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Gli sciacalli delle paranze
15 dicembre 2019

Il 21 gennaio 1799 viene proclamata a Napoli la Repubblica Napoletana, sostenuta dalla Armata francese. Ferdinando IV è fuggito in Sicilia sotto la protezione inglese; il 25 dello stesso mese, nomina il Cardinale Fabrizio Ruffo Vicario Generale, e lo autorizza a procedere alla riconquista del Regno. Il 15 giugno il Prelato entra in Napoli, e proclama la caduta della Repubblica. In quei cinque mesi ha luogo nel Mezzogiorno una sanguinosa guerra civile, dai contorni complessi e contradditori sui quali esiste una sterminata bibliografia e una storiografia non sempre unanime. Per Molfetta, resta insuperato il “Saggio Storico della Rivoluzione avvenuta a Molfetta il 5 febbraio 1799”, del nostro Francesco Saverio Pomodoro. In questa sede basti solo accennare al fatto, apparentemente paradossale, che nelle città e nelle campagne i tumulti popolari, violentissimi e sanguinosi esprimevano se pure confusamente, rivendicazioni sociali in netto contrasto con la moderazione dei cosiddetti “galantuomini”. Accadeva così che i borghesi, con la protezione delle baionette francesi, facevano proprie, in chiave moderata, a fronte delle minacce popolari le ormai inoffensive parole della Grande Rivoluzione, “Liberté, Fraternité, Egalité”. In molte città compresa Molfetta, la notizia dell’arrivo delle truppe francesi, accolto con favore dalle classi medie, innescava una rivolta sanfedista che si abbatteva con inaudita ferocia contro i borghesi, considerati traditori del Re e della Fede. I popolari organizzavano una resistenza a volte precaria, altre tenace contro i regolari francesi i quali, una volta entrati, si abbandonavano al saccheggio ed alla strage di inermi abitanti. Per limitare i danni, i Comuni e gli abbienti erano costretti con le armi a sborsare enormi taglie. Veniamo a Trani. Qui, alla notizia che le truppe francesi provenienti da Barletta, al comando del generale Broussier si avvicinano alla città vengono rastrellati incarcerati e poi assassinati una sessantina di galantuomini, commercianti e artigiani. I popolari sono aizzati dai fratelli Filisio, orologiai; la maggior parte dei carcerieri sono marinai e pescatori. Il 31 marzo, alle porte di Trani, Broussier chiede la resa incondizionata in cambio della incolumità dei popolari, ma il suo messaggero viene ucciso. Il giorno dopo, 1 aprile, la città è assalita, bruciata, saccheggiata per due giorni; è la più grande strage della guerra in Puglia. Intanto, poco prima dell’assalto, i marinai tranesi, terrorizzati dalla prevedibile vendetta francese, si imbarcano, con le famiglie sulle loro barche alla volta di Molfetta e di altri porti ancora in mano ai realisti. Sono circa quaranta paranze, vale a dire ottanta barche. Il Generale ordina l’immediato inseguimento ed affondamento della flottiglia. Una parte consistente dei fuggiaschi, circa centocinquanta, riuscirà a sbarcare a Molfetta alla secca dei Pali. Un destino orribile li attende. Nella nostra città la notizia della caduta di Trani produce i soliti mutamenti: i popolari si eclissano, i repubblicani esultano, la maggioranza tace, ed aspetta di adeguarsi ai nuovi eventi. I tranesi, abbandonati, affamati e laceri sulla spiaggia, vengono aiutati dai buoni e dai coraggiosi, e derubati dagli sciacalli, tra i quali si distingue Michele Giovene, fratello dell’Arciprete Giuseppe Maria, e del Barone Graziano. Il Generale francese il 4 aprile dispone da Bari la fucilazione immediata dei maschi adulti. Le diverse fonti fanno oscillare il numero degli uccisi da quarantasette ad ottantasette: l’esecuzione avviene fuori della Porta di San Domenico. Vediamo ora come i documenti che andremo a trascrivere, tutti, tranne uno, rogiti notarili aggiungano altre tessere inedite al racconto, per altre fonti già noto, di questa tragedia, essi riguardano soprattutto la flottiglia degli inseguitori, l’imbarco da Trani e Barletta, la navigazione fino a Molfetta, e l’indegno saccheggio delle paranze tranesi perpetrato da marinai barlettani, molfettesi, ed altri. Per motivi di spazio si sono trascritti solo i tratti salienti dei documenti. 