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I “Labirinti” di Gianna Sallustio  
15 aprile 2007

Talora, quando la poesia volge all'esplorazione di quel dedalo, che ha nome anima, essa finisce col metterne a nudo l'inesausta tensione fra desideri, senso del caduco, rimpianti... Tra contemplazione della bellezza cosmica e spersonalizzazione nell'intrico degli “anonimi tentacoli” della modernità. “Labirinti” di Gianna Sallustio (Genesi Editrice, 2007), come già nota Sandro Gros-Pietro nella lucida prefazione alla raccolta, congloba in sé più momenti dell'esperienza poetica della scrittrice molfettese. Racchiude in sé, infatti, anche liriche delle sillogi “Quest'allotria” (1986) e “Come alga” (1992), perché si configura come 'compendio' della ricerca, compiuta dalla poetessa, “sulla parola scritta come testimonianza lirica e storico-civica”. Un libro frutto di una meditazione organica, in cui anche il dipinto in copertina, “Ipotesi su F.L. Wright” di Marisa Carabellese, dialoga con i versi della silloge, restituendone la complessità, il senso di ali (incarnato nel volo di gabbiano che rappresenta la sfraghìs della pittrice), l'ambizione di squarciare il velo delle apparenze. È quando emergono le falle nel cielo di carta che la “divisa di oca borghese” viene dismessa e all'alterità, che connota il poeta rispetto ai suoi simili, appare in tutta la sua urgenza “l'eco vigile e tragico dell'umano”. Allora la poesia si libra “alta come aquila” su “arabeschi di sangue” e il verso diviene “nodo scorsoio che la tomba non filtra”. L'io della poetessa traspare nelle molteplici sfumature, che lo contraddistinguono: domina l'ansia d'amore, che si traduce talvolta in erotismo schietto al punto da apparire partecipe della purezza dei gigli. Quella che affiora da teorie di versi d'alessandrina limpidezza è una fragile virago, che vive la passione con travolgente energia e timida delicatezza. Virago che si reifica ad “alga polverosa di sale”, a terra, a pianta, o s'immagina “lumaca triste lumaca sciocca”, in perenne aprirsi/ chiudersi a un compagno dall'aria bizantina (espressione felicissima), la cui assenza farà apparire la vita stessa un esilio, trascorso a rimpiangere “centesimi d'oro perduti”. La letteratura emerge prepotentemente nelle maglie della raccolta: pensiamo alla pensosità malinconica di Lorenzo de' Medici, che prelude alla straniante similitudine della Morte come “mezzo pubblico” o la ultra-moderna riscrittura, che la Sallustio fa, dell'adunaton conclusivo del canto del pastore leopardiano. Potremmo poi citare, ad esempio, quel “mi tenete in cagnesco”, che fa pensare a ben noti versi di Giuseppe Giusti. L'uso consapevole delle figure retoriche (parallelismo, chiasmo, trìkolon, sinestesia, metafora) impreziosisce una lirica viscerale e cristallina, in cui fanno capolino con frequenza termini come “rorida”, “glauche onde”, ma si leggono anche un “deragliare felice”, che forse ammicca al “naufragar dolce”, o espressioni come “ismi borghesi” e (gusto neo-omerico?) “follanessuno”. Quest'anima sospesa tra “empirei di luce” e macerie della storia si alimenta della linfa, che i viaggi le infondono: nasce così la bellissima, a tratti foscoliana, “Kytera”, in cui l'eco delle “leggende elleniche” si confonde per l'Ulisside Gianna con il rumore delle tragedie della modernità. La civiltà elladica, in occasione della riscoperta di un bronzo avvenuta a Mazara del Vallo, ispira anche un dionisiaco “Canto pagano”, in lasciva contemplazione di un satiro giovinetto “vibrante impudico ignaro”. A nostro parere, però, i versi più emblematici sono quelli che danno il titolo alla raccolta (“Labirinti”); a un avvio di sapore vagamente montaliano fa da contraltare l'erotismo panico della seconda strofa, che culmina nella “pelle / sconosciut-attraente”. I momenti di maggior lirismo ci paiono quel “Vestimi di giada con i tuoi sguardi” e il finale: “Ci incontreremo per caso /senza voltarci”. Più che a Montale (in cui pure l'idea del 'non voltarsi' riveste notevole rilevio), ci verrebbe da pensare a Orfeo ed Euridice. Quasi che la decisione di non volgersi indietro rappresentasse l'ennesima, forse vincente, strategia d'irrisione della morte.
Autore: Gianni Antonio Palumbo
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