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Ibsen: la maggioranza non ha mai ragione! Le provocazioni dello scrittore norvegese nella Molfetta del 1901
15 dicembre 2005

di Ignazio Pansini Che Molfetta abbia conosciuto negli ultimi tre decenni dell'Ottocento, e fino alla prima guerra mondiale, una stagione ricca di fermenti politici, culturali e sociali, è un dato ormai acquisito. Nel capitolo sesto del saggio di Giovanni de Gennaro “La città di Salvemini”, intitolato “La Vita associativa”, possiamo leggere nomi ed attività di una miriade di Circoli, Associazioni, Società, che contava alcune migliaia di soci ed iscritti e che non trovava riscontro negli altri paesi del circondario, e nella stessa Bari. Qualche tempo fa, scorrendo l'annata 1902 de “La Rassegna Pugliese” di Valdemaro Vecchi, mi è capitato di leggere una conferenza dell'on. Eugenio Maresca, tenuta a Molfetta nel Circolo “Cavour”, nella ricorrenza del 20 settembre 1870. Un'ennesima associazione di evidente tendenza monarchica, assente nel pur nutrito elenco del prof. de Gennaro e una difesa della separazione fra Chiesa e Stato liberi e sovrani nei loro rispettivi ambiti. Un tema che, purtroppo, è tuttora di grande attualità. L'origine, la sfera di intervento, la composizione sociale degli aderenti, e in genere le finalità di questi numerosi nuclei associativi, erano ovviamente diverse. Molte derivavano dal grande filone risorgimentale, e rispecchiavano la grande divisione tra moderati e democratici; altre, più o meno esplicitamente, si configuravano come espressione dei vari partiti politici che si apprestavano a dar vita ad una vivace stagione politico- amministrativa; altre infine, ufficialmente apolitiche, intendevano diffondere tra le classi colte alcuni dei nuovi fermenti culturali che aleggiavano nel Paese in quegli anni. In una prima fase, un dato sembra accomunare queste aggregazioni: il convincimento che all'unità politica dovesse seguire in Italia un rinnovamento civile e culturale, esteso a più larghi strati sociali, dotati di maggiore istruzione e quindi più consapevoli del proprio ruolo, anche in vista di un prossimo coinvolgimento nei nuovi processi produttivi che proprio in quegli anni cominciavano a svilupparsi anche nella nostra città. Successivamente, allo spirare del secolo, si possono notare anche in periferia gli echi di quelle inquietudini che attraversano e mettono in crisi la cultura europea, e che approderanno ad esiti contradditori. Positivismo, evoluzionismo, fisica atomica, astrofisica, psicoanalisi, scardinano l'edificio delle certezze borghesi faticosamente restaurato nel corso dell'Ottocento dopo la bufera illuministica e messo in discussione anche sul versante economico dalle nascenti rivendicazioni operaie, sostenute a loro volta da un robusto apparato teorico-critico. Fu la fine di un mondo, come si scrisse su libri e giornali, e come appare evidente anche nella decostruzione delle tradizioni musicali, e delle arti figurative. Ad arginare questa formidabile offensiva non restavano che due opzioni: l'arroccamento conservatore e la deriva irrazionalistica. E' da escludere che gli echi di questo grande travaglio non giungessero anche in periferia, e non influenzassero la politica culturale delle aggregazioni molfettesi. Purtroppo noi non disponiamo di documenti che ci informino con serialità sui titoli delle conferenze, sugli argomenti trattati nei dibattiti, sui nomi degli oratori chiamati a relazionare, sulla composizione dei Consigli Direttivi; non abbiamo, tranne in casi rarissimi, i testi: qualche dato si può ricavare dallo spoglio della stampa locale e provinciale, ma sono notizie sporadiche e frammentarie. Tuttavia, per una volta almeno, siamo fortunati: il 25 marzo del 1901 il professor Aurelio Amatucci tiene una conferenza al Comitato molfettese della “Dante Alighieri”; titolo: “Il Pensiero di Enrico Ibsen”. L'evento è di una certa importanza, e almeno per due ragioni. Innanzitutto per il tema e per le modalità di esposizione: ma di questo parleremo più avanti; e poi perché la Lettura ebbe la fortuna di essere stampata un mese dopo da Giuseppe Laterza, come primo numero della “Piccola Biblioteca di Cultura Moderna” (nella foto), prestigiosa collana che lanciò l'editore barese al di fuori del ristretto ambito provinciale. L'Amatucci, dotto latinista e professore di letteratura cristiana prima al Liceo di Bari e poi a quello di Benevento, in una breve lettera a mò di Prefazione ringrazia Giuseppe per aver scelto il suo lavoretto, gli riconosce grandi meriti per la sua attività di tipografo e libraio, ed augura a lui ed ai suoi figli grandi fortune editoriali, a Bari ed in tutto il Mezzogiorno. L'opera di Ibsen, esordisce il relatore è poco conosciuta in Italia, e quando se ne parla la si travisa, criticandone gli aspetti secondari, ed ignorandone i fondamentali: la critica nostrana, intrisa di accademia e provincialismo, non ha colto la profonda coerenza del messaggio Ibseniano, che si definisce proprio dal cozzo e dal superamento delle contraddizioni. Accusare ad esempio il norvegese di esaltare nei suoi drammi un egoistico individualismo, è ignorare la sua denuncia dello Stato-massa, della manipolazione