1. Il 10 giugno 1799, in Trani, presso il Notaio Giovanni Canonico, il sacerdote Don Michelangelo Antonacci dichiara… “Qualmente tutte le volte ch’egli si ha trattenuto nel recinto di questo porto nella strada del Sciale, e tal volta passando da quella detta di S. Teresa coll’occasione di andare alla chiesa, ha veduto ed osservato, che dopo la giornata del 1 aprile anno corrente, val dire dal Mercoledì in poi, giacché il martedì si portò in Molfetta, nel corso di ben dieci giorni continui dopo il saccheggio dato a questa città da ‘ Francesi, venire diverse persone barlettane con le Barche a saccheggiare e rapinare molti e diversi attrezzi di Paranza, ferramenti ed altri ordegni, lasciati da diverse Paranze, allorché fuggirono per mare all’entrata fatta da Francesi…..attestando di vantaggio che essendo egli andato nella città di Molfetta la giornata di martedì 2 di detto Mese di Aprile, ivi intese da diversi Molfettesi, biscegliesi e Paesani Tranesi che colà si ritrovarono rifugiati, che le Paranze di Trani furono predate, ed alcune di esse spogliate degli attrezzi da Barlettani e specialmente quelle che restarono ancorate nel porto di Trani”. 2. Il 10 giugno1799 in Trani, presso il Notaio Giovanni Canonico, patron Antonio Gargiulo di Piano di Sorrento, capitano della Bombarda nominata S. Aniello e le Anime del Purgatorio , ancorata nel porto di Trani e Giosuè Mossa , di Pian d Sorrento, capitano della Polacca nominata S. Aniello e S. Rosalia, ancorata nello stesso porto, insieme ai loro marinai…” Han dichiarato ed attestato avanti a noi che il martedì due del mese di Aprile verso la sera di detto giorno, stando i medesimi attestanti in coverta di detti loro Bastimenti, videro entrare in detto Porto due Paranze, componendo 4 barche da pesca, che indi si accorsero essere della città di Barletta, giacchè i marinai delle medesime gridavano Viva la Libertà!, senza che su di essi ci fusse stato verun Francese; una delle quali Barhe accostatasi sotto di detti loro Bastimenti, allorchè essi contrastando si posero in difesa, detti Barlettani dissero loro: che fa il vostro Re, mangia maccaroni? , ed essendosi detta barca unita con le altre di Barletta, ogni una di essa si prese una barca delle quattro che stavano approdate in questo riferito Porto di Trani che formavano due intere Paranze, fornite delli necessari attrezzi, e le portarono via verso la città di Barletta”. 3. Il 25 Agosto 1799, in Molfetta, presso il Notaio Franesco Capocchiani, padron Corrado Salvemini e padron Onofrio Messina, dichiarano… “Come fra le altre Barche da pesca qui capitate da Trani nell’atto che entrarono in quella le Truppe Francesi, vi fu la Paranza del Padron Nicola Santo Salvemini, di detta città di Trani, quali barche dalla Municipalità di questa città di Molfetta si diedero gli ordini di apprezzarsi da detto Corrado per devenirsi alla vendita subasta, per cui essendosi devenuti alla stima della paranza di detto padron Nicola Santo, consistente in due Barche da Pesca, quello apprezzò per docati 560 ma, poi essendosi devenuti all’accensione delle candele, fu liberata per docati 400 a Gabriele Ricatti di Barletta, una con li seguenti attrezzi, che furono consegnati da esso padron Messina e che andiedero uniti nelli docati 400, e cioè: tre tiritezze per ciascuna Barca della suddetta Paranza, dieci lanciane, un asino così chiamato ad uso dei marinai, quattro reti da pesca con i loro finimenti, due ferri da ancorarsi, due vele nuove e quattro trinchetti, con cinque remi per ciascuna barca; quali attrezzi unitamente con le due barche furono subito consegnati da essi dichiaranti al detto Ricatti di Barletta, da cui fu sborsato il suddetto valore di docati 400, e passati in mano di D. Francesco Cucumazzo, allora Cassiere della Municipalità”. 