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Il differenziale di genere, può diventare opportunità di progresso?
15 febbraio 2026

Nei precedenti articoli, abbiamo cercato di esaminare, utilizzando lenti non “appannate”, gli aspetti e le conseguenze economiche, sociali e di relazione delle disparità di genere.

Potremmo unirci al coro di protesta e denuncia, dei fan dei cahiers de doléances, recentemente rinvigorito, e ribadire quanto ingiusta e oppressivamente patriarcale sia ancora questa nostra società e quale ennesimo, esiziale spreco si stia perpetrando a danno di una metà per nulla trascurabile della Umanità.

Ben lungi da me sarebbe ritenere che il “coro” sia affatto inutile o vano, anzi: più se ne parla, più si diffonde conoscenza e consapevolezza e più si avvicina la soluzione delle criticità.

Altrettanto, se non più utile, potrebbe risultare provare a rovesciare il tavolo.

Questo è proprio quello che vorrei fare.

Partiamo da un presupposto. Per le donne il peggior nemico è la scarsa consapevolezza di se stesse, che non è cosa che si raggiunga senza mettersi concretamente alla prova, con un grandissimo impegno personale, nel quale sia coinvolta diffusamente e convintamente la società intera. Questa condivisione, peraltro, non si realizza senza la convinzione del vantaggio sicuro, semmai non immediato, per il singolo così come per tutta la comunità.

Proviamo, allora, a vedere qual è l’interesse comune.

 

La popolazione italiana in età lavorativa (15 – 64 anni) conta poco più di 37 milioni di persone, pari al 63% di quella complessiva (59 mln di abitanti); equamente divisa per genere, con un leggerissimo sopravanzo di uomini [1]; questa recentemente registra un andamento in diminuzione, sempre più accentuato, tanto da far parlare di inverno demografico e di degiovanilimento[2], con un trend che non lascia spazio ad alcuna concreta previsione di inversione di tendenza. Ca va sans dire, l’area territoriale più esposta a questi effetti negativi è il Mezzogiorno.

Di quella popolazione, gli occupati sono circa 24 milioni[3], di cui 13,7 sono uomini, 10,3 donne. Il tasso di occupazione per i maschi è circa il 76%, per le donne il 56,5%: quasi 20 punti percentuali di differenza. Bisogna anche considerare che il tasso di occupazione medio in UE è intorno al 76%, mentre in Italia è fermo al 62%, posizionando il Paese tra gli ultimi in Europa[4].

A questi occupati, per costituire l’intera “forza lavoro” (ovvero chi sta sul mercato del lavoro o vorrebbe esserci) andrebbe aggiunto circa 1 milione e mezzo di disoccupati, gente che cerca lavoro ma non lo trova da un po', la cui ripartizione di genere è un pochino più equilibrata: all’incirca 60% maschi, rispetto a 40% femmine.

Restano, quindi, fuori dalla forza lavoro, quasi 13 milioni di inattivi[5], “forse occupabili”; nell’ambito di questi, oltre a studenti e persone che non possono o vogliono accedere ad alcun tipo di attività formale (compresi i/le casalinghi/e puri), vi sono numerosi elementi che, se ricevessero una offerta attraente, potrebbero, quantomeno potenzialmente, accettarla[6].

Degli inattivi[7]., quasi 8 milioni sono donne (di cui possiamo stimare almeno 1/5  sotto i 34 anni e quasi la metà con titolo di studio superiore o accademico), per il resto, perlopiù maschi giovani o adulti over 50.

 

Ora, se teniamo conto che il PIL pro capite in Italia, a parità di potere d’acquisto (PIL pc PPP) si aggira intorno a 53.000 dollari USA[8] (quasi 3 volte la media mondiale) e pensiamo ad una semplice progressione lineare, per un aumento[9] dell’occupazione femminile potenziale stimato, in allineamento alla media del tasso di occupazione femminile dell’Unione Europea (70% circa), gli occupati aumenterebbero di circa 3 milioni di unità (grossomodo, 1/3 delle inattive) e il PIL farebbe un balzo in avanti di alcuni punti percentuale (ben  7 circa!)

