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Gli Sguardi di Rosaria Scardigno La poetessa e narratrice molfettese
15 settembre 2024

Rosaria Scardigno è senz’altro figura chiave del patrimonio culturale molfettese. Nota soprattutto per il suo lessico del dialetto della nostra città (Lessico dialettale molfettese-italiano, 1933; Nuovo lessico molfetteseitaliano, 1963), è stata anche poetessa e narratrice, come testimonia il volume Sguardi, pubblicato nel 1933 (Tipografia Orsi) e poi nuovamente nel 1972 (Mezzina). L’opera ha avuto una storia interessante anche dal punto di vista filologico, se, come ricorda Marco Ignazio de Santis nel suo Gli «Sguardi» di Rosaria Scardigno («L’Aquilone», 2, 2019, pp. 47-50), nel 1937 ne fu realizzata un’edizione ridotta, dal titolo Lucciole, per i fanciulli. Nel saggio in questione, de Santis segnalava alcuni racconti, tra cui La fine del brigantaggio, “di tale forza e bellezza da non avere niente a invidiare a certe pagine della migliore tradizione verista e postverista da Verga a Serao a Deledda”. Nel 2022, in occasione del cinquantenario dalla morte della scrittrice, la Commissione Pari Opportunità ha promosso la ristampa del volume nella sua seconda edizione; l’allora Presidente, Giovanna Vista, sottolineava come la lettura degli scritti dell’autrice, fondatrice e direttrice della rivista “La Voce della Donna”, offrisse “validi spunti di riflessione sul concetto di pari opportunità”. Il volume è giunto nelle nostre mani grazie al gentile dono dell’attuale Presidente, Marta Pisani, e abbiamo pensato di proseguire con Sguardi il percorso di rilettura di opere di personalità illustri del panorama letterario molfettese, iniziato – nel numero di luglio – con Stella Poli. Sguardi è composto da cinquantacinque narrazioni brevi, di carattere variegato. Il titolo però è quanto mai appropriato perché pone l’accento sulla brevitas che connota la maggior parte di questi testi, quasi assimilabili a uno “sguardo” che si posa su una realtà e la restituisce, non di rado accompagnandone lo schizzo con riflessioni di carattere etico-filosofico. Inoltre, nella molteplicità dei temi, sempre generalmente legati a un microcosmo provinciale, a tratti fortemente ingenuo, a fungere da schidione è proprio la prospettiva di Scardigno. Tu la percepisci, cogli che, passando di narrazione in narrazione, l’angolazione da cui si osserva il mondo è sempre la medesima. Quella di una donna colta, schietta, a tratti impulsiva – soprattutto nelle narrazioni legate all’infanzia –, in altri casi trasognata al punto da astrarsi dalla realtà (L’elogio della virtù) e soprattutto connotata da profondo senso morale, che la porta a cogliere e rappresentare le storture sociali. Queste emergono, in particolar modo, in relazione alla condizione della donna. La disparità maschio-femmina in termini di diritti nella struggle for file affiora con drammatica verità – oltre che nel già citato La fine del brigantaggio – specialmente in Ignaramali e nella dichiarazione agghiacciante della madre di uno dei passi di Diario. Non a caso, Scardigno accosta la possibile reazione della giovinetta appena morta se avesse udito la lapidaria sentenza della donna (“E meno male che capitò alla femminuccia; se fosse capitato al maschietto ne sarei stata disperata”) all’esclamazione di attonito e sgomento stupore di Cesare al momento dell’assassinio. La cultura di Scardigno è un filtro cui la realtà è spesso sottoposta; non di rado diviene vettore della sua ironia, altra caratteristica che ne connota la scrittura. Così, in una lite tra fanciulli, il cugino Peppino che varca il confine tra le due piantagioni di fagioli (la sua e quella dell’io narrante) è per un istante ribattezzato “Remo”; inutile dire che il differente tenore delle situazioni e la differente posta in gioco conducano, nello straniamento, a un bonario sorriso. Questo racconto ci consente di introdurre un ulteriore elemento chiave della raccolta: la felicità nella rappresentazione dell’infanzia, quasi sempre affidata alla narrazione in prima persona. Particolarmente riuscito ci pare il contrasto padre-figlia di Ombre nell’azzurro. Ci riferiamo a passaggi come questo, che indicano la fatale incomprensione tra il mondo degli adulti e quello dei fanciulli: “E il babbo non vede la bella pianta carica d’ali? (…) Le passa vicino indifferente? (…) Babbo non sa neppure che io la vedo, che io la voglio? È dunque così cattivo che non la vede, non la vuole e non sa neppure che io la voglio? Oh, come egli è cattivo! proprio non la vede, non la vuole”. Si tratta di un pezzo delizioso per approfondimento psicologico e qualità della scrittura. Meritevole di segnalazione in tal senso è ancora Iddio ti vede, che vive tutto del duello tra la maestra e la piccola protagonista. Quest’ultima è accusata di aver copiato il compito di matematica e, in effetti, è vero, ma la bambina rigetta la colpa attribuitale perché per lei la qualità del compito non risiede nei numeri – copiati e, a suo avviso, accessori – ma nella bellezza della presentazione scalare che ne ha fatto, quella totalmente farina del suo sacco. Affiora così il divario tra pragmatismo e tendenza alla valorizzazione della componente estetica; Scardigno ci offre con questo testo anche una riflessione sulla “colpevole innocenza” (tema che ritorna, con differenti sfumature, in Come feci la conoscenza del diavolo e dov’era) e sull’occhio di Dio, forse più indulgente di quello dell’uomo. La verità dei narratori interni è tale che talvolta si sarebbe tentati di confondere fictio e verità; sarebbe però a nostro avviso metodologicamente scorretto servirsi in maniera sistematica di questi brevi testi per inferire notizie biografiche precise su Scardigno. Non è un caso il fatto che talora l’autrice adotti anche punti di vista maschili (penso allo struggente Lacrime) e che chiaramente non possa identificarsi in io narranti quali la “venditrice ambulante” di La fine del brigantaggio. Nella silloge compaiono anche deliziosi esempi di falsa eziologia, E gli angeli le ministrarono, parabola che arabesca sull’origine dell’usanza del “consolo”, e il divertente Quando la Marianna andò in campagna, che gioca sulla moda dei “proverbi” in una sorta di campestre riedizione della favola di Orazio. Sicuramente il genere della favola (in alcuni casi abbiamo per protagonisti proprio animali; si pensi alla gallina Bibbì, occasione per una divertita riflessione sull’incoercibilità degli impulsi naturali) e dell’apologo morale hanno inciso non poco nella concezione di alcuni di questi scritti. In quasi tutti i testi, peraltro, Scardigno ha cercato di accentuare l’impressione di realtà, o avvalendosi della narrazione interna o riportando i nomi di narratori di secondo grado, di cui il narratore principe avrebbe raccolto la testimonianza. Senz’altro accostarsi a questi Sguardi sarà esperienza gradevole e utile al lettore. Gli consentirà di avere maggior contezza di un temps jadis di cui, se le storture non sono state affatto risolte ma semmai anestetizzate e attutite oggi dal maggior benessere economico, si è portati a rimpiangere i ritmi meno affannosi e la gioia del Kairòs, unitamente a un senso di solidarietà umana che, nel paradosso di un’epoca che pontifica sull’inclusione e sui diritti e ignora la caritas-amore, pare ormai sempre più sfocato nelle maglie viscose del presente. © Riproduzione riservata

Autore: Gianni Antonio Palumbo
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