera di approvazione del progetto esecutivo 1° stralcio funzionale relativo ai lavori per la salvaguardia, la sicurezza alla navigazione e all’ormeggio del bacino portuale, per 26 milioni di euro. I fondi sono sempre quelli delle leggi finanziarie. E si tratta solo del primo stralcio. Poi serviranno almeno altrettanti soldi per il completamento, che, però, non prevede nessuna struttura al servizio delle banchine, perché il centro servizi è stato stralciato con la seconda perizia di variante. Quindi, se tutto va bene, avremo una strada (già esistente) e una banchina vuota e inutile. La faccenda è complicata: oggi i soldi sulla carta ci sarebbero, ma, forse, non per il completamento dell’opera. Quindi i fondi attuali rischiano di non essere sufficienti, visto che finora sono stati usati come salvadanaio per le opere sportive e culturali cittadine. Il rischio finale potrebbe essere che, per finire il porto, si lasceranno le opere cittadine incompiute, fermandosi alla progettazione (quindi pagando i progettisti ma non realizzando le opere, con altro spreco di denaro pubblico e pericolo di dissesto). Ecco perché la scelta del porto è stato un errore politico gigantesco e oggi la situazione è peggiore. A differenza di altri media, “Quindici”, non è mai stata tenera con Azzollini, ma a differenza dei suoi, i nostri giudizi sono stati sempre politici, non personali. Ritenevamo che l’impegno del porto avrebbe paralizzato altre opere, una per tutte l’impianto di compostaggio dei rifiuti, ancora a un punto morto, eppure molto necessario, se si vuole rendere efficace la raccolta differenziata e lo smaltimento dei rifiuti. Forse ha ragione Pascal: “poiché non si poteva trovare la giustizia, si è inventato il potere”. © Riproduzione riservata

Autore: Felice de Sanctis
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