4. Il 25 Settembre 1799, in Trani presso il Notaio Vincenzo Donatellis, Michele Vescia, Mastro Calafato, tranese, con il conforto di altri testimoni, dichiara che… “Nel passato anno 1798 formò di tutto punto una barca Paranza Pescareccia, o siano due barche insieme, di conto e ragione delli quondam Marino e Rocco fratelli Pappolla, marinai di questa medesima Città, della lunghezza di palmi 46 fuori dell’asta, e della larghezza di palmi quindici e mezzo in sedici, e da essi fratelli Pappolla ne ricevé il suo giusto e competente compenso di fatica. E li marinai tranesi attestanti Domenico Scoccimarro, Giuseppe Scagliarini e Domenico Fabiano, allorché entrò nel Porto di Brindisi una nave Francese con altri due trabaccoli, nella cui città i medesimi si trovarono perché scamparono dalle navi di detti Francesi che entrarono in questa città di Trani, alla quale diedero sacco incendio e massacro ad oggetto di salvare la loro vita, videro che tra le altre paranze che si rifuggiarono in detta Brindisi vi fu una delle due Barche che si possedevano dalli menzionati quondam Rocco e Marino fratelli Pappolla dai quali venivano padronizzate; e seguita la presa della città di Brindisi da parte de ‘Fresi, stando con tutte le altre barche nel porto di essa quella di detti defunti fratelli Pappolla, un naturale di Ancona, non sapendone il nome di esso, dopo di aver fatto faticare la barca istessa al trasporto dei cannoni, equipaggio ed altro dei francesi suddetti, se la portò con esso lui in altro luogo, non avendola voluta più restituire a Giovanna Boffa, vedova di detto fu Rocco Pappolla, che si trovava con detti attestanti in detta città di Brindisi, perché fuggì da questa medesima città di Trani per scampare la morte”. 5. Supplica del Sindaco di Trani al Cardinale Fabrizio Ruffo per ottenere la restituzione delle paranze trafugate. Trani, 20 maggio 1799. “Eminenza, il Sindaco e Governanti della fedele e disgraziata di Trani, supplicando espongono a V.E. come dopo l’assalto che ricevè la città dalla truppa francese e dopo il lungo sacco che riceverono i cittadini nelle di loro case, accompagnato dal ferro e dal fuoco, si fece lecito agli abitanti dei luoghi convicini, dopo il sacco di più giorni, portarsi in questa città, ed avendo in quel porto rinvenute molte Paranze da pesca con moltissimi attrezzi, se le presero e se le condussero seco nelle rispettive loro patrie che sono Bisceglia, Barletta e Molfetta. Ora, essendosi l’Altissimo compiaciuto disporre che fusse tornato nel suo felice Trono il nostro amatissimo Sovrano Ferdinando IV, ed essendosi ritirati in questa città tutti li marinari, sono questi rimasti inoperosi, non possono andare a travagliare per procacciarsi il vitto per di loro sostentamento e quello delle famiglie, e passa pericolo che trattenendosi continuamente in città, possa nascerci qualche disguido. All’incontro per li sopradetti motivi e per quello che mancando in questa città l’industria della pesca che è ormai l’unica che possa la medesima acquistare per la distruzione del territorio, e per la totale mancanza del commercio, si vedono i supplicanti nella necessità di ricorrere a Vostra Eminenza e supplicarla disporre gli ordini opportuni perché tutti coloro presso dei quali si ritrovano le paranze suddette, con i rispettivi attrezzi da pesca, che sono in Barletta, Bisceglia e Molfetta restituiscono subito a detti poveri marinari, ut Deus ecc. Michele Brunetti Generale Sindaco. 6. Barletta, 22 Agosto 1799. Notaio Paolo Forgia. Pasquale Patella, barlettano, in pubblico testimonio costituito, ha dichiarato… “qual mente in una mattina dentro il passato mese di marzo del corrente anno 1799, non ricordandosi la positiva, fu chiamato avanti il generale francese Brussier che alloggiava in casa del Signor D. Giorgio Esperti il quale impose ed ordinò ad esso costituito di portarsi su di una Polacca Napoletana di Raimo Cafieri armata in guerra, facendo esso costituito da Pilota presso del Comandante D. Giovanni Apparisio che con una flottiglia andar dovea ad imbloccare il Porto di Trani per impedire che uscissero le paranze di quei naturali e sebbene esso