Certo, questo è solo un esercizio accademico, con un forte valore segnaletico, che sta a rappresentare più che altro l’onere, o mancato guadagno, per la società di lasciare sottoutilizzata o scarsamente valorizzata quella nutrita e preziosa compagine, ma che ben difficilmente potrebbe verificarsi nel concreto, ma è un costo che non possiamo e non vogliamo più permetterci.

E’ più probabile, infatti, che l’eventuale, auspicato incremento occupazionale valga più che altro a controbilanciare la riduzione del PIL del Paese dovuta al calo – anche qualitativo – della forza lavoro[10].

Per un concreto e duraturo incremento del prodotto nazionale sembrerebbe preferibile affidarsi piuttosto ad un significativo innalzamento dei livelli di produttività, ormai ineludibile mantra, che per il nostro Paese (e non solo) registra un ritardo così ampio da rendere davvero difficile ogni previsione di recupero ed adeguamento, soprattutto in campo tecnologico.

 

In verità, non sono in gioco solo i miliardi in più che potrebbero essere conseguiti, ma la grande opportunità, di valorizzare equamente una ricchezza della nazione e consolidarne il capitale sociale.

Pensiamo a quale benefico tsunami sociale, potrebbe comportare la mobilitazione di una agguerrita e preparata schiera di donne in ruoli produttivi e socialmente alternativi, scuotendo posizioni consolidate e comodi giardinetti di abitudini desuete, facendo lievitare, tra l’altro, un importantissimo segmento di mercato, come quello della cura e dei servizi personali, finora perlopiù “sommerso” e inefficiente, costringendo prassi di lavoro e modalità di prestazione non attente alle persone ad adeguarsi a ottimali equilibri tra vita e lavoro, anche per fattori competitivo/reputazionali, nonché mantenendo sul territorio che le ha viste nascere e fatto crescere, intere compagini genitoriali di primaria capacità, portatrici di valori e comportamenti “esemplari” (role model) di tutto rispetto.

La cosa che non abbiamo ancora detto è che la parte più larga delle donne inattive è al sud.  Per esemplificare, in Puglia queste sono quasi il 60% della popolazione femminile in età lavorativa, ovvero 720.000 persone, 1/3[11] della intera popolazione lavorativa regionale, che potrebbe rappresentare – nella simulazione di cui sopra - un incremento di circa 1/10 del PIL pugliese. Facile immaginare la scossa che percuoterebbe l’intera rete delle relazioni sociali, sul territorio e ben oltre, già solo per il fatto che quella risorsa preziosa ed attrattiva è di larga misura maggiormente disponibile proprio nel Mezzogiorno del Paese.

 

Questo sviluppo non sarà facilmente realizzabile e, soprattutto, assolutamente non in tempi brevi, sia senza un impegno individuale corale, sia se non viene attuata una ben orientata ed efficace programmazione a tutto campo.

I livelli occupazionali aumentano di norma gradualmente e solo mediante  investimenti mirati, efficaci e consistenti; perdipiù, le donne sono di solito impiegate in settori maturi, a più contenuta produttività e moderato livello di ore lavorate;  quindi, l’incremento del PIL potrebbe essere – a parità di condizioni attuali – meno che proporzionale e, comunque, nel tempo, dovrebbe fare i conti con il calo demografico incombente e ineludibile, anche pianificando un miglior bilancio dell’immigrazione[12].

Altrettanto innegabile è peraltro che questa crescita possa conseguire risultati durevolmente positivi solo se orientata verso obiettivi condivisi di sostenibilità e di partecipazione. Vogliamo credere, a ragion veduta, che quell’esercito femminile possa mobilitarsi efficientemente proprio in quella direzione, perché consente maggiori recuperi di competitività.