del consenso e della tirannia delle maggioranze torbide ed eterodirette. Il dottor Stockmann, indimenticabile protagonista de “Un nemico del popolo”, accusato di sovversione per aver denunciato l'inquinamento delle acque termali provocato in realtà da occulti interessi criminali, esclama in una assemblea unanimemente ostile : “Sì, ho l'intenzione di fare la rivoluzione contro quel principio bugiardo che dice: la voce della verità è quella della maggioranza. La maggioranza non ha mai ragione: ve lo ripeto: mai! Certo, potete pure soffocare la mia voce con le vostre grida, ma non potete contraddirmi. La maggioranza ha la forza, disgraziatamente, ma non ha la ragione: io, con altri pochi, ho ragione”. Emerge qui, come in altri luoghi delle sue opere, una delle costanti del pensiero Ibseniano, l'idea cioè che l'umanità possa redimersi soltanto grazie al sacrificio solitario di una ristretta aristocrazia, nella quale discende e si incarna un'etica autogena che prescinde sia dai modelli politico-sociali, che dalle morali delle religioni positive. Ed è questo uno dei concetti che più avvicina il norvegese ai fermenti irrazionalistici di fine secolo. Ma è sulle grandi figure femminili e sulla pretesa immoralità del drammaturgo che Amatucci maggiormente si sofferma, con grande acume psicologico e con modernità di accenti. (nella foto Enrico Ibsen) Dopo sporadici accenni in alcune opere precedenti, è nella “Commedia dell'Amore” che Ibsen affronta per la prima volta quello che sarà uno dei temi centrali della sua drammaturgia: l'istituzione matrimoniale intesa come strumento di oppressione sociale, morale ed affettiva della donna “quanti disinganni, dice Amatucci, quante lacrime, quante agonie, quante tragedie non conosce ciascuno di noi derivate da siffatte unioni? E se si potessero interrogare tutte le tombe ove riposano per sempre donne maritate, quante storie tristi non udremmo narrare: storie di patimenti e di affanni, d'angosce e di tormenti, di vigliacchi tradimenti e di esasperate rivincite; storie lunghe, pietose, scese lì sotterra con le loro eroine che non poterono in vita forse neppure confidarle ad una amica, perché la donna, alla fine, è sempre lei che si compromette in questa società, sfacciata ed ingiusta con lei”. Certo, ci si può ribellare, se pure a costi altissimi, come Nora Helmer in “Casa di Bambola”, quando, al marito che le ricorda ipocritamente di essere “innanzitutto” moglie e madre, risponde impavida: “Non la penso così. Penso che prima di tutto sono una creatura umana, come te: o, almeno, voglio far di tutto per diventare tale. Io so bene che la maggior parte degli uomini ti darà ragione, Torvald, e che così è stampato sui libri. Ma io non debbo preoccuparmi di quello che dicono gli uomini o che è stampato sui libri: io su questo devo capire tutto, e farmi delle idee che siano mie”. Oppure, come Elena Alving ne “Gli Spettri”, può capitare che anche gli atti più coraggiosi si scontrino contro l'ipocrisia della morale corrente. Ed è lo stesso pastore Manders, l'unico vero amore della sua vita, a convincere Elena a tornare dal marito, che lei detesta, e che la madre le ha imposto di sposare per interesse. Amatucci, dimostrando una perfetta conoscenza di tutta l'opera Ibseniana, si dilunga ancora sulle vicende di altre protagoniste dai destini similari, e poi conclude lapidariamente: “Ecco i risultati di codesta bella legge del rispetto sociale, che costringe due esseri a vivere insieme, quando uno sente ribrezzo dell'altro: ecco che cosa è questa nostra società , che si contenta sia bella e lucida la facciata dell'edifizio sporgente sulla via, e non pensa che dentro v'è spesso la muffa”. Nel corso della lettura il nostro accenna brevemente ad altri temi Ibseniani presenti in altre opere quali: “Le Colonne della Società”, satira mortale della società capitalista e borghese d'Europa, “Casa Rosmer” un inno alla gioia ed alla spontaneità contro tutte le cupe morali di rinuncia, ed infine “Hedda Glaber”, descrizione di una abiezione allo stato puro che si stenta persino a far derivare, come per altri casi da cause sociali ed ambientali. Abbiamo visto che questa conferenza viene letta presso la “Dante Alighieri” il 25 marzo 1901. Il giorno dopo Enrico Ferri, deputato socialista, celebre penalista e criminologo, ne tiene un'altra al Circolo “Francesco Ferrucci” sul tema “Socialismo e Cristianesimo”. Devo la notizia al prof. Marco Ignazio de Santis, che la riporta in un suo saggio apparso nell'ultimo numero della compianta rivista “Studi Molfettesi”, da lui diretta. Sono convinto che non è un caso, e che se avessimo quei dati seriali cui accennavo sopra, avremmo conferma di una ipotesi: che siamo cioè di fronte anche a Molfetta a una crisi delle identità culturali ottocentesche derivante, come sempre, da un'altrettanto cruciale fase della dinamica economico-sociale. Ancora qualche anno, e la nostra città verrà sconvolta per settimane dallo sciopero di migliaia di operai dei pastifici con conseguente occupazione militare. Ma niente paura: ci penseranno la guerra di Libia, la Grande Guerra, e il fascismo a rimettere le cose al loro “giusto” posto.
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