costituito si fosse negato di non potersi portare su di detta Polacca, pure dovè cedere alle minacce di detto Generale Brussier di volerlo arrestare e punire; onde fu, che l’ultimo giorno del suddetto mese di marzo partirono su di detta Polacca, nella quale s’imbarcarono tre uffiziali francesi e sessanta soldati pure francesi, alcuni marinari napoletani che stavano detenuti in questo Real Castello, e da quest’oggetto furono fatti scarcerare gli artiglieri Barlettani Mastro Francesco Cassatella e Mastro Sebastiano de Fazio; giunsero nel porto di Bisceglie ove si trattennero la notte, e nel giorno appresso ancorarono a veduta del Porto di Trani, ove stava fermato il Comandante Apparisio con tutta la flottiglia, e la mattina seguente se ne tornarono nel Porto di Barletta colla sola Polacca, prendendo il pretesto che la gumina stava per rompersi essendo rimasto vicino il Porto di Trani il detto Apparisio con la flottiglia. La mattina seguente, verso le ore 12, furono forzati a partire nuovamente con detta Polacca, dopo che dal Comandante della Piazza furono minacciati d’essere fucilati perché avevano trascurato di partire sin dalla notte, giacché si era di già dato l’attacco in Trani per terra. Uscendo da questo Porto, esso costituito come vidde che dal porto di Trani uscivano moltissime paranze di colà, stimò d’andare lentamente, perché la Polacca non le raggiungesse e quindi, sollecitandolo l’uffiziali e soldati francesi, esso costituito Patella voltava il timone ora verso di un vento ora di un altro; dopo molto tempo, giunti vicino il porto di Trani, ed essendo a mezzo tiro alcune paranze che fuggirono, giacché il Comandante Apparisio inseguiva le altre, come li francesi volevano far fuoco, così esso costituito stimò volgere il timone tutto al contrario, e così non riuscì loro di sparare in maniera che li francesi che in quella andavano se ne avvidero molto bene, e non poterono negare dopo di essere salva la di loro vita appunto per la condotta tenuta dal Pilota; senza metter piede a terra, e senza fare alcuna preda, si trattennero su di quelle acque tutta la notte, e la mattina per tempo se ne tornarono in Barletta, ed il giorno poi giunge il Comandante Apparisio con tutta la flottiglia e con molte paranze che aveva predate, e moltissima robba e mobili che si posero a vendere pubblicamente nel Porto”. Quest’ultima testimonianza merita di essere brevemente commentata. Dunque, il Patella negli ultimi giorni di Marzo riceve da Brousier l’ordine di recarsi a bordo di una Polacca armata e ancorata nel porto di Barletta, per pilotarla insieme ad una flottiglia di barche armate con a bordo soldati francesi, guidata dal Comandante Apparisio. Devono recarsi all’imboccatura del porto di Trani per bloccare la fuga delle locali paranze. Patella tergiversa, ma poi deve cedere alle minacce di Brousier, e il 31 marzo salpa da Barletta dopo aver imbarcato sul battello sessanta soldati, marinai napoletani e due artiglieri. La Polacca, da sola, giunge a Bisceglie, dove trascorre la nottata. Il giorno dopo, 1° aprile, salpa e giunge al largo del porto di Trani, bloccato dalla flottiglia di Apparisio. Patella, il giorno dopo, con il pretesto che una gomena sta per rompersi, torna a Barletta, lasciando Apparisio a largo di Trani. All’indomani, con la minaccia di essere fucilato con tutto l’equipaggio, è costretto a salpare alla volta di Trani, dove è in corso la strage francese. In vista della città, vede fuggire da porto molte paranze e diminuisce l’andatura per non raggiungerle. Nuovamente minacciato dai francesi, manovra il timone in modo da far zigzagare il battello ed impedire agli artiglieri la precisione del tiro. Questa manovra salva dall’affondamento non solo le paranze tranesi, ma anche i barconi armati che le inseguivano pieni di francesi, i quali devono ammettere di dovere la vita al nostro Pilota. Ricordiamo questo oscuro marinaio: un coraggioso fra tanta viltà. © Riproduzione riservata

Autore: Ignazio Pansini
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