Le donne inattive non stanno a casa spontaneamente e per una propria scelta di vita, non tutte, almeno. Quindi, i primi interventi dovrebbero fornire quanto meno i livelli essenziali dei servizi sostitutivi di cui adesso si occupano loro, ovvero quel welfare gratuito e silenzioso che rimedia ai terribili, profondi buchi della sanità, dell’istruzione, dell’assistenza…per esemplificare, stiamo parlando di asili nido, assistenza domiciliare e scuole a tempo pieno…

Va fugato subito un dubbio un pochino ipocrita: questo non va assolutamente fatto perché queste attività debbano essere sacrificate sull’altare di una sovente ingannevole e mistificata prosperità, ma, al contrario, proprio perché siano dati a tutti/e più tempo e più risorse per poter costruire meglio e personalizzare quei contributi di umanità, invero insostituibili.

Insomma, se vogliamo valorizzare, in ogni luogo e per ogni comparto, quella negletta miniera d’oro che abbiamo in casa, se vogliamo che le pepite più preziose non prendano la strada dell’andata (all’estero) senza ritorno, (come già stanno facendo, sempre più rapidamente e durevolmente), tutti insieme - ognuno con il ruolo che riveste nella comunità e con l’efficacia, anche personale, di cui è portatore - dobbiamo senza più alcun indugio costruire e agevolare quantomeno una ottimale allocazione di quelle risorse brillanti e produttive; dobbiamo farlo con tutta la efficienza ed intelligenza che contiene la enorme, plateale convenienza economica dell’intervento.

Come detto, non può essere elusa ancora a lungo la necessità di fornire adeguati servizi e una rete di infrastrutture pubbliche, per l’assistenza e il supporto familiare, per la salute e il benessere, per l’istruzione e per la mobilità sostenibile, non solo urbana.

I processi di formazione e istruzione devono essere resi specifici, sia per le competenze tecnico/professionali, sia per quelle manageriali e di leadership, anche per avanzare celermente e con efficacia nell’impostare le relazioni di lavoro, le modalità di prestazioni, gli orari delle riunioni, l’alternanza del lavoro da remoto e tutto quant’altro serva a rendere l’inclusione di genere un sostanziale volano di crescita.

 

Bisogna rimuovere quelle condizioni, criticità, divari che rendono a molte donne di fatto impossibile, difficile o troppo oneroso accedere al mondo del lavoro, eliminando bias cognitivi e comportamentali, pre-giudizi e incapacità di comprendere, che vengono instillati sin dalla più tenera età, mediante modelli culturali e comportamentali che insistono sulla differenza come svantaggio, lasciando un unico tradizionalissimo ponte di congiunzione, quello del sesso procreativo, troppo spesso deteriorato da istanze di possesso e predominio, anche se riverniciate con una patina stinta di amorevole protezione.

È necessario agire sin da subito per creare condizioni di contesto favorevole affinchè per le donne sia agevole, almeno quanto per gli uomini, intraprendere qualsivoglia percorso professionale e personale, affettivo e di relazione e che durante il cammino possano ricevere giudizi e valutazioni, incentivi e motivazioni connessi solo a ciò che hanno realizzato ed ai risultati conseguiti. Solo così il merito, nella sua più larga e inclusiva accezione, potrebbe non essere ostacolato od eluso nel suo ruolo essenziale, proficuo e pressochè esclusivo, nell’ambito di ogni processo di valutazione, selezione e allocazione.

Per ottenere questo è importante partire subito, sin dalla più tenera età, prima che i tradizionali, consolidati e spesso neppure messi in discussione schemi mentali e comportamentali producano danni pressochè irreparabili, impartendo e diffondendo (per quanto in grado, anche con l’esempio) una equilibrata, trasparente, onesta educazione affettiva, che renda ineludibile e irrinunciabile la considerazione, l’ascolto, il rispetto dell’altro e della sua unicità.

 

Un mondo dove gli equilibri di genere siano armonizzati anche sul fronte della partecipazione al lavoro e alla vita attiva della comunità è un posto dove sarà possibile il lascito di mezzi, risorse, valori, idee e percorsi alle prossime generazioni, affinchè prendano reale possesso del loro domani per realizzarvi, da protagonisti, i propri sogni e costruirvi il futuro proprio e delle loro “famiglie”, qualunque meraviglioso significato possa assumere questa parola.

