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Il deserto delle illusioni
15 dicembre 2019

Siamo un esercito di milioni di anime invalide, che si aggirano per il mondo chiamandosi con parole disperate, senza riuscire a comprendersi, ci è venuta in mente questa frase simbolo del bellissimo film del 1976 “L’immagine allo specchio” di Ingmar Bergman, in questa fine d’anno malinconico, rappresentato efficacemente dall’albero triste fotografato, per la mostra copertina, da Francesco Mezzina davanti alla Chiesa del Purgatorio a Molfetta. Una società alla disperata ricerca di un futuro che vede i suoi figli partire per il Nord e per l’estero, sicuri di non tornare più in una città che non offre lavoro e che vede crescere il numero degli anziani, mentre qui si continuano a costruire case in periferia e a rilasciare licenze per famiglie che non ci saranno, per appartamenti che resteranno vuoti, mentre il centro cittadino è destinato a diventare un deserto. La promessa di un nuovo ospedale (almeno fra 10 anni) e il completamento del nuovo porto commerciale (fra altri 10) fanno parte di queste illusioni, alimentate da una politica irresponsabile che punta solo al consenso immediato, senza un progetto o una prospettiva per il futuro. E l’albero di Natale diventa un’immagine inconscia di questa città dove il commercio muore lentamente e aspetta soluzioni dall’alto, mentre le aziende del territorio, che non investono in cultura (il mecenatismo alla Olivetti è sconosciuto a chi si è improvvisato imprenditore), ma solo in rendite, creando solo pochi posti di lavoro, per giunta precari e sempre a rischio. La politica si attorciglia sul porto (dedichiamo l’inchiesta in primo piano a questo tema), mentre si spendono soldi pubblici in opere inutili. L’edilizia selvaggia, argomento che abbiamo trattato nell’inchiesta del numero scorso (“Quindici, quello che gli altri non dicono”), diventa il vero obiettivo di quest’amministrazione, mentre il porto turistico è una chimera e il lungomare langue, quando potrebbe diventare il vero waterfront di successo, come è avvenuto nei paesi vicini. Tommaso Minervini, sindaco più per necessità che per convinzione, più per desiderio che per fede, più come collante elettorale che politico, mostra i limiti di un’amministrazione dell’apparire, più che dell’essere in questa coalizione di fantasmi, a cominciare dal fantasma per eccellenza, quel sindaco ombra, il burattinaio che muove i fili della coalizione eterogenea, di quel “ciambotto” (mai definizione fu più felice), come “Quindici” battezzò il destracentro delle liste civiche dei voltagabbana. E così, quel Saverio Tammacco, uomo di destra, spostatosi sulle posizioni (di sinistra?) di Emiliano solo per motivi di potere, oggi si prepara a ricandidarsi alla Regione, sperando di essere più fortunato della volta scorsa. E tutta la vita amministrativa della città ruota attorno a questa prospettiva, affidata alla gestione dello “scudiero” Pasquale Mancini che tiene in ostaggio il sindaco e quello che resta del Pd di Piergiovanni e dell’evanescente De Nicolo. Perciò Tammacco usa questo intruglio di liste civiche che comprende anche il Pd, trasformatosi anch’esso in lista civica per ragioni di bottega politica solo come base elettorale per gestire il potere. La politica sia di destra sia di sinistra è lontana, non appartiene a questi uomini che, pur di governare e occupare poltrone, hanno rinnegato le proprie origini, perché privi di ideali, parola grossa, ormai in disuso sia a livello locale, sia nazionale. Avete mai sentito questi amministratori, parlare di politica? Solo il sindaco Minervini, che sembra vivere in un’altra dimensione, nell’illusione di un passato che evoca spesso (ma che, con questa classe dirigente di scarsa qualità, non può tornare), si sforza di fare un discorso politico, ma quando parla appare un predicatore solitario, che non si accorge di non avere nessuno di fronte e tantomeno alle spalle. Perfino il nome