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I veri eroi della pandemia
15 dicembre 2020

Chi sono i veri eroi di questa pandemia? Qualche giorno fa circolava in rete un post che definiva i figli degli infermieri i veri eroi di questa pandemia. Io sono una di loro e voglio raccontarvi la mia verità, ciò che è nascosto agli occhi di tutti, da mascherine, visiere, camici, guanti, cuffie, occhiali protettivi e tanto altro. Dietro tutti i dispositivi di protezione ci sono esseri umani, genitori, figli, nostri parenti, amici, nemici, persone che ogni giorno si prendono cura di chi soffre. Chi sceglie di fare questo lavoro, e lo sceglie consapevolmente, sa che dovrà rinunciare alle serate con la famiglia spaparanzati sul divano a fare indigestione di film e serie tv, sa che dovrà rinunciare ai weekend in montagna, alle vacanze natalizie, alle ferie ad agosto, ai compleanni e alle feste comandate. E sa che queste rinunce sono eredità della propria famiglia. Mia madre ha 51 anni e fa l’infermiera. Lo fa per 365 giorni all’anno e, se possibile, anche di più! Lavora al Policlinico di Bari in un reparto definito, in termini sanitari di terapia semi-intensiva. I suoi orari di lavoro sono strani e stancanti, ma lei non se ne lamenta mai. Si sveglia all’alba quando è di turno al mattino, torna a casa alla sera tardi e al mattino presto, a seconda del turno, ma non perde mai la voglia di aiutare chi sta male. Il suo telefono squilla sempre, a tutte le ore del giorno e della notte, e lei risponde sempre e a tutti di sì. A dire il vero, queste richieste a volte mi danno fastidio, mi sento trascurata, ma poi lei mi spiega che la salute è per tutti, e sono orgogliosa di essere sua figlia. Spesso, se non ci sono situazioni particolarmente difficili, mi porta con sé. Conosco tanti suoi pazienti, i loro parenti, le loro case, le loro storie. Durante la prima ondata della terribile epidemia di Covid questa realtà è stata amplificata. Gli ospedali hanno fornito meno prestazioni e minor attenzione ai malati affetti da patologie diverse dal Covid, tanti Reparti hanno smesso di funzionare, e tanta gente bisognosa di cure si è ritrovata senza punti di riferimento sanitario. Anche farsi fare una banale iniezione è diventato impossibile o difficile. I presidi scarseggiavano. Mancavano mascherine, camici protettivi. Mancavano informazioni su tutto. Quasi nessuno accettava di entrare nelle case di altri; mia madre lo ha fatto, con coraggio e determinazione, forse anche con un po’ di incoscienza e paura. Al ritorno a casa non si avvicinava a me, non si faceva abbracciare; correva in bagno a togliersi i vestiti e a lavarsi per bene. Poi dedicava tutto il suo tempo a me, a calmare le mie paure. Noi bambini siamo stati segregati a casa con uno schermo di computer a farci da scuola, soli, all’improvviso. Inizialmente a casa siamo andate in difficoltà; mamma non sapeva dove lasciarmi quando doveva lavorare, improponibili erano i turni di notte. Abbiamo fatto squadra e pian piano ci siamo organizzate. I miei due cani mi hanno fatto tanta compagnia, i telefoni, le videochiamate ci hanno tenute vicine e il primo lockdown è passato. Niente vacanze durante l’estate per lei. Adesso siamo di nuovo in mare ad affrontare una nuova tempesta con il virus, e lei è ancora una volta in prima linea ad aiutare la gente che sta male. Io sono a casa in didattica a distanza, cerco di fare del mio meglio in rendimento scolastico perché so che lei ne è felice. Esco poco, pochissimo, mi tengo impegnata in mille cose, metto disordine ovunque, gioco tanto con i miei cani e aspetto sempre con gioia mia madre che torna a casa dal lavoro. Maria Alice Agrimi de Candia

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