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I volontari del WWF recuperano favo da 40.000 api a Molfetta
27 settembre 2009

MOLFETTA - Un favo contenente circa 40.000 api (apis mellifica) è stato recuperato sabato mattina dai volontari del Wwf Molfetta, con la collaborazione dal prof. Raffaele Monaco, ordinario di entomologia della facoltà di Agraria dell'Università di Bari. Questa volta le api avevano scelto una villa privata sulla provinciale per Terlizzi, realizzando, in quattro o cinque mesi, il favo all'interno di un cassonetto delle avvolgibili di una camera da letto. L'attività, durata circa tre ore, ha permesso di recuperare tutte le api, della propoli e circa 5 chili di miele. Il favo è stato, poi, trasferito in un sito idoneo, presso la facoltà di agraria. Ma come avviene la rimozione dei favi? Vi proponiamo la galleria fotografica con le immagini dei momenti chiave del trasferimento dei favi. Noi di Quindici abbiamo avuto la possibilità di assistere in diretta al recupero. Il prof. Monaco e i suoi collaboratori hanno operato con la massima tranquillità aprendo il cassone dopo aver stordito le api con del fumo. Successivamente i tecnici le hanno aspirate in una rete recuperando i favi pieni di miele. Uno dei tecnici ci ha spiegato che successivamente, presso la Facoltà di Agraria, verrà ricomposto il favo e liberate le api, animali ormai in via d'estinzione. Prosegue, dunque, il grande impegno del WWF nella salvaguardia di una specie importante per la biodiversità. Intanto crescono curiosità e interesse nei confronti delle api (che rientrano nella fauna minore protetta dalle leggi dello Stato) come dimostrato dalle prime iscrizioni al corso di apicoltura, organizzato proprio dalla sezione del Wwf di Molfetta per fine novembre. Ulteriori informazioni possono essere richieste rivolgendosi presso la sezione Wwf Molfetta, sita in via G. Puccini 16, o telefonando al n. 0809143819 oppure al n. 3466062937.
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Un habitat sempre in trasformazione o distrutto irreversibilmente, sta provocando la dispersione e la perdita di molte specie. Chi non riesce ad "adattarsi", scompare. Bene il recupero delle api e tante altre specie, a mantenere il bio-sistema il più possibile vitale. Purtroppo l'autore di questo scempio è proprio l'uomo. L'uomo che avrebbe dovuto, al contrario, mantenere il più possibile compatta la natura. Questo scempio dettato solo dal facile guadagno e interessi personali e corporativi. Chi salvaguarderà l'uomo? Continueremo a chiedere "calamità naturali? Queste non sono calamità naturali, ma calamità innaturali e umane. Quale specie avrà il compito di salvaguardare l'umana specie?. -Cresce la preoccupazione internazionale per l'aumento del numero dei profughi a partire dal 1960. Altri milioni di persone non possono o non riescono a sfuggire a ciò che li opprime, e spesso stanno anche peggio degli esiliati. Alcuni dei paesi che oggi ospitano un numero considerevole di profughi sono proprio quelli meno in grado di permettersi economicamente un fardello così pesante. A volte sono ferocemente perseguitati per la loro razza, la religione, le idee politiche o per la nazionalità: spesso non c'è nessuna organizzazione assistenziale in grado di aiutarli. Talvolta invece dipendono da una delle tante organizzazioni caritatevoli, sempre a corto di fondi. Ma non tutti i non-desiderati sono dietro le sbarre o confinati nelle "riserve": ogni paese ha i suoi cittadini di seconda classe, che soffrono e che sono svantaggiati perchè vecchi, malati, senza tetto, senza lavoro o perchè la loro pelle ha un colore diverso. In molte zone il numero dei profughi è cresciuto come un'onda di piena, malgrado i crescenti e disperati sforzi dell'Unhcr ( Alto Commissariato dell'Onu per i profughi). A tutti quelli che sono stati scacciati dalle loro case, e spesso dalle famiglie, da un'oppressione politica, sociale o religiosa, l'Unhcr somma le vittime di disastri naturali come la fame. Oltre l'80% degli attuali 10-15 milioni di profughi viene dal Sud. Il problema è tale da sopraffare i più poveri tra i paesi ospitanti, facendoli precipitare in condizioni economiche ed ecologiche disastrose. Nei casi peggiori, gente impossibilitata a tornare in patria e incapace o restia a risistemarsi, può trascorrere anni in campi semipermanenti, nei quali perde sia il senso d'identità sia i propri obiettivi. Molti indios latinoamericani sono ancora trattati come animali selvatici, o peggio. Sono "protetti" in misere riserve e vengono cacciati lontano, in terre non coltivabili. Ma anche qui sono vessati da nuovi insediamenti, o restano coinvolti in conflitti con il governo o con interessi commerciali. Gli indios Yanomani, per esempio, vivono nell'impenetrabile foresta a cavallo tra la Guyana, Brasile e Venezuela, ma sono minacciati dalla costruzione di una delle nuove autostrade brasiliane, la Perimetral Norte, che taglierà la regione amazzonica, una volta impenetrabile. Il loro minuscolo mondo, la loro cultura e la loro storia sono sul punto di diventare foraggio per le ganasce dei bulldozer. Campi profughi in Indonesia, nelle Filippine e Hong Kong, costituiscono l'unico rifugio per milioni di profughi asiatici. Guerre e oppressioni in Indocina hanno causato immense sofferenze umane. (da: Gaia Book - Londra - 1960)- 2009 - Altre storie tragiche e catastrofe naturali si aggiungono - -CHI SALVAGUARDERA' L'UOMO DALL'UOMO?

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