della sua lista civica “Molfetta positiva” sa tanto di concetto più nostalgico che reale, rievocando quella Molfetta del passato evocata sempre e auspicata in ogni discorso, ma che non esiste più e non può ritornare. Soprattutto con questi uomini. Minervini paralizzato dai mille veti della sua maggioranza (se così si può definire un’accozzaglia di sigle senza senso e soprattutto senz’anima, né storia) parla al vento di un rinascimento impossibile perché la storia, come le idee cammina sulle gambe degli uomini, ma di uomini politici se ne vedono pochi in giro. La città sembra un “cantiere perenne” dall’appellativo che “Quindici” ha coniato per indicare l’instancabile assessore ai Lavori pubblici Mariano Caputo, che mantiene sempre aperti questi lavori, Corso Umberto in primis, perché centrale. Ma il simbolo di un salotto è ormai ridotto a ripostiglio senza volto che non sia quello di un piccone che vuole dare l’idea di una città in movimento, per nascondere le vere priorità. E, soprattutto, rivela la consapevolezza che è una città morta, da cui si vuole spremere l’ultimo sangue, per abbandonarla poi al suo destino di debiti, che graveranno sulle future generazioni. Molta apparenza gattopardesca e poca sostanza in “cantiere perenne” e soprattutto uno spreco di soldi pubblici arrivati grazie al porto e a Sant’Antonio martire, tradito e ucciso dalle frecce dei suoi stessi amici di ieri. Parliamo di quei finanziamenti statali che prima erano intoccabili e oggi, misteriosamente, con qualche santo in paradiso, si rivelano l’unico salvadanaio pubblico da utilizzare per venire incontro non ai reali bisogni della gente, ma alla ricerca di consenso che non potrebbe venire da una politica e da idee che mancano, bensì dall’impiego di fondi che non rappresentano un investimento per il futuro, ma solo uno spreco di risorse per le occasioni mancate. I debiti graveranno sulle spalle dei figli, quelli che resteranno, magari con la laurea in ingegneria e il massimo dei voti costretti a fare gli spazzini come a Barletta oppure a fuggire da Molfetta per necessità e per lavoro, ma anche ahimè, per scelta, non intravedendo nulla per il futuro se non un paese per anziani che vivono di ricordi. E saranno debiti accumulati da anni di grande spregiudicatezza gestionale più che amministrativa. Così ci tocca il ruolo di Cassandre: non è necessario essere profeti per immaginare il futuro. E’ sufficiente essere attenti osservatori e guardarsi attorno. Provate a chiedere a un forestiero che viene a Molfetta, quale immagine coglie della città di Salvemini e Muti, se non quella di sporcizia e buche, una città anonima come tante altre, al di là di qualche apparenza (anche pacchiana) come la fontana della stazione o il verde senza manutenzione. A chi serve? Non alla città, ma solo a far lavorare keynesianamente chi deve sostituire periodicamente fiori e alberi secchi con piante provvisorie, destinate anch’esse ad appassire dopo qualche mese e a lasciare, come avviene a Corso Fornari, l’immagine triste di un autunno, anch’esso perenne, che forse è la rappresentazione più adatta di una città, dove, forse, si salva solo la cultura. E’ questa, probabilmente, l’unica nota positiva in un panorama desolante che è il bilancio di questo secondo anno di “ciambotto” che si chiude. Lo scenario è quello di uomini che stanno studiando le nuove posizioni e cercando nuove casacche per restare in sella su un cumulo di macerie che lasceranno a chi verrà dopo di loro, o, magari, coltivando l’illusione di essere eterni. Ma l’immagine dello specchio è sempre deformante e senza scomodare la letteratura dal ritratto di Dorian Gray a Faust, è un topos ricorrente nella letteratura come nella politica dove si immagina che l’illusione personale possa diventare collettiva, mentre il mondo cammina da un’altra parte. Il deserto delle illusioni, appunto. © Riproduzione riservata

Autore: Felice de Sanctis
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