Sergio Magarelli

© Riproduzione riservata

 [1] Fonte ISTAT; la ripartizione nella intera popolazione vede un supero di quella femminile, soprattutto nelle età più avanzate e post-lavorative (pensionate)

[2] Di recente, il Governatore della Banca d’Italia Panetta è intervenuto all’Università di Messina, richiamando la previsione ISTAT di riduzione della popolazione lavorativa “strutturale e continua”  intorno a 5 milioni di unità entro il 2040, ha fatto presente che questo andamento potrebbe comportare una contrazione del PIL nazionale superiore al 10% (0,9% annuo) , se la produttività rimane ai livelli (modesti) attuali, riducendo anche l’apporto positivo di un prevedibile, nonché  auspicabilmente più equilibrato aumento del livello di occupazione del paese.  

[3] Il numero “record” di occupati raggiunto ad ottobre 2025 di 24, 2 milioni comprende anche ultra-sessantaquattrenni. Per occupato, secondo l’ISTAT, si intende chi ha un contratto da dipendente, i lavoratori autonomi, chi è assente temporaneamente, anche se da lungo tempo, chi ha almeno 1 ora di lavoro nella settimana di riferimento

[4] Anche negli altri paesi UE vi è un divario di rilievo tra tasso di occupazione maschile e femminile, ma in media il divario è intorno ai 10 p.p.; in Italia e in Grecia questa differenza sfiora i 20 p.p.. La UE si è posta l’obiettivo di portare la media del tasso dal 76% al 78% entro il 20230 (fonte Eurostat).

[5]La popolazione inattiva, secondo l’ISTAT, tra 15 e 74 anni che presentano almeno una delle seguenti condizioni: non hanno cercato un lavoro nelle ultime quattro settimane, ma sono disponibili a iniziare un lavoro entro due settimane; oppure hanno cercato un lavoro nelle ultime quattro settimane, ma non sono disponibili a iniziare un lavoro entro due settimane

[6] Abbiamo usato numeri assoluti, invece che percentuali anche perché il tasso di disoccupazione viene calcolato sulla forza lavoro (occupati più disoccupati); per il tasso di occupazione gli occupati sono riportati alla intera popolazione in età lavorativa; gli occupati più i disoccupati, rapportati alla popolazione in età lavorativa, rappresentano invece configura il tasso di attività.  

[7] si considerano potenzialmente impiegabili quelle persone che dichiarano di non cercare lavoro perché sono convinti di non trovarlo (cd scoraggiati), per motivi familiari o perché stanno aspettando l'esito di precedenti azioni di ricerca. Nel 2024 gli inattivi potenzialmente impiegabili erano il 39 per cento degli inattivi totali per le donne e l'11 per gli uomini. Per il Mezzogiorno rispettivamente 47 e 19 per cento.

[8]  Fonte trading economics; una stima alternativa, fornita dalla Banca Mondiale, valuta il PIL pc ppp italiano in 60mila dollari USA. Secondo elaborazioni ISTAT (2024) il PIL pro capite nominale annuo in Italia è pari a 37mila euro, ovvero 34 mila dollari USA.

[9] Fonte INAPP, Istituto Nazionale per l’analisi delle Politiche Pubbliche, sotto l’egida del Ministero del Lavoro.

[10] Così, infatti, la stima fatta su una similare simulazione dalla Sede di Bari, tra le altre, contenuta nella relazione congiunturale per l’economia pugliese, presentata con il rapporto 2025.

[11] Secondo le elaborazioni sulla congiuntura economica pugliese della Banca d’Italia, il PIL regionale si attesta poco al di sotto di 84 miliardi di euro, quello pro capite (a prezzi correnti) tra 23.000 e 24.000 euro. La popolazione femminile in età di lavoro (circa il 50% della totale) è costituita da circa 1,2 milioni di persone, con un tasso di occupazione che sfiora il 36%. Per arrivare alla media europea del 70%, quindi, la popolazione femminile occupata dovrebbe quasi raddoppiare.

[12] Il bilancio demografico dell’immigrazione comporterebbe uno sbilancio dei cittadini stranieri in Italia di circa 350.000 persone nel 2024, su una popolazione residente complessiva di meno di 1/10 di quella totale italiana.

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